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«È impossibile sentirsi soli». Elisabetta Giannini racconta “La leggenda del deserto”

Intervista alla regista: dalle immagini d’archivio di Carolina bambina al ritorno nel deserto, un racconto di memoria, appartenenza e di un’attesa che dura da decenni.

Lo scorso 8 settembre, nell’ambito della 23esima edizione delle Giornate degli Autori alla Mostra del Cinema di Venezia, è stato presentato La leggenda del deserto, l’ultimo film della regista e montatrice Elisabetta Giannini.

Al centro del racconto c’è l’incontro tra Carolina e il popolo Saharawi: due realtà lontane che il deserto finisce per avvicinare. Carolina ha appena otto anni quando entra per la prima volta in contatto con una comunità costretta all’esilio e alla vita in un campo profughi. Un’esperienza destinata a lasciare un segno profondo.

Molti anni dopo, ormai adulta, Carolina decide di tornare negli stessi luoghi della sua infanzia. Ad attenderla trova un popolo ancora sospeso, che non ha potuto fare ritorno nella propria terra. Il tempo è trascorso, ma la condizione dei Saharawi sembra essere rimasta immutata, mentre la speranza di tornare a casa si fa, giorno dopo giorno, sempre più fragile.

Elisabetta, tre anni fa, riguardando un vecchio archivio di famiglia, hai ritrovato le immagini di un viaggio nel deserto del Sahara che aveva come protagonista tua sorella Carolina, all’epoca di appena otto anni. Che viaggio era e cosa l’aveva portata fino a lì?

Mia madre, la regista Antonietta De Lillo, nel 1997 ha realizzato insieme a Jacopo Quadri e Patrizio Esposito il documentario Voci distanti dal mare, dedicato al popolo Sahrawi. In quel periodo aspettava me e non poté raggiungere i campi profughi in Algeria, così realizzò in Italia un’intervista a Fatima Mahfud, rappresentante del Fronte Polisario.

Dopo la mia nascita sentì però il bisogno di conoscere da vicino quella realtà che aveva contribuito a raccontare e decise di partire per l’Algeria portando con sé Carolina, che allora aveva otto anni. Di quel viaggio restano alcuni filmini di famiglia, ed è proprio da quelle immagini che ha preso forma il mio film.

Che effetto ti ha fatto rivedere quelle immagini dopo tanti anni? E quando hai capito che da quel materiale poteva nascere La leggenda del deserto?

Ho scoperto queste immagini mentre lavoravo al montaggio di un altro documentario, L’Occhio della Gallina: autoritratto di Antonietta De Lillo, e da subito hanno continuato a tornarmi in mente. Non tanto perché ritraessero mia sorella, quanto per lo sguardo di una bambina occidentale che si confrontava, forse per la prima volta, con una realtà completamente diversa dalla propria.

Mi sono chiesta a lungo cosa avesse provato Carolina, come si fosse sentita, se avesse avuto paura. Ma la domanda che più di tutte continuava ad accompagnarmi era un’altra: che cosa significa, per una bambina di otto anni, vivere in un campo profughi?

Di quale “leggenda” parli nella tua opera?

La “leggenda” nasce dallo sguardo di Carolina bambina, dal modo in cui a otto anni prova a dare un senso a ciò che vede e a immaginare che possa esistere una soluzione all’ingiustizia vissuta dal popolo Saharawi. È una forma di speranza quasi fiabesca, che il tempo mette inevitabilmente alla prova.

Nel film ritorna spesso il tema della casa, intesa non solo come luogo fisico ma anche come appartenenza, memoria, identità. Che cosa significa per te “casa”?

Prima di girare questo documentario associavo la parola “casa” a qualcosa di molto semplice: un luogo in cui sentirsi tranquilli, protetti, al riparo dal resto del mondo. Durante le riprese, però, questo significato si è arricchito di molte altre sfumature, soprattutto attraverso le parole delle persone che vivono la condizione dell’esilio. Per loro la casa non è soltanto il luogo in cui si è cresciuti, ma anche quello a cui si continua a desiderare di tornare.

Mi è rimasta particolarmente impressa la risposta di Ename, una ragazza cresciuta nel Sahara Occidentale sotto occupazione marocchina. Per lei casa è il luogo in cui ci si sente al sicuro. E mi ha raccontato di non essersi mai sentita davvero così.

C’è un momento vissuto nel deserto che senti ancora particolarmente vicino?

Una delle immagini che porto ancora con me è quella di un cimitero incontrato quasi per caso durante uno spostamento in macchina. In mezzo alla distesa del deserto, a un certo punto, abbiamo scorto delle forme emergere dalla sabbia e ci siamo fermati per capire di cosa si trattasse.

Abbiamo così scoperto un cimitero in cui ogni tomba era segnata in modo diverso, utilizzando ciò che era disponibile: un’antenna, dei massi, persino i resti di un’automobile. Quell’immagine, un cimitero costruito con materiali di fortuna nel cuore del deserto, mi è rimasta profondamente impressa.

Qual è stata la reazione di Carolina quando le hai detto che volevi tornare nel deserto?

Io e Carolina abbiamo sempre avuto una complicità molto silenziosa: tra noi non c’è mai stato bisogno di molte parole. Quando, due anni fa, le ho proposto di tornare insieme dai Sahrawi per realizzare un documentario che la vedesse protagonista, la sua risposta è stata semplicemente: “Ok”.

Con il tempo, però, la sua presenza si è rivelata fondamentale non soltanto davanti alla macchina da presa, ma soprattutto per la sensibilità con cui è riuscita a entrare in relazione con le persone che abbiamo incontrato. Carolina è diventata il tramite attraverso cui raccontare questa storia, e in fondo tutto nasce proprio da quello sguardo che aveva già da bambina. Lo si percepisce anche nelle immagini d’archivio: a otto anni ascoltava le domande con attenzione e restituiva risposte sorprendentemente consapevoli.

Al centro del film c’è soprattutto il popolo Sahrawi. Che cosa ti ha lasciato l’incontro con questa comunità e che cosa ti ha colpito maggiormente di quella “gentilezza” che Carolina riconosce in loro?

Forse proprio le loro case, non solo per come erano fatte, bensì per come erano sempre aperte e pronte ad accogliere persone: c’erano sempre bambini pronti a giocare, adulti pronti a fare un tè e chiacchierare. È davvero difficile sentirsi soli tra i Sahrawi. Tornata a Roma, il primo giorno, quando mi sono svegliata nel silenzio, è stato un colpo di tristezza assoluto.

Nel film emerge anche il rapporto complesso tra il popolo Sahrawi e l’Italia, che affronti con grande misura. Come hai scelto di raccontare questo legame?

Il rapporto tra l’Italia e il popolo Sahrawi è segnato da una forte contraddizione. Da una parte esistono iniziative di accoglienza e solidarietà, come il progetto dei Piccoli Ambasciatori, che abbiamo raccontato a Napoli grazie all’Associazione Tiris e alla sua presidente, Francesca Doria.

È un programma attivo da quasi quarant’anni e molti Sahrawi adulti ricordano ancora con affetto il periodo trascorso in Italia da bambini, ospitati da famiglie italiane. Per loro è stata l’occasione di conoscere una realtà molto diversa dalla propria e, allo stesso tempo, di ricevere le cure e le visite mediche necessarie.

Dall’altra parte, però, esiste una contraddizione difficile da ignorare: mentre accogliamo e sosteniamo il popolo Sahrawi, l’Italia intrattiene rapporti con il Marocco anche sul piano militare. È proprio questa distanza tra solidarietà e responsabilità politica ad avermi colpita profondamente.

Quella dei Sahrawi è una storia ancora poco conosciuta. Eppure, nonostante decenni di attesa e di esilio, continua a emergere una forte speranza nel ritorno. Da dove nasce questa capacità di resistere?

Credo che questa determinazione nasca innanzitutto da un profondo senso di ingiustizia e, forse, dalla necessità di continuare a credere che qualcosa possa cambiare. Quello che mi ha colpito di più è stato vedere come, dopo anni trascorsi ad attendere una soluzione pacifica e diplomatica, la speranza dei Sahrawi abbia progressivamente cambiato forma. Non è più soltanto la speranza in una soluzione, ma nel fatto stesso che l’immobilità possa finalmente interrompersi, fino ad arrivare, per alcuni, a considerare anche il ritorno alle armi.

Nel film volevo raccontare proprio questo: come un’attesa troppo lunga e la perdita di fiducia nella diplomazia possano portare persino un popolo tradizionalmente pacifico a vedere nella guerra una possibile via per ottenere giustizia. È forse l’aspetto che mi ha colpito più duramente: sentire associare alla guerra un sentimento di speranza. Credo che arrivare a questo punto rappresenti un fallimento enorme della nostra società e, più in generale, di un sistema internazionale che troppo spesso lascia la giustizia in secondo piano rispetto ai rapporti di forza.

I bambini attraversano il film con uno sguardo ancora capace di stupore e immaginazione. Che cosa hai letto nei loro occhi?

Ogni bambino che ho incontrato aveva un modo diverso di guardare quella realtà: c’era chi mostrava rabbia, chi diffidenza, chi una curiosità inesauribile. Ed è stato proprio questo a colpirmi, perché nei loro sguardi non c’era mai una risposta unica.

Bashir, però, ha avuto un ruolo particolare. In qualche modo è diventato lo specchio di Carolina a otto anni: attento, curioso, capace di osservare le cose con una semplicità che spesso arriva più lontano delle parole degli adulti. Uno dei momenti a cui sono più legata nasce proprio da lui, quando chiede a Carolina, con assoluta naturalezza, se potrebbe restare a vivere lì. In quella domanda, così semplice, mi sembra si concentri molto del senso del film.

Dopo La leggenda del deserto, hai già in mente il prossimo progetto?

Sono molto grata a Gabriella Gallozzi per avermi invitata a far parte della giuria Bookciak di quest’anno. Per me è stata un’esperienza nuova e stimolante confrontarmi con i lavori di altri giovani registi, nati dai due libri scelti per questa edizione, e condividere questo percorso con Costanza Quatriglio e Aurora Palandrani. Dopo la presentazione del mio film resterò quindi ancora qualche giorno a Venezia proprio per seguire questa esperienza.

Una volta tornata a Roma, riprenderò il lavoro su Vittoria Vagabonda, la mia opera prima di finzione, che sto scrivendo insieme a Mara Fondacaro e Alessandro Logli e che sarà prodotta da Antonietta De Lillo per Marechiarofilm. Parallelamente, sto iniziando a preparare anche Il Circolo, un cortometraggio scritto da Luca Zigone e prodotto da Sergio Panariello per Open Mind.

Insomma, il lavoro continua, sempre nel segno di un cinema indipendente che richiede molta tenacia, soprattutto quando le risorse sono poche, ma che continua a essere il luogo in cui sento di voler raccontare storie.

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La leggenda del deserto – Regia: Elisabetta Giannini – Sceneggiatura: Elisabetta Giannini, Elena Grillone Con: Carolina De Lillo Magliulo, Alien Abderrahmam, Bashir Fadel, Najat Salec, Junis Selma, Safia -Fotografia: Martina Zerpelloni – Montaggio: Andrea Campajola, Elisabetta Giannini – Musiche: Andrea Boccia – Produzione: Antonietta De Lillo (per Marechiaro Film) : Italia 2026

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