Un film sulle differenze culturali che attraversano il corpo delle donne
C’è una tradizione poco conosciuta nel Nordafrica, più specificatamente a ridosso del Maghreb, in Mauritania: il gavage, ovvero l’imposizione per le giovani donne promesse spose di aumentare di peso -ingrassare diremmo noi- mangiando a dismisura pasti sostanziosi a tutte le ore del giorno, fino ad arrivare al traguardo ponderale prestabilito.

Verida Beitta Ahmed Deiche (Verida)
Il corpo della sposa – Flesh out vince nel 2019 sia il Premio Suso Cecchi D’Amico per la sceneggiatura a Castiglioncello sia il Premio Trieste Film Festival per la regia.
Il film è un osservatorio importante e singolare che la regista italiana Michela Occhipinti (che, data la sua esperienza professionale, ha maturato una particolare sensibilità sulle diversità culturali) ha voluto proporre, per richiamare un’attenzione su certe consuetudini orientali, ossessionate dal corpo della donna, in direzione radicalmente opposta a quella occidentale, dove si persegue l’obiettivo della magrezza (in nome di un benessere complessivo, ma anche noi non stiamo sempre messi bene con certi stimoli ossessivi).
Verida è una ragazza dei tempi moderni di sedici anni che conduce una vita normale, in equilibrio tra il lavoro come estetista e le sue uscite con le amiche, fino a quando la famiglia le comunica che verrà data in sposa a un uomo benestante, da loro prescelto (altra trasparente lesione, ma questa purtroppo ben nota alla libera determinazione del genere). Verida accetterà la condizione e di conseguenza dovrà accettare anche di seguire la pratica del gavage. Secondo le usanze locali, il gavage è necessario per rendere la donna più appetibile, come pubblico indicatore di ricchezza, prosperità e benessere economico della sposa.
La costrizione che subisce Verida farà vacillare il mondo e le certezze della ragazza riguardanti il suo futuro, poiché dovrà allontanarsi dalle amicizie e da altre probabili frequentazioni che non verrebbero condivise dalla propria famiglia.
È interessante notare il pressing psicologico che patisce la ragazza e la sua metamorfosi, non solo fisica, ma anche mentale: il rapporto con il cibo sarà per Verida una forma di oppressione a cui risponderà ribellandosi in maniera contenuta, ma quotidiana, fino all’inevitabile deriva caratteriale: più aumenta di peso, più il buonumore svanisce, i vagheggiamenti della sua mente sedicenne intrappolati nell’ossessione del corpo. La decisione drastica di Verida segnerà la fine del suo percorso conflittuale con le ambizioni familiari e con le usanze ferree del suo Paese.
La struttura registica conserva con perfetto equilibrio ed efficacia le sembianze del documentario: le immagini e le inquadrature sono talmente realistiche da creare un forte impatto e catturano il pubblico, che non tarda a immedesimarsi nel contesto raccontato. La contrapposizione dei colori caldi, con gli ambienti asfissianti e soffocanti delle case mauritane, sottolinea il senso di claustrofobia che prevale sulla narrazione legata alla somministrazione del rituale quotidiano.
Tutti laggiù frequentano disinvoltamente supporti digitali, e tutto parla di contemporaneità, ma, se possibile, il contrasto tra la modernità acquisita e certi retaggi arcaici radicalmente in vigore, crea un cortocircuito difficile da non notare.
Non è una sorpresa se si pensa a quanti soprusi e tipi di violenza, fisica e psicologica, devono sottostare le donne in contesti internazionali (sorvoliamo sulle imposizioni di certe velature integrali). Ma alziamoci in coro a pretendere la fine di quelle pratiche invasive sul corpo delle donne, come pure l’escissione genitale (tuttora in vigore in alcune realtà africane), la persecuzione sulle vedove, e le continue angherie subite dalle mogli, colpevoli di aver partorito un numero maggiore di femmine e non figli maschi.

Un film-denuncia che racconta quanto siano ancora deboli e soffocate le voci delle donne che subiscono repressioni fisiche e psicologiche attraverso l’uso del loro corpo e dove tante, come Verida, cercano di ribellarsi a una realtà che non hanno scelto, ma che per forza di doveri sono costrette a sopportare ancora ogni giorno.
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Il corpo della sposa – Regia Michela Occhipinti – Sceneggiatura Michela Occhipinti, Simona Coppini – Con Verida Beitta Ahmed Deiche (Verida), Amal Saad Bouh Oumar (Amal), Aichetou Abdallahi Najim (Aichetou), Sidi Mohamed Chinghaly (Sidi) – Musiche Alex Braga – Fotografia Daria D’Antonio – Montaggio Cristiano Travaglioli – Casa di produzione Films Boutique, MiBAC, Rai Cinema – Distribuzione in italiano Lucky Red – 2019.





