Claudia Coli dà voce alla donna che plasmò Mussolini in un monologo di forte impatto emotivo a Teatro Torlonia
Grazie alla pièce Sarfatti, andata in scena dal 5 all’8 febbraio scorso al Teatro Torlonia, firmata da Angela Dematté su un’idea di Mario Mattioli, con la regia di Andrea Chiodi e l’intensa interpretazione di Claudia Coli, Margherita Sarfatti attraversa finalmente una soglia che, nella vita reale, le fu sempre interdetta: quella di Villa Torlonia. La residenza che dal 1925 al 1943 ospitò Benito Mussolini e la sua famiglia – concessa in affitto dal principe Giovanni Torlonia Junior per l’emblematica cifra di una lira l’anno – diventa oggi spazio simbolico e scenico di un risarcimento immaginario.
Collezionista, mecenate, critica d’arte, figura centrale dell’élite culturale italiana, Sarfatti fu per lungo tempo amante e stratega del futuro Duce, ma anche donna di origine ebraica, destinata a essere espulsa dal sistema che aveva contribuito a edificare. È proprio da questa contraddizione insanabile che prende avvio la drammaturgia: non una cronaca dei fatti – ampiamente documentati da saggi e studi – ma un’immersione nei moti interiori, nei ricordi, negli slanci e nelle fratture emotive di una donna che visse al centro del potere, senza mai appartenervi davvero.
La scelta narrativa procede per flussi di coscienza, attraversando stati d’animo cangianti: l’euforia della costruzione, il dolore privato, l’illusione di poter orientare il corso della storia. In scena prende forma una Sarfatti profondamente umana, fragile e determinata, emancipata rispetto al tempo in cui visse, segnata da una tensione costante che si traduce anche in gesti minimi ma eloquenti: la ricerca continua della sigaretta, simbolo di un’abitudine allora diffusa solo in ambienti alto-borghesi e aristocratici, diventa segno di inquietudine, controllo, appartenenza e solitudine.
Claudia Coli regge la scena con un monologo compatto e stratificato, nel quale si delinea con chiarezza una visione del potere che nasce prima di tutto dal racconto e dall’immaginario, dalla capacità di costruire un’immagine e imporla simbolicamente, molto prima di tradursi in leggi o assetti istituzionali , ed il passaggio testuale: «l’impaginazione vale più del discorso» è il fulcro di questa visione. In questa prospettiva, Mussolini appare inizialmente come una figura ancora grezza, fuori posto nei salotti dell’aristocrazia, destinata a essere progressivamente modellata, vestita e “impaginata” come un prodotto editoriale. Il riferimento alla sua esperienza giornalistica e all’avventura dell’Avanti! è esplicito.
Il racconto attraversa i momenti cruciali della vita di Sarfatti: il lutto devastante per la perdita del figlio in guerra; l’impegno instancabile nel promuovere il gruppo Novecento Italiano; il sostegno a figure come Sironi, Marinetti e Balla; fino all’organizzazione della partecipazione del gruppo alla Biennale di Venezia del 1924. Qui la narrazione si fa più intima e si allontana temporaneamente dall’orbita mussoliniana, portando in primo piano la difficoltà, per una donna negli anni Venti e Trenta, di dirigere e imporsi in un mondo artistico dominato da uomini di fama internazionale, in un’epoca che relegava il ruolo femminile alla sfera domestica.
La regia di Andrea Chiodi accompagna con misura e intelligenza questa partitura emotiva, sostenuta da una scenografia essenziale ma fortemente simbolica. Il cubo ideato da Guido Buganza, illuminato dalle luci di Orlando Cainelli, diventa una teca luminosa , nella quale Sarfatti è ella stessa reperto vivente: museo e prigione insieme, vetrina del mito e spazio della condanna.
All’interno di questa struttura, una seconda teca in miniatura custodisce una statuina del Duce con il braccio teso; la Sarfatti gioca con la statuina così come ha giocato finché ha potuto con il duce, “quasi” burattino nelle sue mani. Le teche si trasformano in gabbie, lasciando la Sarfatti e Mussolini, entrambi intrappolati: lei nel ruolo di artefice, lui nella maschera che gli è stata cucita addosso,
La sala gremita e l’entusiasmo del pubblico – con una lunga lista d’attesa di spettatori rimasti fuori – testimoniano l’efficacia di uno spettacolo che ha saputo coinvolgere e interrogare. Applausi convinti hanno salutato la prova attoriale di Claudia Coli e l’intero team artistico, suggellando una messa in scena intensa, necessaria e profondamente contemporanea. Il Teatro Torlonia, con la sua storia stratificata e il recente recupero come spazio culturale, si conferma cornice ideale per un lavoro che dialoga con la memoria del Novecento. Nato all’interno della storica villa romana e restituito alla città dopo un lungo restauro, il teatro rappresenta oggi un luogo di riflessione, capace di accogliere narrazioni complesse e scomode come questa.
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Sarfatti – di Angela Dematté, da un’idea di Massimo Mattioli, regia: Andrea Chiodi – con: Claudia Coli, scena: Guido Buganza, luc:i Orlando Cainelli – Teatro Torlonia, dal 5 all’8 febbraio 2026
Foto ©Grazia Menna





