Una monumentale produzione della Royal Shakespeare Company riporta in vita il dramma storico di Shakespeare tra guerra, politica, emozione scenica e un grande Alfred Enoch protagonista.
Dal 14 marzo fino al 25 aprile è andata in scena un’imponente produzione della Royal Shakespeare Company al Royal Shakespeare Theatre, nella loro casa a Stratford-upon-Avon nella contea del Warwickshire in Inghilterra, dove nacque il Bardo più di quattro secoli fa e di cui oggi, nella splendida cittadina, si può sentire risuonare ancora sovente il suo nome.

Alfred Enoch (Henry V)
Il titolo è di quelli roboanti: Henry V, tra i drammi storici più noti del Cigno dell’Avon ma che vedeva la sua ultima produzione da parte della stessa compagnia nell’ormai lontano 2015. È così che la regista e condirettrice artistica della RSC,Tamara Harvey, decide di riproporlo al fortunato pubblico della città, del distretto di Stratford-on – Avon cui appartiene – in un gioco di doppi che rimbalza dal teatro alla vita – e di tutta la regione delle West Midlands.
Non può essere certo un caso il fatto di aver pensato di portare in scena questo dramma storico proponendolo proprio in questo preciso momento di crisi mondiale dove la guerra non sembra essere l’ultima strada da percorrere lì dove fallisce la diplomazia, come accade nel dramma, ma una scelta che anticipa la diplomazia, in un gioco al rovescio che crea il dramma e che non è creato, come in Shakespeare, dal dramma. Lo scenario oggi si mostra all’inverso: solo quando è la guerra a fallire o a non rispettare le tempistiche previste, si cerca la soluzione attraverso una diplomazia che, guarda caso, non è mai forte abbastanza da riuscire a porre fine ad alcun conflitto.
Ma tornando a Shakespeare, il protagonista del dramma storico è un re ben voluto dal popolo, che si mostra molto saggio e risoluto, che veniva dal basso, nonostante la sua nobiltà, per via delle sue frequentazioni e per i bagordi trascorsi, tra gli altri, con uno dei personaggi principali del genio comico di Shakespeare: Sir John Falstaff.
L’ex principe Hal ormai diventato re, una volta ereditata la corona, ha come un improvviso scatto di maturità, ma questo non basta a dipingerlo in maniera esclusivamente positiva. Come caratteristico nella drammaturgia del Bardo, infatti, i personaggi non sono mai solo del tutto negativi o positivi e vengono restituiti al pubblico sotto quel gioco di luci ed ombre che è la loro ambiguità, e questo rappresenta da sempre una delle chiavi di successo del teatro shakespeariano.
È dunque nella parte seconda di Henry IV, il dramma che nella seconda tetralogia – “prima” e “seconda” sono espressioni più felici di “minore” e “maggiore” – o Enriade precede proprio Henry V, che viene descritto il ripudio e il brutale disconoscimento dell’appena divenuto Re nei confronti dell’amico di ventura Falstaff che, per questo motivo, si ammalerà arrivando addirittura alla morte, che avviene fuori scena, raccontata alla maniera della tragedia greca, forse proprio per onorare la fine di un personaggio che aveva ottenuto già tantissimo successo in epoca elisabettiana tanto che, pare, come da tradizione e leggenda, sia stata la stessa Regina Elisabetta a chiedere a Shakespeare di scrivere una commedia che avesse come protagonista proprio Falstaff e di mostrarlo innamorato, da cui Le allegre comari di Windsor.
In Henry V il casus belli è rappresentato dalle palline da tennis che il delfino di Francia manda al Re, proprio in quel fallimento di diplomazia tra due Regni, anche se erano già stati esponenti del clero a spingere Re Enrico V affinché attaccasse la Francia, per timore di perdere privilegi e agiatezza.
Lo spazio scenico del Royal Shakespeare Theatre ha un impianto del tutto diverso dai teatri cui siamo abituati a vedere in Italia e non solo. Questo ricorda molto l’architettura delle playhouses di elisabettiana memoria ma con un’imponenza del tutto moderna che già a primo impatto, entrando per la prima volta, mette i brividi: l’impressione è veramente quella di stare in un Globe ipermoderno dove non è solo lo spazio scenico che si protrae tra le sedute disposte anche ai lati a ricordarlo, ma anche gli ordini dei palchetti, per un totale di oltre 1050 posti a sedere.
È in questa straordinaria cornice che la scenografa Lucy Osborne realizza un enorme struttura di legno che gli attori usano salendo apposite scale, in modo da sfruttare più livelli di rappresentazione. Si è dunque lontani dall’idea di scene sfarzose e di palazzo, a favore di questa struttura anche girevole che assume simbolicamente vari significati: dalla volontà di ascendere al trono ad una sorta di prospetto gerarchico o comunque di gioco asimmetrico.
La messinscena si apre con una scena mutuata dalla parte seconda di Henry IV che mostra il principe Enrico che, credendo il padre morto ne prende la corona prima che questi poi possa risvegliarsi e dargli qualche consiglio su come regnare. La continuità con il dramma precedente e in alcuni casi con i drammi precedenti è spesso testimoniata anche da riduzioni audiovisive dell’opera, non ultime The Hollow Crown che si propone di trasporre l’intera Enriade per la BBC e il bellissimo The King di David Michôd.
Il cast è la cosa che più sorprende uno spettatore italiano, con un numero pari a diciannove attori e perfettamente orchestrati nei movimenti scenici soprattutto nelle scene di ensemble e in quelle che simulano le varie battaglie.
Il protagonista Alfred Enoch è molto bravo e confident, sia con lo spazio scenico che con il pubblico quando a volte gli affida i suoi a parte; il suo stile è molto leggero sia nella pronuncia dei versi che nell’utilizzo del corpo. Bellissima la scena del celeberrimo We few, we happy few, we band of brothers, l’iconico monologo del giorno di San Crispino, poco prima della battaglia di Agincourt: qui il protagonista recita uno dei monologhi più famosi dell’intera produzione shakespeariana proprio al centro tra i suoi soldati e i suoi pari che combattono per la sua causa e quella dell’Inghilterra, quasi a richiamare un organo vitale interno, un ibrido a metà tra cuore e cervello, tenuto insieme dall’anima del Re. Senza dubbio il momento più alto dello spettacolo che dunque non stecca nel momento più celebre del dramma e per questo anche il più rischioso.
Un plauso meritano anche le musiche, soprattutto negli stacchi dei velocissimi cambi scena. Notevoli e molto divertenti le scene comiche capeggiate da un bravissimo Paul Hunter nel ruolo di Pistol. Belle anche le nuances da musical che ben si addicono alle messinscene con un così elevato numero di attori e che contribuiscono a dare un ulteriore tocco pop al dramma.

Jamie Ballard (King of France)
Uno spettacolo che infine impressiona soprattutto per l’attenzione maniacale all’aspetto produttivo e per tutto ciò che concerne la “macchina spettacolare” e che tende, soprattutto per questo motivo, a rimanere impresso nella memoria degli spettatori che nella serata dell’ultima replica congedano lo spettacolo applaudendo in maniera convinta.
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Henri V – Regia: Tamara Harvey (Co-Direttrice Artistica della RSC) – Con: Catrin Aaron (Hostess/Queen Isabel/Governor of Harfleur); Micah Balfour (Exeter); Jamie Ballard (Canterbury/King of France/Williams); Diany Bandza (Scroop/Alice/Rambures); Michael Elcock (The Dauphin); Alfred Enoch (Henry V); Owain Gwynn (Cambridge/Orleans); Valentine Hanson (Henry IV/Grey/Erpingham); Paul Hunter (Pistol); Hanora Kamen (Ely/Gower); Natalie Kimmerling (Katharine); Sophie McIntosh (Gloucester); Emmanuel Olusanya (Bardolph/Court); Sam Parks (Westmoreland/Bates); Sion Pritchard (Fluellen); Sarah Slimani (Montjoy); Tanvi Virmani (The Girl); Ewan Wardrop (Nym/Constable); and Imogen Wilde (Swing) – Musicisti: Tastiera: Jon Laird; Violoncello: Peter Wilson; Liuto: Nick Lee – Scenografia e Costumi: Lucy Osborne – Luci: Ryan Day – Musiche: Jamie Salisbury – Suono: Claire Windsor – Movimenti coreografici: Annie-Lunnette e Deakin-Foster – Maestro d’armi: Kate Waters; Direttore del Casting: Christopher Worrall CDG; – Text consultant: Tim Carroll – Direttore musicale: Jon Laird – Voce: Paula Stephens – Assistente alla regia e ai movimenti scenici: Gabriella Bird – Royal Shakespeare Theatre dal 14 al 25 aprile 2026





