di Paola Tiriticco

 

 

C’è una sezione dei David di Donatello di cui si parla meno, più di nicchia. E’ quella dedicata ai corti, cinque opere finaliste che molto spesso sono emozionanti e lasciano un segno profondo.

Quest’anno i cortometraggi sono accompagnati da madrine e padrini speciali, personaggi famosi  che in un video casalingo sponsorizzano i colleghi meno conosciuti, chiedendo a tutti di vedere il loro corto su Rai Cinema. #AdottaUnCorto è l’occasione per vedere delle opere che toccano argomenti di attualità e sentimenti intimi con tutta la professionalità del grande cinema.

E’ il caso del vincitore del David di Donatello, “Inverno” di Giulio Mastromauro adottato da Beppe Fiorello.Un corto che ci proietta in mondo emotivo profondo e segreto, con un grande pudore che si traduce in immagini, suoni e scorci coinvolgenti.

Il regista in un’intervista ha dichiarato che la primavera arriva sempre ma a volte l’inverno lascia dei segni indelebili nella nostra anima, l’inverno è una stagione dell’anima.

Una stagione che Mastromauro riesce pienamente a raccontarci, ambientandola nel mondo dei giostrai greci, un luogo non luogo, universale quasi, dove l’umanità sembra ancora intatta e la famiglia è un guscio protettivo. In questo ambiente si svolge la storia che è allo stesso tempo personale e universale, guardata e vissuta con gli occhi di un bambino, Timo, che cerca nell’amore degli adulti che lo circondano, una spiegazione a quello che sta per succedere, una realtà troppo più grande di lui, troppo dolorosada affrontare.

Tutto in questo corto è invernale, dai silenzi ai colori, dagli sguardi alle giostre abbandonate, fino ai visi segnati dei protagonisti, dolenti, amorevoli ed impotenti. Ma piano piano, proprio quando il dolore arriva al suo culmine assestando il colpo finale, ecco che allora possiamo intravedere i segni della primavera, negli autoscontri rimessi a nuovo o nella giostra ben oliata. La vita ricomincia nonostante la sofferenza. Gli occhi di Timo sono cambiati per sempre, l’inverno ha lasciato il suo segno indelebile.

Altro corto molto emozionante è “Baradar” diretto da Beppe Tufarulo e adottato da Greta Scarano. La storia di due fratelli afgani (17 e 12 anni) che hanno lasciato Kabul e la loro casa bombardata, i genitori morti, e si trovano ad Istanbul dopo tre anni di viaggio. Un corto struggente, malinconico ed attuale, che i titoli di coda ci rivelano essere una storia vera. Alì è riuscito a raggiungere l’Italia, ha studiato legge all’università e oggi insegna in una scuola. Beppe Tufarulo ha detto che quando un suo amico gli ha raccontato questa storia non ha potuto fare a meno di diffonderla attraverso il linguaggio cinematografico, con la sua forza e le sue potenzialità didattiche.

“Il nostro tempo” di Veronica Spedicati, adottato da Matilde Gioliracconta invece la ribellione di una bambina di nove anni che mal tollera le imposizioni e le regole dettate dal padre e vorrebbe invece passare gli ultimi giorni delle vacanze con i suoi amici. La condivisione di momenti più intimi e la scoperta delle fragilità di suo padre Donato, la faranno crescere e colmeranno la distanza tra i due.

Gli ultimi due corti finalisti sono “Mia sorella” di Saverio Cappiello adottato da Marco D’Amore e “Unfolded” di Cristina Picchi adottato da Violante Placido. Due storie di legami sentimentali, di perdite e assenze.

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