Alda Merini: il suo “disordine” creativo e artistico. Oltre le inferriate, un canto universale e poetico.
Piazza Scammacca, così si chiama quel piccolo spazio teatrale ricavato all’interno ed in fondo ad un locale. Così si chiama uno dei tredici luoghi scelti dal Fringe catanese e internazionale. Scelti per rappresentare, scelti per raccontare, per lasciare un ricordo allo spettatore. E questa nuova, e ormai conclusa, edizione di ricordi ne ha lasciati a non finire. Una vasta rassegna di due settimane: a guidarla Renato Lombardo e Francesca Vitale, ambedue al vertice di un cospicuo gruppo di oltre dieci persone.
Si è detto due settimane, successiva alla prima, è stata la volta della seconda programmazione. Anche in questa edizione, come accade ogni anno, c’è stato posto per il canto, per quella forma originale di racconto chiamata Teatro canzone. Quella forma d’arte musicale che unisce il suono alle parole, che si affida alla poesia e al suo valore.
Ed è proprio dalla poesia che dobbiamo partire se è di Alda Merini che si è inteso parlare. La poetessa e quel che aveva da dire come solo il poeta sa fare. La poetessa e il suo dolore: la malattia mentale.
La malattia che la cosiddetta società “dei sani” guarda con orrore, come qualcosa da temere. Ma in realtà, sappiamo bene che la lucidità è spesso la peggiore, se è lì che si nasconde il proposito più crudele. Chi, con strategia, è consapevole della propria azione, pur sapendo di ferire. Ed ecco che si guarda da un’altra angolazione la malattia mentale. Attraverso il lirismo e la melodia, attraverso quelle note che non possono far male.
A Piazza Scammacca, Alda Merini è stata al centro di un viaggio fra parole e canto. Sulla scena un leggio e il colore bianco. Il bianco dei panni stesi come sfondo. Il bianco di degenti senza nome e un freddo numero d’appello. A Piazza Scammacca vibrava a meraviglia una chitarra.
Dal 22 al 25 ottobre, echeggiavano “gentili” le sue corde. Francesco Catalucci era il musicista a suonarle, l’arrangiatore di circa otto brani accompagnatori. Che dobbiamo anche a Giovanni Nuti. E, altresì, a Gianni Nebbiosi. Entrambi cantautori. Accordi a più mani di un sottofondo armonico, la base, la tessitura su cui si muoveva l’autrice, cantante e attrice. Tre virtù ed un’unica voce.
Un timbro carezzevole e melodioso, armonioso e soave. Era di Alessia Arena il timbro vocale. Volendo adoperare il presente, è lei che intona e incarna, che esegue e canta. È lei che incanta. E, nel mentre, omaggia la celebre scrittrice Alda. In prima persona singolare, come se fosse lei stessa a riferire. Alda ancora a cantare. Ancora una volta e con lo stesso vigore. Alda da perpetuare, venuta a mancare nel già lontano 2009.
Alda Merini, colei che è stata fra gli internati. Alda fra i folli, Alda fra i matti, Alda coi suoi sogni. Alda e i suoi componimenti. Sulla scena alcuni fogli. Alda e la “polvere” dei suoi trascorsi. “Nata il 21 a primavera”, si fruga nella sua memoria, nella sua vera storia. Nella sua reale verità, nel “diario della sua diversità”.
Nel diario del suo internamento a cominciare da “La pazza della porta accanto”. Con cauto umorismo, questo è l’intento. E con il canto, con un finale “Girotondo intorno al mondo”, dove la malattia mentale acquisisce un altro senso. La malattia di Alda numero diciassette. Alda ospedalizzata con le altre compagne matte. La malattia di Alda e la “testa pesante”. La poesia come salvagente.
Con riguardosa ironia, una storia di alienazione e psichiatria. Di abuso, trauma e anestesia. Di contenzione e immobilizzazione, fra cinghie e catene, fasce e gabbie di protezione. Di impronte e coercitiva punizione. Di annullamento e debilitazione, di “bagno di forza” in un lavello comune.
Di dipendenza dai sedativi, di psicofarmaci e antidepressivi. Di ansiolitici, oppioidi e stabilizzanti dell’umore. Ma c’è ben altra origine interiore, una sofferenza, una tempesta che non si può afferrare. Che non c’è infermiere che può decifrare. Che non c’è medicina che può guarire. Tranne la poesia, se la salvezza risiede in un liberatorio poetare.
La poesia tra le anguste mura, dentro i cancelli di quel luogo tirannico e manicomiale. La poesia per possedere un nome. Versi e rime per sanare il cuore, per non perdere il senso dell’amore. A dispetto di chi l’ha perduto per la fretta di giudicare, per non sapere cosa vuol dire tendere una mano e fraternizzare, fare una carezza e solidarizzare. Accettare e accogliere la malattia mentale.
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Alda canta ancora. Omaggio ad Alda Merini – Testo liberamente ispirato all’opera di Alda Merini a cura di: Alessia Arena – Autrice: Alessia Arena – Regia: Alessia Arena – Interprete e voce: Alessia Arena – Consulenza artistica: Matteo Marsan – Composizione, arrangiamenti e chitarra classica a sette corde: Francesco Catalucci – Musiche: Giovanni Nuti su testi di Alda Merini e Gianni Nebbiosi – V edizione Fringe Catania Off International Festival 2026, Piazza Scammacca (dal 22 al 25 ottobre 2026)





