di Giorgia Leuratti

 

 

Sono immobili le loro sagome, seduti a terra le circonda una bianca fluorescenza, cominciano a correre nella traiettoria concentrica d’un non luogo.

Non ci sono coordinate, ne suggerimenti spaziali in “Augusto”, opera di Alessandro Sciarroni, in scena al Teatro Argentina di Roma lo scorso 8 e 9 Settembre: opera inaugurale del festival “Short Theatre” essa si priva della parola, trasforma il corpo nel segmento dinamico di un significato più grande.

Si guardano, sorridono, rimbomba l’eco dei loro passi raggiungendo la sincronia del ritmo: non c’è verbo ma verso d’ilarità, un verso iterato, primo accenno della volontà di interazione.

Ed ecco che il sorriso si tramuta in risata; sulla durata d’un tempo impercettibile risuona echeggiante, rimbomba gutturale, giunge stremata.

Nell’impossibilità di estrapolare un primo, ragionevole lapillo d’un flusso ormai totalizzante, ci scopriamo coinvolti: un ignoto solletico ci spinge a ridere a nostra volta, la platea emette suoni senza afferrarne la ragione.

Ed ecco che il riso si tramuta in singhiozzo; il turbine ipnotico che dapprima ci scuoteva, nell’arco di poco tempo diviene grottesco: la metamorfosi è nell’urlo, nel pianto.

Laddove i corpi ripetono le loro traiettorie, procedono con varianti simulando abbracci, schiaffi, cadute; vediamo assottigliarsi la filigrana che separa lo slancio dallo strazio.

Si accorpano, si scorporano, di colpo s’abbandonano ad una corsa energica pari a quella di molecole impazzite: le loro mani son ora strette a comporre un girotondo flessuoso.

Se ciò che vediamo è una catena dinamica di corpi, è la voragine d’un suono profondo a guidare i loro movimenti, ad assorbire quelle risate inquiete fino a farle sfociare nel lamento: originatosi dal respiro interrotto, esso diviene singulto dolorante, reca in se una componente rauca, grottesca.

Al di là della convulsione dinamica, nell’alternanza repentina degli umori, ritroviamo una tensione irriducibile: quella dell’uomo- clown, dell’uomo Augusto che nell’esasperazione gutturale dei suoi spasmi nasconde il desiderio profondo di incontrarsi con l’altro, di attivare in lui una complicità, un riconoscimento.

Costruito sulla vitale interazione di nove performers (Massimiliano Balduzzi, Gianmaria Borzillo, Marta Ciappina, Jordan Deschamps, Pere Jou, Benjamin Kahn, Leon Maric,Francesco Marilungo, Cian Mc Conn, Roberta Racis, Matteo Ramponi) l’opera del Leone D’oro 2017, fonde il gesto coreografico alla pregnanza semantica della musica (Yes Soeur!) e del disegno luci (Sebastien Lefèvre) permettendo ad ogni elemento di porsi come “filamento necessario e combinatorio” di un’esperienza.

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