di Laura Dotta Rosso

 

Fumo, sacchi della spazzatura distribuiti su tutto il palcoscenico, il tipico albero stilizzato che questo testo impone, un signore che spezza il giornale e un altro intento a togliersi una scarpa. Questo il quadro che accoglie gli spettatori di “Aspettando Godot”, in scena al Teatro Vittoria dal 19 al 24 novembre con la regia di Claudio Boccaccini, già in giro per i palcoscenici d’ Italia da quattro anni. Vladimiro ed Estragone sono soli a contemplare le loro vite, a lamentarsi della fame, del freddo e di Godot che li fa attendere. Un’attesa che non terminerà mai, un tempo che sembrerà infinito, immobilizzato, una pausa che farà insediare il dubbio di aver davvero avuto un appuntamento.

A spezzare la monotonia arrivano Pozzo e Lucky, rispettivamente il proprietario terriero del campo in cui aspettano Vladimir ed Estragone e il suo facchino. Pozzo è vestito da domatore, ma invece di leoni, comanda Lucky il cui collo è ben stretto dal cappio di una corda. In questo scambio di battute tra i quattro protagonisti, è evidente come la realtà percepita, può mutare radicalmente da un minuto all’altro; il dittatore si trasforma in un gentiluomo che regala ossi, allieta raccontando il crepuscolo, ascolta i desideri dei suoi interlocutori. Lucky non è un uomo stanco, trattato male e sfinito dalla vita, ma una seccatura che il dolce e commiserevole padrone è costretto a subire.​

Il facchino viene trattato come un fenomeno da baraccone, il tempo scorre, il messaggero mandato da Godot, comunica che il suo padrone arriverà il giorno seguente; ancora una volta bisogna aspettare e la percezione del mondo non è più tangibile: “Ho forse dormito mentre gli altri soffrivano?”.​

Un racconto ironico, colorato dall’accento emiliano e napoletano, da siparietti che richiamano all’atmosfera circense, eliminando la sensazione di essere distanti dall’epoca del testo di Samuel Beckett. Si percepisce l’eleganza della regia, l’intendo di analizzare tante fotografie differenti impresse nella memoria del pubblico; la scelta musicale è raffinata, mezzo eccellente per veicolare la comicità, pur rimanendo nella poesia intrisa nella narrazione. Gli interpreti Pietro De Silva, Felice Della Corte, Roberto Della Casa, Riccardo Barbera e Francesca Cannizzo riescono a cogliere la malinconia senza annoiare, la comicità non cadendo nel ridicolo.

 Le luci contribuiscono a migliorare l’ambiente, rendendo più veritieri i dialoghi. Non convince la scelta dei dialetti così evidente e marcata, in alcuni momenti ci si dimentica del testo originale e non si comprende il motivo per cui due dei cinque personaggi, in contrasto, non abbiano nessun tipo di inflessione linguistica. Il lontano richiamo al circo è interessante ma, a tratti, disorienta.​

Lentamente si torna a spezzettare giornali, a provare a togliersi una scarpa, lentamente ci si ritrova ad attendere. L’unico punto fermo è rimasto l’albero, la natura, perché il tempo, anche se percepito in maniera diversa scorre e, lentamente, cala il buio.

 

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