di Giorgia Leuratti

 

 

Fili di luce, una panchina, il fischio assordante di un treno in corsa; due interlocutori ad abitare la penombra: “Chi siamo noi? – disse il capostazione al giovane appena assunto”: è la stazione limbo per l’evocazione di immagini, nodo entro cui le storie s’impigliano, luogo immaginato in “Barzellette” di Ascanio Celestini, dal 5 Novembre al Teatro Vittoria di Roma.

Nel viaggio senza rotta, nel catalogo d’inattese destinazioni, la stesura di un brogliaccio di barzellette diviene passe-partout per l’esplorazione delle esistenze: l’aneddoto si sovrappone all’aneddoto, si libera della connotazione circostanziale per costruire uno strato di significati, una traiettoria per le idee.

La partenza, il ritorno, l’interruzione di un errare; tutto si fa destinazione: laddove il capostazione è spirito saggio, veicolo per l’indagine di favole e facezie; il suo apprendista trascrive barzellette, le ruba da voci straniere, vi cade dentro fino a far confluire la sua storia con quelle storie.

Tre poeti in esilio in Siberia, un carcamano giunto in Australia, poi un villano, un commissario, galli afoni e scacchisti con le farfalle in testa; nel sovraffollamento di aneddoti va a slabbrarsi il confine tra vita e facezia, tra morte e vita.

Attraverso il linguaggio spezzato, la ripetizione, il ricorso alla balbuzie come significante drammatico, la barzelletta si fa detonatore per microstorie parallele e distanti: dapprima accompagnato da un musicista geometra, poi guidato dalla voce fuoricampo del suo conduttore, il narratore prosegue il suo viaggio.

Riesce a “smorzare l’attenzione”, a solleticare, a creare associazioni, affermandosi come mezzo d’approccio alle realtà più disparate, la barzelletta è resa sonda poetica, che ribaltando nessi acquisiti e logiche usurate, indaga il confine impercettibile tra riso e dramma.

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