di Sofia Chiappini

Il concetto di “femminile” assume oggi, ogni giorno di più, nuove e imprevedibili forme, di cui la nostra società sistematicamente ignora i processi. Ci si rende facilmente conto come l’affermazione della donna, nel bene o nel male, sia attraversata da un sentimento di crisi. Il lavoro di Elena Arvigo incarna il tentativo di dare voce a questa frattura.

Riconoscimento” è la parola chiave dello spettacolo 4:48 Psychosis di Sarah Kane -andato in scena dal 7 al 9 febbraio scorso, allo Spazio Diamante-  con Elena Arvigo, regia di Valentina Calvani. Quando la parola si sottrae e si nasconde dietro le pieghe del nostro animo, quando anche solo un passo si trasforma in uno sforzo disumano, quando i piani del reale si confondono nell’immagine confusa che abbiamo di noi stessi: è in questo momento di trascendenza, sottomessa al giogo della vita, che si stagliano figure straordinarie della postmodernità. Ciò che sta dopo la modernità, senza evoluzioni e senza vittorie, è la parola poetica, sconnessa, interrotta di Sarah Kane, dove non si dà più speranza, dove c’è ancora amore, ma senza una storia e senza salvezza. L’atto finale del suicidio è già previsto, fin dall’inizio, come una promessa fatta allo spettatore, ma è ciò che accadrà ora a fare la differenza. Il tempo di Sarah e il tempo di Elena risultano inscindibili.

E’ un codice segreto quello che si scopre nella drammaturgia, necessariamente disordinata, di Sarah Kane. Di questo disordine Elena Arvigo ci dà un senso concreto e tangibile, con un allestimento fatto di oggetti insoliti e quotidiani allo stesso tempo, come per esempio il pallottoliere, che utilizza per tradurre scenicamente le sequenze numeriche che la Kane ci lascia nel suo testo. Se Kane pone una sfida, Arvigo e Calvani non si sottraggono. Non ci sono tagli: “Tutto è necessario nel testo, proprio perché a volte ti conduce all’esasperazione” ci dice Elena.

Kane scrive apocalitticamente, il suo è un tempo che “si accartoccia”. E’ il tempo in cui tentiamo di riconoscerci, di dire: “penso che tu pensi a me come volevo che tu pensassi a me”. Era un’illusione? Questa la straziante domanda di Kane con cui Arvigo affronta in controluce il pubblico, riducendo la sua figura a una sagoma nera senza volto. In questa gabbia mentale Elena Arvigo incarna una femminilità esasperata, impotente e sola. Per questo tempo che le resta -e in cui ci dona la sua verità- rimane ancora imprigionata, condannata a una rabbia irruenta, mentre è l’amore a rappresentare la sua unica, la sua ultima possibilità di vita. La vita è appesa al filo di un’allucinazione.

Zombie di Giorgio Diritti, con Elena Arvigo, Greta Buttafava, Sara Dho e prodotto da Aranciafilm, Rai Cinema e Fondazione Fare Cinema. Il film è stato presentato a Venezia come evento speciale di chiusura della “35^ Settimana Internazionale della Critica” -nella sezione SIC@SIC Italian Short Cinema- nel clima straniante, ma non per questo meno gioioso, del settembre 2020.

Ben diversa, dunque, con la sua maternità tenera e sommessa la protagonista Paola, interpretata dalla Arvigo. Siamo lontani anni luce dalla cruenza emotiva di Kane, qui tutto è ridotto all’osso, nonostante la sua pienezza. Una madre e una figlia, un padre assente. Nato in seno al progetto di sceneggiatura e regia “Dall’idea al set”, il cortometraggio affronta la tematica parentale, nonché i traumi infantili. L’egoismo è qui un atto solo apparentemente insignificante, un piccolo segreto tra me e te, che accade quasi per caso. Eppure questo cortometraggio arriva in un mondo nuovo, ormai trasfigurato dagli eventi, per cui risulta impossibile non chiedersi: “ma chi sono gli zombie?” Sono i risorti.

Innegabilmente esiste una certa continuità tra la figura grottesca -nonché splatter- dello zombie e la resurrezione dei morti. Questa macabra credenza religiosa, per cui alla fine dei tempi tutti i morti ritorneranno in vita, trae storicamente origine dalla convinzione consolidata fino al celebre anno Mille che il mondo stesse per finire. E tuttavia, non siamo forse proprio noi che sentiamo avvicinarsi la fine della nostra era; noi che come fantasmi di carta, mascherati – come una bambina travestita da zombie – cerchiamo di raggiungere gli altri, mentre quotidianamente ci ritroviamo costretti a gridare attraverso barriere invisibili?

E allora “riconoscimento” potrebbe diventare anche la parola chiave del cortometraggio Zombie, perché, come ogni figlio/a sa bene, è solo nel modo segreto e sempre privato, in cui riviviamo il dolore, che conosciamo noi stessi, che “cresciamo”. Ma tutto ciò può accadere solo a patto di specchiarsi nella propria bruttezza emotiva, qualcosa di tanto violento da trasfigurarci: solo così raggiungiamo la speranza concreta di poterci lasciare alle spalle le nostre paure.

Ma tutto ciò, senza arte, non può accadere.

Perché se davvero dobbiamo cercare di comprendere il senso di gioia, nascosto nella festa in cui i morti ritornano in vita, allora dobbiamo necessariamente riconoscere che ciò che più ci manca delle arti performative è una liberazione del corpo. Il teatro –e con le dovute differenze il cinema- ha avuto origine (quanto meno nella nostra era) nella piazza in rivolta. Si tratta di quel peculiare processo, per cui una società per un breve arco di tempo, cioè esattamente nel tempo della festa – o di un festival – rovescia e ridicolizza se stessa, diventa grottesca, libera e mette fuori posto tutti e tutte.

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