Al Teatro Vittoria, Stefano Reali e il M° Luca Pincini mettono in scena un’illuminante lezione-spettacolo: un viaggio lungo i secoli smascherando la fabbrica del consenso
Al Teatro Vittoria di Roma, la serata del 28 scorso, si è tenuta una “quasi“ o forse proprio una lezione di storia; gli spettatori presenti hanno assistito a qualcosa che è andato oltre lo spettacolo tradizionale: una narrazione viva, capace di dimostrare come la storia insegnata sui libri di scuola sia in fondo un insieme di racconti, basati sui fatti e su……

Stefano Reali, affiancato sul palco dal M° Luca Pincini, al violoncello, sale in scena non da professore, ma da narratore d’altri tempi, ricordando i fasti del teatro di narrazione. Il suo obiettivo è ambizioso: tracciare un filo conduttore che parte da Miguel de Cervantes, attraversa le radici dell’ebraismo e le tragedie del Novecento, passando per W. Shakespeare, fino ad arrivare alla realtà geopolitica della Palestina e di Gaza.
Al centro di questa cavalcata di oltre un’ora e mezza c’è una parola chiave: propaganda. Reali intende dimostrare come il potere abbia manipolato la realtà, edulcorando o inventando fatti per fabbricare il consenso, ed è proprio sul palcoscenico come anche nelle opere editoriali, che questa dinamica è stata prima smascherata e poi usata dai governanti. Da un lato c’è Cervantes, che per eludere la censura spagnola s’inventò la finzione del manoscritto arabo di Cide Hamete Benengeli e affida le verità più sgradite alla pazzia di Don Chisciotte, nel suo romanzo più famoso e conosciuto: Don Chisciotte della Mancia. Dall’altro c’è il teatro elisabettiano, dove John Florio – che molte tesi avvallano essere probabilmente dietro alle opere attribuite a Shakespeare – lavorò nell’ombra per la corona Tudor, creando a tavolino la legittimità della regina Elisabetta I e orientando l’opinione pubblica a favore della guerra contro gli irlandesi. Eppure, persino in quella propaganda di Stato, Florio regalò al personaggio di Shylock nel Mercante di Venezia un’umanità dolente, capace di far immedesimare il pubblico con l’antagonista ebreo.
Il nucleo più denso si addentra nella storia del popolo ebraico, risultando il passaggio narrativo forse più complicato da seguire per un pubblico non avezzo completamente a questo aspetto della storia. Reali parte dalle origini bibliche, distinguendo tra Semiti e Cananei – poi divenuti Fenici e Cartaginesi -, per illustrare la tesi dell’origine caucasica degli ebrei Askenaziti dal regno dei Chazari, convertiti all’ebraismo nell’VIII secolo. La narrazione attraversa le persecuzioni medievali in Europa, nate dalle accuse di usura e dalle leggende degli infanticidi rituali, fino al rogo del Talmud a Venezia per i sospetti sulla preghiera del Kol Nidrei e all’espulsione dalla Spagna del 1492. Il racconto si snoda poi verso il Novecento: dalla nascita del sionismo con Theodor Herzl alla Dichiarazione Balfour del 1917 – sulla spartizione dell’impero ottomano decretata da parte del governo britannico che sosteneva con favore la creazione di una “dimora nazionale per il popolo ebraico” in Palestina – , fino alla nascita dello Stato d’Israele nel 1948 e alla Nakba palestinese.
Sul piano interpretativo, l’intesa tra i due protagonisti funziona. Reali sfoggia una forte carica istrionica: parte con un tono caldo e confidenziale, usa un’ironia sottile quando smonta i dogmi della narrazione ufficiale e adotta un registro cupo nei passaggi più drammatici. Il suo ritmo accelera nelle ricostruzioni storiche e rallenta prima delle pause drammatiche. Pincini recita il ruolo dello spettatore dubbioso: interviene con fare pacato e pone domande, spezzando la densità del monologo.
Ma l’apporto di Pincini va ben oltre il dialogo verbale: è la dimensione sonora del suo violoncello a dare respiro all’architettura scenica. Lo strumento agisce come una seconda voce che sottolinea gli snodi emotivi e scandisce i tempi del racconto. Il momento di massima fusione si raggiunge quando la spiegazione della preghiera del Kol Nidrei incontra le note di Max Bruch (op. 47): la musica smette di accompagnare e si fa memoria viva.
Se c’è un appunto da muovere, riguarda la gestione dell’enorme mole di dati storici ed evolutivi concernenti la storia ebraica. Nella parte centrale, tra tribù, conversioni e passaggi medievali, la narrazione diventa talmente fitta che il pubblico meno esperto rischia di smarrire il filo, recuperandolo quando la vicenda torna verso il Cinquecento o la storia contemporanea. Un leggero snellimento di queste digressioni renderebbe il flusso ancora più scorrevole ed emozionale.

A sipario chiuso, resta la sensazione di un’opera di teatro civile coraggiosa, che si pone l’intento di risvegliare il senso critico del pubblico – che ha dimostrato l’apprezzamento di quanto visto sul palco tributando calorosi applausi – e di ricordarci quanto sia fondamentale la frase latina, rammentata anche da Reali: “Cui Prodest?”, chiedendosi il più spesso possibile: a chi giova la narrazione che viene diffusa, chi ci sia davvero dietro la costruzione di ogni grande storia..
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Cervantes A Gaza Passando Per Shakespeare– scritto, diretto ed interpretato da Stefano Reali, musiche dal vivo a cura del M° Luca Pincini al violoncello, elementi scenici Carlo De Marino, costumi Laura De Navasques, produzione Virginy l’Isola Trovata, in copertina Sytefano Reali, M° Luca Pincini, Teatro Vittoria, Roma – dal 27 al 28 ottobre 2026
Foto ©Grazia Menna
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