Paweł Pawlikowski racconta il ritorno dello scrittore nella Germania del 1949, trasformando il viaggio tra Est e Ovest in una riflessione su identità, cultura, memoria e responsabilità
L’ultima opera dell’acclamato regista Paweł Pawlikowski, premiata a Cannes 2026 per la miglior regia, arriva ora alla Festa del Cinema di Roma. Il regista polacco torna ancora una volta al secondo dopoguerra, periodo che sembra ormai costituire un vero e proprio fil rouge della sua filmografia più recente. Dopo Ida, vincitore dell’Oscar come miglior film straniero, e Cold War, premiato a Cannes per la regia, Pawlikowski continua così a interrogare la Storia attraverso vicende intime, facendo del passato il terreno privilegiato della propria ricerca cinematografica.

L’anno è lo stesso in cui era ambientato Cold War: il 1949. Questa volta, però, Pawlikowski abbandona la sua Polonia per esplorare la Germania del dopoguerra, umiliata e divisa in due, pedina e vittima di un disegno geopolitico ormai definito: l’Ovest sotto l’influenza occidentale, l’Est sotto quella sovietica. In questo caotico e instabile scacchiere geopolitico seguiamo il ritorno in Germania del grande scrittore tedesco Thomas Mann. (autore di capolavori come I Buddenbrock, La montagna incantata o Morte a Venezia) accompagnato dalla figlia Erika, invitato a ritirare due prestigiosi premi Goethe assegnati rispettivamente dal blocco occidentale e da quello sovietico.
A bordo di una Buick nera padre e figlia attraversano una Germania devastata dalle macerie (il dolente richiamo a Germania anno zero di Rossellini è immediato) e da ferite ancora troppo profonde, da Francoforte a Weimar: da ovest a est. La Germania che ritrova un ormai anziano Mann, dopo un’assenza durata 16 anni, è una Nazione lacerata dalla sofferenza e dagli orrori della guerra, che cerca invano di dimenticare e superare il recente passato, ma con la storia, prima o poi, bisogna sempre fare i conti.
E Thomas Mann questo lo sa bene, perciò è tornato a casa, in patria, (siamo sicuri che questa Germania sia ancora casa sua?) per sottoporre le proprie idee, per le quali ha sempre combattuto e per le quali ha ottenuto gloria e fama, sul banco degli imputati. Se da un lato Mann riveste ancora il ruolo di grande intellettuale del primo Novecento, portavoce e strenuo difensore del romanticismo e dell’umanesimo tedesco, della cultura come elevazione, dall’altro è consapevole di come quella stessa cultura, da sempre professata, non abbia impedito nulla e non abbia salvato nessuno. Cosa rimane allora, si deve e si può ancora credere nella cultura? Il verbo di Goethe e la musica di Wagner sono davvero l’ultima via di salvezza per l’identità tedesca nel momento del suo sfacelo?
The Fatherland è di fatto un road movie che racconta un nostos, un ritorno alle proprie radici che, oltre al valore puramente pragmatico, assume via via i connotati di un cammino di crescita interiore e di riscoperta di sé stessi e del mondo circostante. Non stupisce che il film sia stato premiato a Cannes per la sua regia: la ricostruzione formale della Germania del ‘49 è di sublime eleganza e accuratezza, ma l’aspetto visivo che più colpisce, per il suo straordinario impatto estetico, è ancora una volta la fotografia in un bianco e nero abbacinante e travolgente, ormai tratto distintivo unico del regista polacco.
Il ruolo del grande scrittore è affidato a Hanns Zischler, attore noto per aver lavorato con Wim Wenders e altri autorevoli registi del Nuovo cinema tedesco, che restituisce un Thomas Mann composto e autorevole, serio e riflessivo, ma soprattutto attraversato da una profonda dignità. Pur nella durata contenuta di 82 minuti, il film riesce a condensare una materia narrativa ricca di eventi e riflessioni, delineando Mann non solo come figura pubblica e intellettuale, ma anche nella sua dimensione privata. Accanto allo scrittore celebrato, ascoltato e quasi trasformato in simbolo del proprio successo, emerge infatti il padre, chiamato a misurarsi con il rapporto con la figlia Erika. Le due dimensioni — quella pubblica e quella familiare — si intrecciano progressivamente, fino a diventare inseparabili nel ritratto che Pawlikowski costruisce del personaggio.
Attorno a questo padre ingombrante si muove soprattutto Erika, figlia inseparabile e interlocutrice privilegiata di Mann, interpretata da Sandra Hüller, già protagonista di Anatomia di una caduta e La zona d’interesse. È la persona di cui lo scrittore si fida di più: lo sostiene, lo accompagna, ma non rinuncia a contraddirlo quando necessario. Il loro rapporto restituisce una dimensione privata di Mann che il film mette costantemente in dialogo con quella pubblica.

Diverso è il legame con Klaus, anch’egli scrittore, ma costretto a confrontarsi con il peso di un cognome difficile da sostenere. Interpretato da August Diehl, il personaggio appare per pochi minuti, sufficienti però a delineare la condizione di un figlio rimasto ai margini, schiacciato dal confronto con il padre e da un’eredità che per lui finisce per diventare soprattutto un fardello.
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Regia: Pawel Pawlikowski – Sceneggiatura: Paweł Pawlikowski, Hendrik Handloegten – Con: Sandra Hüller, Hanns Zischler, August Diehl, Devid Striesow, Anna Madeley, Enno Trebs, Theo Trebs, Joachim Meyerhoff, David Menkin, Milan Peschel, Waldemar Kobus, Joanna Kulig, Fritzi Haberlandt – Scenografia: Katarzyna Sobańska, Marcel Sławiński – Musiche: Marcin Masecki – Costumi: Ola Staszko – Montaggio: Piotr Wójcik , Paweł Pawlikowski – Casa di produzione: Our Films, Extreme Emotions, Nine Hours, Chapter 2 – Nazionalità: Germania, Polonia, Italia, Francia – Anno: 2026 – Festa del Cinema di Roma 2026





