di Fabio Salvati

 

 

 

Per le rime. Beatrice risponde a Dante

Scritto e diretto da Enrico Bernard

Con Melania Fiore

Al Teatro Tordinona – Sala Strasberg –

fino a domenica 12 maggio

 

Sfidare Dante in rima è una di quelle imprese che sembrerebbe ardita di primo impatto, anche se la tenzone rimata appartiene a una certa tradizione che nell’Italia centrale ha sempre avuto un largo seguito. Ma a farla con il sommo dei Poeti forse si poteva permettere solo la più limpida delle sue personificazioni: l’amata Beatrice. E l’impresa tentata da questo brillantissimo testo di Enrico Bernard, cui ha prestato voce e azione la splendida Melania Fiore, può dirsi riuscita alla perfezione.

L’idea di fondo è quella di immaginare che il personaggio di Beatrice (in scena alle prese con occupazioni tutt’altro che nobili, come stendere e stirare panni) si incarichi di rispondere al suo poeta rivendicando la propria vocazione terrena e la propria femminilità, a dispetto della insopportabile aura celeste che il sommo Poeta -tutto impegnato a cristallizzare in eterno la sua fama in endecasillabi- ha preteso di costruirle addosso. Fatalmente il registro seguito è quello del conflitto dialettico, a cominciare dai primi sonetti del massimo esponente dello Stilnovo fino al viaggio ultraterreno immaginato nella Commedia. Se a fissare la vocazione tutta terrena della Beatrice in scena non bastasse il suo continuo attendere ad occupazioni casalinghe, a ribadirne l’imperfezione mondana (ma al tempo stesso moderna) ci pensa una certa sua proclività al bere, che la fanno tanto assomigliare alla Martha alcoolizzata ideata da Albee nel suo Chi ha paura di Virginia Woolf.

Di sorso in sorso, sempre più sciolta nel suo ardire polemico, Beatrice imposta il duello sulla struttura stessa della lingua volgare usata da Dante: quella sua stucchevole ricerca di una lingua cardinale, bassa ma capace di contenere anche i temi metafisici, con il risultato alla fine di apparire meno universale di quella, semplice, utilizzata dal suo contemporaneo Francesco d’Assisi, capace di entrare nel cuore di tutti con le sue laudi, senza il bisogno di bussole interpretative.

L’incedere polemico si via via più ardito e Beatrice ha da parte anche qualche rilievo sulla originalità dello spunto dantesco del suo viaggio ultraterreno, debitore come è di più di un modello classico, a cominciare dal mito di Orfeo.

Ma il cuore della sua polemica è tutto contro la mancanza di normalità in Dante, quella stessa che gli ha impedito di sfiorarla come donna (anche solo con lo sguardo) e tutto sommato quella stessa che ha voluto irragionevolmente far sprofondare nel girone dei lussuriosi dell’Inferno i poveri amanti Paolo e Francesca, colpevoli solo di essersi lasciati travolgere dalla loro passione. Vertice del conflitto dialettico (tutto portato sulla musicalità di una versificazione ammirevole) è il rimprovero sul piano metafisico che la moderna Beatrice muove a Dante, tutto proteso a cercare Dio nella luce perfetta dell’Empireo, dimenticando che l’universo si muove e si compie piuttosto attraverso l’ordito manchevole delle vicende umane, laddove – in un bacio non dato o nel rammarico di una promessa d’amore scaduta- si manifesta meglio l’Assoluto. Tutto sommato è lei che impartirà al Sommo Poeta la lezione della relatività.

Spettacolo da non mancare. C’è tempo fino a domenica

 

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