di Claudio Riccardi

 

Segregazione, isolamento, condanna. Nella lenta attesa dell’ineluttabile, la morte. E’ un treno di sola andata quello che attende un cavallo da corsa quando il fato, la genetica o la crudele competizione fanno uno sgambetto alla piena integrità fisica. Una caduta, una zampa che si rompe, un’infezione, un difetto congenito assurgono a sentenze definitive per “bestie” divenute inadatte allo scopo. Che siano all’esordio o a fine carriera, la tagliola del destino riserva il medesimo trattamento. Cavalli rotti e imperfetti, non più funzionali alle mire sportive e al tornaconto economico del padrone Uomo. Colui che decide per la loro vita sin dalla nascita, indirizzando i puledri al consumo alimentare, al macello, oppure alla “destinazione non umana”, l’agonismo.

Destinazione non umana è la parabola dell’agonia per sette cavalli. Riuniti forzatamente in una fetida stalla, scomodi poggiano su giacigli a forma di bare. Alle loro spalle sul soffitto è un groviglio di ganci, carrucole e catene. Costrizioni di un racconto amaro e senza morale, descritto con una lente asettica. Occhi lucidi che vedono e registrano. Senza pietismo. Il giudizio è lasciato a chi ascolta e osserva, gli spettatori di un Teatro India che da cinque serate registra il tutto esaurito. Applausi convintissimi per una prova corale, potente e ruvida. Protagonista è Compagnia Fort Apache, un unicum in Italia, il primo ensemble stabile costituito da attori ex detenuti divenuti nella nuova vita professionisti di cinema e palcoscenico. A dirigere la squadra è Valentina Esposito, autrice e regista che da vent’anni conduce attività teatrali con le carceri italiane e che collabora con Sapienza Università di Roma in Progetti di Ricerca e Formazione.

Il progetto vede la collaborazione, oltre a Sapienza, di Ministero della giustizia – Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale del Lazio, Atcl – Spazio Rossellini Polo Culturale Multidisciplinare della Regione Lazio, Artisti 7607, CAE Città dell’Altra Economia di Roma.

Dicevamo, sette cavalli da corsa in attesa della macellazione. Hanno fisionomia e sentimenti umani. Le loro sorti dipendono da una roulette imprevedibile ma inevitabile. Dalle scelte dell’Uomo, che è padre padrone, egoista e perfido.
La messa in scena, efficace nella sua crudezza, disegna una vicenda immaginifica che nel gioco scenico e drammaturgico diventa pretesto per una riflessione profonda su tematiche che scuotono: la predestinazione, la malattia, la morte, la precarietà e brevità dell’esistenza, la responsabilità individuale rispetto alle sliding doors della vita.

Destinazione non umana è una favola costruita sulle solitudini e sul pensiero del fine vita, sul vuoto lasciato da chi se n’è andato, sul dolore, la rabbia, la paura. Sullo sforzo bestiale di vivere contro e nonostante la certezza della morte. Ma il rapporto è sbilanciato, l’Uomo sceglie quando attivare le catene, quando indirizzare un percorso. A decisione presa, per i cavalli e per “i deboli” in genere non vi è scampo. Il mondo è dei forti e di chi comanda. Servi e padroni. Uomini prima, animali poi. A subire indefessamente.

Intorno, nella stalla, solo sporco e putrefazione. Gli strappi della narrazione sono assecondati da un registro linguistico variegato, aggressivo, rabbioso, figlio della strada. Un viaggio anche fonetico e gestuale tra gli idiomi romani, campani e pugliesi.

Ha dello straordinario e del viscerale l’intensità che gli attori scaricano sul palcoscenico. Loro sono Fabio Albanese, Alessandro Bernardini, Matteo Cateni, Chiara Cavalieri, Christian Cavorso, Viola Centi, Massimiliano De Rossi, Massimo Di Stefano, Michele Fantilli, Emma Grossi, Gabriella Indolfi, Giulio Maroncelli, Piero Piccinin, Giancarlo Porcacchia, Fabio Rizzuto e Edoardo Timmi che ha curato anche la scenografia. Alle luci Alessio Pascale, costumi a cura di Mari Caselli.

Questa sera è in calendario l’ultima replica dello spettacolo. Alle ore 18, Teatro India, Lungotevere Vittorio Gassman 1

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