di Claudio Riccardi

 

Ascoltare con rapimento, emozionarsi, riflettere. Sì, è ancora possibile di fronte a uno dei pilastri della letteratura antica. L’Iliade torna avvincente ed epico grazie alla potenza evocativa delle parole di Corrado D’Elia. L’attore milanese ha letteralmente attaccato alle poltrone gli spettatori accorsi a Teatro Belli dal 7 al 10 aprile. E’ riuscito anche nell’ardua impresa di ricevere totale attenzione da parte delle numerose scolaresche che si sono avvicendate in platea nelle varie repliche.

Il segreto? Risiede nell’aver interpretato il poema di Omero alla maniera dei nostri avi, quando il racconto delle storie non era mediato da televisori, schermi e messaggi registrati. Niente likes, reels, condivisioni.
Ci si riuniva intorno a un tavolo, a un focolare o al centro di una stalla. Un narratore prendeva voce e con enfasi iniziava a tessere vicende, a imitare personaggi. A disegnare immagini, stati d’animo e situazioni con il solo uso della voce, delle intonazioni, delle inflessioni. Silenzi e urla, sospiri e sequenze incalzanti. Generatori di viaggi incredibili per i cuori e per le menti degli ascoltatori.  

Corrado d’Elia, moderno cantore, ha trasposto sul palco del Belli questa modalità d’interazione pura e priva di sovrastrutture. Scenografia ridotta ai minimi termini, uno sgabello e un sapiente utilizzo delle luci, musiche d’atmosfera. Chiara Salvucci, Christian Laface, Gabriele Copes i nomi dei collaboratori.

La parola e la mimica del corpo sono i punti focali dello spettacolo. Un susseguirsi di riflessioni, elegie e salmi che l’artista padroneggia con sicurezza, energia e sapiente gestione dei tempi. D’Elia è un gigante sul palco. Incarna nei vari personaggi lo spettro delle emozioni e dei simbolismi. Amore e odio, arguzia e inganno, forza e debolezza, umanità e mito. Paradigmi che uniscono passato e presente.

Achille, Agamennone, Andromaca, Elena, Ettore, Menelao, Priamo. Achei e troiani.
L’attore meneghino, che ha anche curato l’adattamento di questa Iliade, anima personaggi molto diversi tra loro. Ne costruisce i caratteri transitando per episodi anche “ordinari” che sono il racconto delle nostre vite di oggi. Le relazioni e i rapporti di forza in campo si configurano come uno schema univoco che attraversa le epoche. Definisce identità, valori universali.

Da racconto le parole si fanno poesia, nel senso originale e originario di creazione. Diventano luogo dell’anima e, contrastando la liquidità dei tempi odierni, restituiscono significato al divenire. Il pubblico è totalmente immerso in una dimensione sì tanto intensa quasi da ipnotizzare.
Poi però tutto all’improvviso termina, lo sgabello sparisce nell’oscurità, si alzano le luci.
Dalla platea applausi, e ancora applausi.

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