di Giorgia Leuratti


Lo sguardo, ma anche la riflessione sullo sguardo l’epicentro drammatico di  “Antichi maestri” che si apre sulla scena immobile di una contemplazione.

Tre uomini di spalle guardano i quadri affissi alle pareti: Atzbacher osserva Reger, Reger osserva il quadro di Tintoretto, ma anche l’occhio dello spettatore appare a loro complementare, necessario e funzionale alla completezza della rappresentazione.

In scena al Teatro Vascello di Roma fino al 28 novembre Antichi maestri, l’opera di Thomas Bernhard, è interpretato dalla regia di Federico Tiezzi che nella coloritura espressiva dei personaggi, nella creazione di un ritmo dinamico, nella scelta di una scenografia essenziale quanto comunicativa, fonda il suo approccio all’opera del drammaturgo austriaco riproponendo la domanda senza tempo sulla natura del fatto artistico.

Veicolata dal pensiero dell’abitudinario e scorbutico Reger, una tranquilla visita alla Sala Bordone della Pinacoteca di Vienna si trasforma in una disquisizione esistenziale sullo statuto dell’arte, ora nel ribaltamento del suo canone tradizionale, ora nella certezza della sua inevitabile dipendenza dallo Stato.

Se allora le mani di El Greco sembrano stracci bagnati, Beethoven è uno sprovveduto comico, Heidegger un ridicolo filisteo nazista con pantaloni alla zuava, perché l’uomo continua a nutrirsi di arte?

Dove l’aprirsi di una lunga digressione sulla vita del musicologo appare come pura espressione di uno spirito nostalgico e malinconico, è questa a rappresentare la chiave di volta della rappresentazione e il tentativo di spiegarne gli interrogativi.

Anche di fronte alla perdita, alla non accettazione, alla vecchiaia, al cessato interesse per l’esistenza,  l’arte rimane lo strumento per la sopravvivenza. È l’arte ciò che nonostante l’impossibilità di perfezione formale e la sua dipendenza dagli organi statali, ha la capacità di tenere in vita l’uomo.

Dipinti come negativi alle pareti e una grande architettura luminescente costruiscono le basi di una scenografia (Gregorio Zurla) resa dinamica dal gioco di luce (Gianni Pollini) e dai continui spostamenti scenici.

Raggiungono un equilibrio organico gli attori Sandro Lombardi, Martino D’Amico e Alessandro Burzotta che permettono ai loro personaggi di caratterizzarsi anche e non solo attraverso l’interrelazione e la reale armonia della scena.

 

 

 

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