di Raffaella Bonsignori

 

All’Ambra Jovinelli di Roma, dal 6 al 9 ottobre, il “teatro di narrazione” ha in Ferzan Ozpetek un interprete interessante. L’Ambra è un teatro che riapre dopo seicento giorni di chiusura a causa della pandemia. Un brivido percorre il pubblico a sapere di essere protagonista di un ritorno alla vita., in quella sala, accomunate dalla passione, dalla curiosità, dalla voglia di sedersi e osservare un palcoscenico che si anima sotto i loro occhi, saturando l’aria di parole e di storie.

La scena è aperta già quando si prende posto.

Sulla destra un tavolino da bar e due sedie, sulla sinistra due fari. Sullo schermo alle spalle del protagonista vengono proiettate foto del suo passato

Preferisco descriverla così, come farei su un copione, perché Ferzaneide è una chiacchierata libera di Ferzan Ozpetek con il suo pubblico, un’autointervista, sì, ma è anche teatro; un teatro che mi ricorda il cinema di De Niro ne “Gli ultimi fuochi, quello di una storia che esiste o che forse non esiste, una storia che non si conclude, perché è in un itinere perenne e, quando al protagonista viene chiesto: “E allora? Cosa succede dopo?”, la risposta che ottiene è: “Non lo so. Stavo solo facendo del cinema”. Ecco, al pari di De Niro, Ozpetek fa di se stesso, della sua storia semplicemente “teatro”: abbatte con eleganza e ironia la quarta parete, quella che si erge tra artista e fruitore del messaggio artistico, chiedendo le mezze luci in sala per tutto lo spettacolo; sovrappone i diversi aspetti della sua immagine artistica, piegandoli alla simpatia; sconvolge il tempo, poiché ogni partenza è stato un arrivo e ogni arrivo una nuova partenza. E, forse, il messaggio più importante dello spettacolo è proprio questo: il costante divenire della sua vita artistica attraverso gli accadimenti privati in un totale caos esistenziale che, per dirla con Bodei, genera quella verità formata da un puzzle con le tessere fuori posto, dalla frammentarietà, dal sacrificio dell’armonia in favore di una conoscenza parziale eppure illuminante.

Ozpetek entra sull’onda degli applausi. Simpaticamente scherza sulla scaramanzia di chi si muove nel mondo dello spettacolo: una bustina di sale in tasca, i calzini rossi che gli portano fortuna, amuleti nascosti. Inizia a dare indicazioni su una parte della sua personalità: le sue parole sono tessere disordinate di quel puzzle chiamato a comporre il racconto nella frammentarietà di Bodei. Svuota le tasche sul tavolino, un gesto pieno di significato. Tra i tanti oggetti anche un ansiolitico, un’altra tessera del puzzle. Sono tutti oggetti che hanno funzione mnesica, per lui, certo, ma che rappresentano anche qualcosa di privato da esporre e ne costituiscono emblema, perché, da quel momento, immobili e pur presenti, quegli oggetti fanno parte della scenografia, entrando nel racconto.

Il privato esposto è il leit-motiv dello spettacolo; è la nascita del mito intimo, che incarna la necessità di aprirsi agli altri, di lasciare, negli altri, traccia di sé; è il manifestarsi della perenne battaglia dell’uomo contro l’oblio. Ferzan Ozpetek si racconta e lo fa senza il tramite di attori, in un monologo

Temevo l’assenza degli attori; non della recitazione, ma dell’interpretazione che sanno offrire. Interpretare va al di là dell’essere. Il bravo attore, entrando in un personaggio, anche in un personaggio realmente esistito, riesce a tirare fuori aspetti psicologici forse ignoti al personaggio stesso, poiché vede da fuori e interiorizza. La sua è psicanalisi in arte. Forse è da lì che nasce il tormento che spesso divora gli attori. Tuttavia i miei timori si sono infine rivelati non del tutto fondati. La mancanza della compiutezza rappresentativa che avrebbe offerto un attore e che comunque si percepisce ove si guardi alla teatralità pura, è stata mitigata dalla freschezza e dall’immediatezza di Ozpetek nel raccontarsi con l’aria scanzonata dell’amico di vecchia data. Ha fuso persona e personaggio, facendo rivivere il concetto espresso dal termine etrusco fersu, che aveva il duplice significato di persona e di maschera, quello insito nel verbo latino personare, che significa rimbombare, proprio in riferimento all’eco che viene a crearsi quando qualcuno parla indossando una maschera.

C’è una vena ironica e autoironica assolutamente naturale, in Ozpetek. Niente di forzato. Si ride con naturalezza di avventure e sventure. La possibilità di conoscerlo veramente irretisce tutti. Anche se non basta una lunga chiacchierata per conoscere qualcuno, a volte non basta neanche una vita, nell’ascoltarlo il pubblico prova le stesse emozioni descritte da Proust nella Recherche quando parla dei divi che il protagonista non ha mai visto e che sfiorano  da lontano la sua vita: Ma se gli attori destavano in me tanto interesse e inquietudine, […] la vista del volto di una donna che pensavo potesse essere un’attrice dietro il vetro di un coupé, che passava per strada con i suoi cavalli fioriti di rose sulla fronte, che turbamento ben più prolungato lasciava in me, che sforzo impotente e doloroso per rappresentarmi la sua vita!”

Sul palco Ferzan trasforma se stesso in un personaggio collettivo: il pubblico resta pubblico ma si fa anche protagonista. Grotowski accosta la narrazione al gioco e il gioco al rito. C’è una liturgia comunicativa imponente dietro le parole teatrali; una liturgia che coinvolge molteplici piani: quello razionale attraverso la comunicazione, quello emotivo attraverso le impressioni, quello sensoriale attraverso l’immedesimazione.

Ebbene, il pubblico di Ferzaneide prova le prime attrazioni del Ferzan ragazzo, i suoi primi sentimenti, palpita con lui per un appuntamento mancato, un’attesa in un luogo sbagliato che trasforma un incontro in qualcosa di più grande, cristallizzato per sempre nella memoria. E, qui, di lui si nota lo scrittore, perché Ozpetek sa bene come si scrive, conosce l’arte del narrare e trova le parole giuste per catturare l’attenzione; ma è riduttivo pensare che il palcoscenico di Ozpetek sia un confessionale pubblico. La vita privata si intreccia costantemente con quella artistica: lui è nelle sue opere e le sue opere sono una parte importante di lui, di ciò che vede, di ciò che è stato e di ciò che è.

Trentacinque anni fa mi capitò di assistere ad una conferenza di Alberto Moravia, uno dei miei scrittori preferiti, in occasione dell’uscita di una sua breve autobiografia letteraria scritta per Bompiani. Gli posi una domanda, quella che, ingenuamente, ritenevo la domanda regina, la domanda delle domande: Quanto c’è di lei nei suoi personaggi?. Scoprii l’ingenuità e la banalità di quello che avevo chiesto dal sorriso bonario di Moravia e dalla sua risposta: “Tutto e niente”. E spiegò come un artista non possa non entrare in quello che fa, pur restando altro da quello che fa. Ho trovato la stessa fusione e la stessa separazione nelle opere di Ozpetek e nelle sue parole di ieri sera, pronunciate in volo radente sui suoi meravigliosi film: Bagno Turco, Le Fate ignoranti, La Finestra di fronte, Saturno contro

Il teatro nasce dalle parole, che a volte creano storie e altre volte raccontano la vita. Usualmente, per teatro di narrazione si intende un monologo teso a narrare una storia con un principio, una fine ed un corpo centrale, che seguono un indirizzo cronologico. Tutto questo rende necessaria una parola che sappia muoversi sul cursore della narrazione, che non subisca gli sbalzi e i singhiozzi della parola vissuta nel teatro rappresentativo; rende necessaria una parola sempre misurata, che incanti il pubblico e lo porti serenamente attraverso il contenuto, in assenza di colpi di scena e di conflitti. Una bella favola, insomma. Sotto questo profilo, Ferzan Ozpetek non si discosta solo dal teatro rappresentativo, ma anche da quello narrativo, poiché i suoi passaggi verbali sono quelli della quotidianità, mai perfetti, mai troppo distaccati, assolutamente diacronici. Il suo è teatro di salotto, potremmo dire; lui è Oscar Wilde con accenti decisamente più contemporanei nel descrivere cose e persone, un Proust sospeso tra Swann e Marcel, senza doversi difendere dagli attacchi beceri di Saint-Beuve, anzi gridando a gran voce quel Sono ia che affianca il titolo e che origina dalla femminilizzazione che un suo amico faceva del pronome; una femminilizzazione che trovo contenga una meravigliosa e spiritosissima esplosione di personalità. La storia narrata da Ferzan si nutre di autobiografismo: un ricchissimo microcosmo interiore che esce allo scoperto.

Vorrei, però, parlare di tre parole che mi hanno colpita: follia, velo e sensualità. La prima ricorre spesso; anche la seconda e la terza, invero, poiché sono contenute in molta parte del racconto, quand’anche non pronunciate.

La follia, nel racconto di Ozpetek, è l’indeterminazione di Heisenberg applicata non già alle particelle, ma alle persone, intese quali agglomerati di particelle. Il vorticoso girare degli atomi che ci compongono ha un ordine apparente; l’intero universo ha un ordine apparente. Ed è questo il succo della follia che Ozpetek sente di possedere e che ama negli altri, nei suoi amici, nei suoi amori, nei suoi genitori. Caos ed imprevedibilità. Anche Shakespeare amava i folli. Io dico sempre che nel Re Lear la figura in assoluto più centrata è quella del Matto, fedele alla sua verità, coraggioso nell’amare fino a sopportare l’allontanamento da parte di chi ama. Anche la follia di cui parla Ozpetek ha un’accezione positiva: la disegna sulla capacità di essere se stessi, al di là degli schemi e delle convenzioni sociali; sulla capacità di rivelarsi con tutti, di inseguire i propri ideali, ovunque portino; e, soprattutto, sulla capacità di ridere di se stessi e del mondo. Una follia dove lo spirito allegro raffigura “nella stessa forma espressiva, il delirio e la verità”, sempre per dirla con Bodei.

Il velo, invece, è il filtro del mondo; è l’anti-follia. La vita è fatta anche di questo. Il velo vorrebbe coprire, vorrebbe nascondere. È la follia, forse, ad impedirlo, a renderlo traslucido, a lasciar passare qualcosa di ciò che la ragione vorrebbe lasciare nell’ombra. Ferzan bambino riceve i consigli della mamma: “fallo ma non farti scoprire”. Il velo copre ma non troppo; dietro al velo ci si nasconde ma non troppo. È il paradigma di Ferzaneide, a pensarci bene.

E dal velo il passo alla sensualità è davvero breve. I sensi tessono la trama di questo racconto con fili dorati. Non parlo delle immagini più esplicite, che catturano risate ma, secondo me, fanno scendere un po’ il tono della storia, sottraendo ad Eros la contesa raffinata con Amore. Parlo della sensualità racchiusa nell’idea del primo incontro, della prima conoscenza di se stessi e della propria sessualità; parlo della sensualità racchiusa nello sguardo, lo stesso che accarezza le forme belle di un uomo, come quelle altrettanto belle dell’arte, di un ponte, di una chiesa, di un paesaggio; parlo della sensualità racchiusa nelle diverse sfumature di un rossetto, che seguono le diverse sfumature della vita, un intero arcobaleno di cose dette e di cose taciute, persino di cose legate per sempre a quella parte intima e familiare di sé che Ozpetek ritiene sempre viva anche quando la vita è cessata. E torna il velo, quello che separa il qui e ora dall’altrove in qualche altro tempo e che, a guardare bene, in trasparenza, si può ancora vedere. L’eternità esiste fuori da noi o dentro di noi, nel nostro pensiero vivo?

Questo racconto apre porte e finestre non solo nell’anima del protagonista, ma anche in quella di chi ascolta e da queste porte e finestre aperte entra anche il vento che agita le tende che getta una luce in tutta la stanza. Cambi di prospettive. Tra Ferzan e il pubblico c’è in mezzo una danza di immagini interiori che mutano da persona a persona e si esce sempre divertiti e arricchiti da una festa danzante.

 

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