Con Marta Cuscunà dalla finzione dell’illusione alla storia vera di Ersilie Rouy al Teatro Vascello
Il teatro contemporaneo prova spesso a maneggiare la magia, ma in pochi riescono a trasformare le tecniche del prestigio in un reale strumento d’indagine sociale. Marta Cuscunà tenta di farlo portando in scena la sera del 28 ottobre scorso, al Teatro Vascello nell’ambito del RomaEuropa Festival, uno spettacolo che mescola l’arte dell’illusione a un’inchiesta storica dimenticata, nata dopo ben quattro anni di ricerche approfondite sulle tesi di Mariano Tomatis, espresse nel suo libro Incantagioni. Al centro di tutto c’è la vicenda reale di Ersilie Rouy, figlia di un noto prestigiatore e astronomo dell’Ottocento, finita per quattordici lunghi anni reclusa in un manicomio parigino per coprire oscure questioni d’eredità e brutali dinamiche familiari.
L’impianto scenico si presenta subito come una strana fusione tra la lezione di B. Brecht, l’atmosfera di una seduta spiritica e una serata di mentalismo “femminista”. L’attrice innesca un parallelo continuo tra i trucchi da baraccone, in primis la sparizione della donna invisibile, e l’invisibilità reale a cui le istituzioni del tempo condannavano le figure femminili sgradite. Prevalentemente da sola sul palco, ad eccezione di una fugace apparizione del “suo” assistente – quando sappiamo bene che per l’epoca della narrazione, gli assistenti sulla scena fossero tutte e solo donne – Cuscunà accantona per un momento le sue note marionette per mettere a nudo il proprio corpo e una gamma vocale notevole.
La prova dell’artista si fonda su una continua metamorfosi della voce, un gioco polifonico con cui incarna una galleria di figure assortite. Quando fa da narratrice rivolta al pubblico, mantiene un tono vivace, diretto e ironico, stuzzicando la platea con un ritmo incalzante. Quando poi veste i panni del padre, lo scienziato-illusionista Charles Ruel, la voce si fa tronfia, accademica e intrisa di un paternalismo fastidioso, prima di scivolare in uscite apertamente volgari. Per la figura dell’assistente o di Marie, al contrario, il timbro diventa ovattato, faticoso e soffocato, come se parlasse davvero incastrata dentro una parete. Poi ci sono lo psichiatra, con il suo tono rigido e burocratico, ed Ersilie, capace di passare dalle grida d’ansia per la prigionia al registro satirico con cui sbeffeggia i medici recitando la parte della pazza, alla vocalità così caratteristica delle marionette che porta in scena, come il Pulcinella.
A sostenere questa architettura provvedono macchinari scenici automatizzati che si muovono a vista grazie al lavoro di Simone Spangaro, incastonati nelle pareti flessibili ideate da Paola Villani. Un assai valido contributo arriva dal disegno luci di Luigi Biondi e dall’ambiente sonoro curato da Mauro Martinuz e Michele Brega. C’è un momento in cui la rappresentazione tocca una corda particolarmente intima: la sequenza affidata ai burattini della tradizione napoletana, le guarattelle realizzate da Irene Vecchia, dove la sagoma di legno diventa il simbolo fragile della protagonista dimenticata.
Accanto ai meriti visivi e interpretativi, non mancano alcune criticità che rendono la visione faticosa. Innanzitutto, l’ascolto soffre per i continui e repentini cambi di personaggio: passare da una figura all’altra in un secondo, senza l’aiuto visivo dei pupazzi a guidare lo sguardo, crea diversi momenti di confusione in cui si fa fatica a capire chi stia parlando. Inoltre, il cambio di passo tra la prima parte, brillante e quasi da cabaret, e la seconda metà, cupa e drammatica, è così netto da spezzare il filo della narrazione. A questo si aggiunge un ritmo a tratti troppo serrato quando l’attrice elenca una gran mole di dati storici e dettagli anagrafici, col rischio di disorientare lo spettatore.
Più in generale, i circa 75 minuti di spettacolo avanzano quasi per frammenti, forse mostrando un’ossatura drammaturgica ancora da ben definire. Il senso complessivo dell’operazione viene svelato soltanto nel finale, quando la Cuscunà rompe del tutto il gioco e ammette apertamente di aver mentito: la magia era solo un’esca, un pretesto per far digerire la cruda realtà della reclusione manicomiale.
L’attrice cita le memorie scritte di nascosto da Ersilie in manicomio – pubblicate poi col titolo stravolto di “Memorie di una pazza” – lasciando risuonare un duro atto d’accusa contro la violenza della psichiatria dell’epoca e un appello alla cura reciproca tra donne. È un colpo di coda spiazzante, che obbliga il pubblico a ripensare a tutto lo spettacolo, alle sensazioni vissute, alle risate prodotte, nella nuova ottica della denuncia sociale. È sicuramente un esperimento coraggioso e politicamente acuto, che però richiede allo spettatore un notevole sforzo d’attenzione per non perdersi lungo la strada.
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La Medium – di e con Marta Cuscunà, liberamente tratto da Incantagioni di Mariano Tomatis – Set & lighting design Paola Villani, assistenza alla regia e direzione tecnica Marco Rogante, Foto © Alessandro Ruzzier, produzione Etnorama – Cultura per nuovi ecosistemi in coproduzione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Centro Teatrale Bresciano, Teatro Stabile di Bolzano, con il sostegno di Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Teatro Vascello, Roma – dal 28 al 29 ottobre 2026
Foto ©Masiar Pasquali




