di Giorgia Leuratti

 

 

Su un trittico si articola la scena; dapprima una lite ne anima la parte sinistra, poi la luce si sposta fino ad illuminare il palco nella sua interezza rivelandone la completa struttura.

E’ il Teatro Eleonora Duse di Roma a farsi luogo per “I pretendenti” di Jean-Luc Lagarce, saggio dell’Accademia D’Arte drammatica  Silvio D’Amico di Roma in scena dal 5 al 9 Febbraio per la regia di Valentino Villa.

Fulcro variopinto dell’azione diviene ben presto il quadro centrale, traboccante di figure, in esso le voci risuonano, convergono fino a sovrapporsi in un unico sostrato sonoro: un brusio, poi un blaterare diffuso, è grazie alle piccole aperture della parete che di tanto in tanto i personaggi strisciano via dalla scena, si insinuano a fatica nelle feritoie per poi sbucare nella penombra dei corridoi laterali.

E’ un cerimoniale borghese a trattenere i personaggi in quel circolo, quello di un licenziamento che perde la sua natura tragica per tramutarsi in occasione di festa e baldanza, una celebrazione melensa il cui scopo reale è mascherato dall’artificio della parola.

Se l’articolazione del linguaggio assume un ruolo trasversale nell’intera rappresentazione, lo vediamo cambiar forma a seconda della zona spaziale: il passaggio dei personaggi nelle nicchie laterali presuppone infatti lo stravolgimento della comunicazione tra i personaggi che ora confusionaria ed esagerata, assume elementi di autenticità, sfumature intimistiche.

Nel repentino passaggio da realtà edulcorata a realtà lucida, l’azione procede incessante: un brindisi, uno svenimento, una litografia in carta da regalo; il microcosmo di finzione rivela lentamente le sue crepe ma solo una donna ha occhi per prenderne coscienza.

Culmine della costruzione, il discorso finale si rivela meta-discorso sulla parola stessa: laddove esacerbato, gridato, raddoppiato il lessema perde consistenza fino a non significare più nulla: illuminato da una luce rossa il monologo si articola sulla litote e l’eufemismo, volutamente pomposo diviene eco di un perbenismo diffuso, quello dei contesti sociali che inevitabilmente sottende.

E’ il suono di Hubert Westkemper a farsi collante per un cast eterogeneo e vitalistico di interpreti: sono Andrea Dante Benazzo, Cecilia Bertozzi, Anna Bisciari, Ciro Borrelli, Adele Cammarata, Lorenzo Ciambrelli, Anastasia Doagā, Marco Fanizzi, Federico Fiocchetti, Carlotta Gamba, Vincenzo Grassi, Enrico Elia Inserra, Ilaria Martinelli, Michele Enrico Montesano, Luca Nencetti, Elena Orsini Baroni, Davide Panizza, Sofia Panizzi, Diego Parlanti, Eros Pascale, Evelina Rosselli, Caterina Rossi, Giovanni Scanu, Lena Sebasti, gli allievi attori che, presenti costantemente sulla scena (Francesco Mari) si muovono armonici su di essa.

Se determinante nella scelta dei movimenti è l’intervento di Marco Angelilli, anche i costumi di Maria Sabato e le luci di Marco Alba, contribuiscono alla resa armonica dello spettacolo, arricchito anche dalla presenza di due allievi registi, Andrea Lucchetta e Luigi Siracusa.

 

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