Palazzo Braschi risvela l’artista che ha usato il tratto più semplice per dire le cose più scomode
Con Keith Haring non servono presentazioni. Gli omini che saltano e si agitano, il cane che abbaia, i bambini circondati da piccoli raggi li abbiamo visti ovunque: su magliette, zaini, tazze, quaderni di scuola. Ci sembrano, sono, di famiglia. Proprio per questo la grande mostra Keith Haring «L’arte è vita. La vita è arte. L’importanza di entrambe è esagerata e fraintesa.» del Museo di Roma, aperta dal 6 ottobre all’11 aprile 2027, vale la visita anche a chi pensa di sapere già tutto.

Le opere sono più di 140, in gran parte arrivate dalla Nakamura Keith Haring Collection, la raccolta più ricca dedicata all’artista, e il percorso rimette in ordine una carriera brevissima e fittissima. La curatela è stata affidata a Kaoru Yanase, Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi, con la promozione di Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, coprodotta e organizzata da Sovrintendenza Capitolina e MondoMostre e il supporto di Zètema Progetto Cultura.
Si parte da New York, all’inizio degli anni Ottanta. Haring girava per le stazioni con un gessetto bianco e disegnava sui pannelli neri rimasti vuoti, quelli dove una volta stavano i manifesti pubblicitari. Ne riempì migliaia nel giro di pochi anni. A Palazzo Braschi quell’ambiente è ricostruito con pareti piastrellate e rumori di sottofondo, e per un momento ci si ritrova sotto terra, in mezzo ai pendolari.
C’è una cosa che colpisce subito, ed è la facilità con cui leggiamo questi disegni. Una linea spessa, colori netti, figure che si riconoscono al volo. All’inizio è questo che ci conquista, e per molti è anche tutto qui. Camminando tra le sale, però, ci si accorge che quella semplicità è una scelta precisa. Haring si era costruito una specie di alfabeto, fatto di pochi segni da ripetere e combinare, capace di farsi capire in qualunque paese. Era convinto che l’arte appartenesse a tutti e non si limitava a dirlo: dipingeva sui muri, stampava poster, arrivò perfino a progettare una giostra. Col tempo ci siamo affezionati a quel segno anche perché abbiamo capito che dentro c’era un pensiero, e che ogni gesto aveva un motivo.
Il motivo più forte è quello sociale, e la sezione dedicata all’impegno civile è probabilmente la più importante della mostra. Siamo negli anni Ottanta, in pieno clima reaganiano, e Haring usa il suo stile da fumetto per dire cose scomode a un’America (e più in generale a tutto l’Occidente) che preferiva guardare altrove. Nei suoi manifesti ci sono la paura della guerra atomica, la denuncia dell’apartheid, la piaga della droga. Ci sono soprattutto l’AIDS e la battaglia per parlarne senza vergogna, con lavori come Safe Sex! e Crack Down!. Sono cose che oggi diamo per scontate, mentre allora richiedevano coraggio. In totale i poster realizzati nel corso della sua vita sono più di cento, e lui stesso diceva che l’arte non deve fare propaganda ma liberare l’anima. Si vede, perché nessuno di quei fogli suona come un sermone.
In questo discorso c’è un’immagine, un poster del 1984, che sembra quasi profetico: Haring ha disegnato più volte il televisore, che compare spesso nel suo vocabolario, insieme a cuori, piramidi e angeli. In una delle sue opere il televisore culla un neonato, lo tiene come farebbe un genitore. Negli anni Ottanta poteva sembrare una provocazione un po’ surreale. Oggi, nel 2026, è difficile non riconoscerci qualcosa di vicino: schermi accesi al posto delle ninne nanne, cartoni e video che riempiono i silenzi, un medium che prende il posto di chi dovrebbe esserci. Haring l’aveva intuito quarant’anni fa, e lo aveva detto nel modo più diretto possibile, con una figurina e un apparecchio.
Più si avanza, più la mostra cambia tono. Il ritmo della musica e dei club, i manifesti per i festival, lasciano spazio a lavori più cupi come Apocalypse e Altarpiece: The Life of Christ. Haring sapeva di essere malato e guardava alla fine senza girarsi dall’altra parte, scrivendo che la vita è una linea sottilissima e che lui ci stava camminando sopra. Morì a trentun anni, nel 1990. Il suo ultimo regalo fu il murale Tuttomondo a Pisa, nel 1989, che si può ancora vedere. Il finale della mostra, però, non è triste. Ribadisce l’idea da cui tutto era partito, cioè che creare è un modo di incontrarsi e che l’arte non è un privilegio per pochi.

È una mostra da vedere, per ri-scoprire il genio artistico di uno degli esponenti della nuova arte americana degli anni ’80; è una mostra alla quale portare anche, e soprattutto, i ragazzi per dar modo loro di avvicinarsi all’arte che non è solo la scultura dei grandi artisti della Grecia Classica, non è solo la grande pittura italiana del ‘500, o quella di Picasso e Guttuso: quella di Haring può essere anche un’arte a dimensione bambino. Una visita lunga, non “un mordi e fuggi” tanto per dire: io l’ho vista. Sotto quel segno che tutti conosciamo c’è molto, moltissimo, altro da scoprire.
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Keith Haring –mostra monografica , a cura di Kaoru Yanase, Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi, con la promozione di Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, coprodotta e organizzata da Sovrintendenza Capitolina e MondoMostre, con il supporto di Zètema Progetto Cultura, Palazzo Braschi, Roma – dal 6 ottobre 2026 all’ 11 aprile 2027
Foto ©Grazia Menna
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