Il concerto di Bob Dylan a Roma al Palasport nella sua seconda data italiana
Seconda data italiana del ritorno di Bob Dylan, con il suo Lights of Autumn Tour. Sarà giovedì 5 novembre sotto la cupola di cemento del Palasport all’Eur di Roma.
Un appuntamento atteso, che misura non tanto l’avanzare dell’età del profeta del rock, ormai ultraottantenne, quanto il trascorrere della nostra, di noi spettatori plaudenti, ancora aggrappati all’illusione che il tempo possa fermarsi. Almeno nelle stagioni del cuore, scandite dalle sue canzoni.

L’Eur, del resto, è un luogo ideale: un quartiere pensato per manifestazioni civili, azzeccato di prospettive metafisiche, dove il vuoto urbanistico si sposa da sempre benissimo con la retorica. Dunque, quale cornice migliore per accogliere un artista ottuagenario che da decenni ha fatto del suo sottrarsi al pubblico la sua vera professione?
Come ci hanno ampiamente dimostrato i suoi due precedenti in Italia, a Milano e a Bologna, ci possiamo già pronunciare senza tema di smentita sulla liturgia in campo: accorrerà tutto il bel mondo della capitale (o ciò che ne rimane) a rinnovare i fasti malinconici delle stagioni passate del finto pauperismo. Intellettuali in loden ricondizionato, funzionari ministeriali nostalgici del Sessantotto, con il biglietto vip nel taschino e una vasta schiera di attempati accorsi da ogni dove pronti a farsi sequestrare lo smartphone all’ingresso. Già perché il concerto, come è accaduto nei due precedenti, è free phone. Niente lampi che annunciano recapiti, né squilli improvvisi a disturbare il vicino, né meno che mai mani alzate a immortalare ciò che i nostri occhi, dal vivo, saprebbero catturare benissimo. Fin qui niente di male: ma viene il sospetto che di questi tempi il vero lusso borghese non è più l’aragosta fuori stagione, ma due ore di forzata disintossicazione dal digitale, spacciate per esperienza mistica. Un capolavoro di pedagogia al contrario: si paga profumatamente un biglietto non solo per sentire un uomo che strimpella il pianoforte voltando le spalle al pubblico, ma per farsi privare dell’unico strumento con cui certifichiamo la nostra esistenza: la fotografia imprecisa di una sagoma che si esibisce, da mostrare l’indomani ai colleghi di scrivania. Altri musicisti hanno intrapreso per i loro concerti la medesima modalità per l’ingresso, intendendo probabilmente che il pubblico accorso si possa concentrare sulla musica piuttosto che sul corrivo impiego del cellulare. Un richiamo alla concentrazione, quindi, con buona pace di questa appendice che rechiamo fedelmente con noi in ogni dove. Ma la musica, è la musica che in questo caso si profila come un enigma: Dylan non canta più le sue canzoni, le scompone, le mormora, le distorce, con lo stesso vezzo dispettoso di un vecchio zio che nasconde i dolci ai nipoti per il solo gusto di vederli cercare.
Like a rolling Stone diventerà un blues zoppicante, Blowin’ in the wind (ammesso che sia inclusa in scaletta) una nenia incomprensibile e il pubblico, composto in gran parte da persone che a casa ascoltano le solite tre playlist di nostalgia su Spotify, annuirà compiaciuto. Tutti riuniti sotto la medesima nostalgia a compiacersi per la sviolinata all’avanguardia che fu.
D’altra parte il Nobel per la Letteratura che gli è stato conferito a Dylan è servito a questo: a legittimare l’incomprensibilità immanente e resistente del suo esistere e del suo poetare (lasciando da parte il suo atteggiamento arrogante verso L’Accademia di Svezia che glielo aveva conferito). Per il resto, il processo di monumentalizzazione della sua figura è partito, anche senza il suo volere; e per qualcuno ormai ogni sua nuova esibizione è una specie di occasione di visita di riguardo. Come si fa con i “busti al Pincio” la domenica mattina.

All’uscita del Palasport, verso la Colombo, tra il traffico paralizzato e la consueta nebbiolina umida di novembre, la folla si ritroverà inevitabilmente a commentare quanto il Maestro sia sempre un passo avanti nelle sue scelte. Basti pensare a come abbia saputo spogliare del superfluo le sue canzoni, fino a renderle quasi irriconoscibili. Intanto, tutti torneranno in possesso dei propri cellulari, liberandoli dalle custodie sigillate consegnate all’ingresso, per scoprire che, nelle due ore del concerto, il mondo ha continuato tranquillamente a girare anche senza di loro. A conti fatti, sarà forse questa l’unica vera lezione che Bob Dylan ci avrà impartito. Facendoci persino pagare il biglietto.
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Lights of Autumn Tour – Il concerto di Bob Dylan – il 05 novembre a Roma al Palasport dell’Eur
Foto ©Fonti Aperte, Notizie Musica, Corriere Online





