L’amore, il desiderio, la gelosia e la necessità di libertà sono sentimenti che attraversano il tempo e che trovano nel Bardo di Avon una delle loro rappresentazioni più affascinanti.
È il Teatro Quirino di Roma, storico punto di riferimento della prosa capitolina, a fare da cornice, ieri sera, al debutto del nuovo allestimento firmato dalla regia di Daniele Salvo, in scena fino a domenica 8 novembre. Una sala gremita e un pubblico partecipe accolgono una giovane compagnia di interpreti chiamata a confrontarsi con uno dei testi più complessi e intensi della drammaturgia shakespeariana. Un debutto che si apre nel segno di una grande partecipazione, confermando la forza di un classico capace di interrogare ancora oggi il nostro tempo.
La vicenda si sviluppa attraverso un intreccio di storie che si incontrano e si sovrappongono. Ad Atene Teseo, duca della città, si prepara a sposare Ippolita, regina delle Amazzoni, conquistata attraverso la guerra. Intanto quattro giovani si ritrovano coinvolti in un complicato gioco sentimentale. Ermia ama Lisandro, ma il padre Egeo vuole imporle Demetrio, che a sua volta è amato da Elena. La fuga dei ragazzi nel bosco apre le porte a un universo governato da altre leggi, quello di Oberon e Titania, re e regina delle fate. Qui entra in gioco Puck, folletto dispettoso e imprevedibile che attraverso un filtro magico sconvolge le relazioni e i desideri dei protagonisti. A queste vicende si aggiunge quella di un gruppo di artigiani goffi che prepara una rappresentazione teatrale per le nozze del duca. Sono cinque fili narrativi che Shakespeare fa procedere su binari diversi, fino a farli incontrare nel bosco. Le storie si richiamano e si influenzano a vicenda, confondendo i confini tra realtà e finzione.
Dimenticate però i boschi incantati e i fatati balletti in tutù in quest’opera la cifra registica di Daniele Salvo trova la sua apoteosi visiva e concettuale. Il regista applica al capolavoro shakespeariano la sua innata attitudine monumentale e classica, affinata già nel passato nella direzione dei grandi testi tragici al Teatro Greco di Siracusa (come Edipo Re e Aiace) e al Globe Theatre di Roma, elevando la commedia ben oltre i confini del semplice racconto fiabesco. L’allestimento rifiuta la semplice lettura filologica per farsi esperienza architettonica e atmosferica, dove scenografie evocative e fumi densi con improvvisi giochi di luce e una partitura sonora avvolgente trasformano la scena in un’allucinazione d’autore. In questo spazio sospeso, il regista esalta il corpo e la voce dell’attore si avvale di interpreti dal forte carisma espressivo come Melania Giglio, con la quale rinnova una collaborazione artistica. Salvo spinge la recitazione verso un ecosistema di estremi, perimetrando una dimensione viscerale e tragica e profondamente poetica.
La regia lavora abilmente sul contrasto tra il mondo della città e quello della natura. Atene è il luogo dell’ordine, della legge e delle convenzioni sociali, mentre il bosco si colloca deliberatamente al di fuori di questo sistema ed è un passaggio che non rappresenta soltanto un cambio di ambiente, ma un profondo mutamento nel modo di comportarsi e di guardare se stessi. I personaggi, una volta immersi nella foresta, si lasciano guidare da impulsi che nella vita quotidiana restano repressi. In questo contesto, il regista riesce a far convivere un tono comico ed uno grottesco con una costante erotica coerentemente con l’originale shakespeariano.
La compagnia dà prova di rara versatilità e Alessandro Marmorini dà corpo a Teseo e Oberon, mentre Carlotta Mangione interpreta Ippolita e Titania. Il raddoppiamento dei ruoli crea un parallelismo tra la corte ateniese e il regno delle fate. I due mondi sembrano riflettere dinamiche di potere e conflitti che, pur assumendo forme diverse, si assomigliano. Anche Martino Duane interpreta due personaggi, Egeo e Quince, collegando così il mondo dell’autorità familiare a quello degli artigiani e del teatro.
Al centro dell’intero meccanismo si trova Puck, interpretato da Melania Giglio. È lui a muovere gli eventi e a trasformare il bosco in uno spazio dominato dall’equivoco. Il filtro magico che altera i sentimenti degli innamorati diventa una delle intuizioni più interessanti della pièce. Shakespeare sembra chiedersi quanto siamo davvero padroni di ciò che proviamo e quanto invece l’amore sia esposto alla brutalità del caso. Non tutti i sentimenti nascono da una scelta consapevole e non sempre ciò che desideriamo corrisponde a ciò che crediamo di volere.
I costumi di Daniele Gelsi contribuiscono a distinguere i diversi universi della rappresentazione. Il mondo della corte richiama l’estetica elisabettiana impregnata di gusto barocco che si esprime attraverso abiti con strutture importanti e con tessuti preziosi e decorazioni elaborate. Le gorgiere e i volumi ampi degli abiti restituiscono una regalità quasi pittorica e sottolineano il peso delle gerarchie e delle convenzioni. Il mondo del bosco segue invece una direzione completamente diversa. Le creature fatate e gli elfi assumono sembianze quasi animalesche attraverso maschere zoomorfe, mantelli materici ed elementi vegetali. I corpi degli interpreti si trasformano in presenze ibride e misteriose, sospese tra natura e immaginazione. Le maschere nascondono i volti e modificano l’identità dei personaggi. Il mondo verde di Shakespeare prende una forma concreta, lontana dall’immagine rassicurante di un semplice luogo incantato.
Anche le luci di Giuseppe Filipponio partecipano alla costruzione di questo linguaggio. Le tonalità fredde del blu accompagnano la dimensione regale e creano un’atmosfera sospesa, mentre il rosso acceso introduce una componente più inquieta e drammatica nel mondo “verde” del bosco. Il colore diventa uno strumento narrativo che accompagna il passaggio tra i diversi stati emotivi della vicenda. Le scene di Fabiana Di Marco e le musiche originali di Patrizio Maria D’Artista completano l’impianto visivo e sonoro, sostenendo il ritmo della rappresentazione e il continuo alternarsi dei registri.
Come da progetto drammaturgico la forma del linguaggio distingue i mondi sociali e sentimentali nella commedia. Le fate si esprimono attraverso versi e filastrocche, gli innamorati utilizzano un linguaggio più vicino alla lirica amorosa, mentre gli artigiani parlano in prosa. Spicca il teatro nel teatro, coerente con Shakespeare quando la disastrosa tragedia degli artigiani si fa farsa, e costringe la platea a guardare attori che guardano altri attori e scompare il confine tra realtà e finzione.
Gli interpreti dimostrano energia e presenza scenica e una capacità nel sostenere i continui cambi di registro richiesti dal testo. La prova corale in inglese è un progetto che rende bilingue questa compagnia giovane, questa scelta apre il lavoro a una dimensione internazionale che riconosce nella lingua originale una parte fondamentale dell’identità dell’autore.
Quando l’incantesimo si dissolve e la notte lascia spazio al giorno, rimane Puck con il suo monologo finale. Il folletto si rivolge direttamente agli spettatori e chiede loro di considerare quanto accade come un sogno, invitandoli a concedere il proprio applauso. È un finale che rompe ancora una volta la distanza tra palcoscenico e platea e ci ricorda che il teatro è finzione, ma una finzione capace di metterci davanti a verità che spesso preferiamo non guardare. Forse è proprio qui che Shakespeare continua a sorprenderci. Non ci chiede soltanto di credere al mondo delle fate, agli incantesimi e alle metamorfosi. Ci invita a riconoscere, dietro quel mondo fantastico, qualcosa di umano e la difficoltà nel distinguere ciò che desideriamo da ciò che siamo e il bisogno, almeno per una notte, di sottrarci alle regole che ci definiscono per entrare in un’anarchia emotiva.
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Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare, regia di Daniele Salvo – Con Melania Giglio, Alessandro Marmorini, Carlotta Mangione, Martino Duane, Federico Gatti e compagnia – Costumi: Daniele Gelsi; scene: Fabiana Di Marco; luci: Giuseppe Filipponio; musiche originali: Patrizio Maria D’Artista. . Teatro Quirino, Roma, dal 3 all’8 novembre 2026.





