Alejandro González Iñárritu costruisce un’opera irriverente e ipertrofica, che dà forma a una satira metacinematografica in dialogo con la sua poetica.
Digger, l’ultima pellicola del regista e sceneggiatore messicano, vincitore di 2 Premi Oscar per la regia grazie a Birdman e Revenant, arriva al cinema dopo 4 anni di distanza da Bardo, la cronaca falsa di alcune verità, autobiografia onirica e meta cinematografica che rifletteva sul cortocircuito innescato dalla memoria, inscritto in un rapporto onirico tra realtà e finzione.

Partendo da queste tematiche si sviluppa il suo nuovo lungometraggio, alimentato dalla curiosità di vedere una star hollywoodiana, Tom Cruise – così come era stato per Micheal Keaton in Birdman – alle prese con un progetto che, già dalla pubblicazione dei primi trailer, ha mostrato di sovvertire la sua iconica figura di divo senza età. Digger, sin dall’incipit, conferma i suoi intenti: dialogare con il cinema e sorprendere il pubblico. Si apre il sipario di un fittizio teatro/cinema e assistiamo all’inizio del film.
Questo impianto meta cinematografico, lungi dall’essere un mero esercizio di stile, caratterizza tutta la pellicola affermandosi come uno dei punti chiave, grazie alla scenografia di Dennis Gassner – Blade Runner 2049 ha segnato la sua consacrazione con il Premio Oscar – e alla fotografia di Emmanuel Lubezki, storico collaboratore di Alejandro González Iñárritu da oltre 10 anni. Difatti, in Digger, la scenografia risulta volutamente posticcia e la teatralità della messa in scena dialoga con la narrazione, diventando metafora della rappresentazione fittizia della storia ed espressione della sua progressiva deriva apocalittica; parimenti la fotografia iper realistica inserita in set artificiali crea un effetto straniante, sostenuta da un’illuminazione che mette in risalto la natura paradossale, e a tratti macchiettistica, dei protagonisti.
Tra questi troviamo Tom Cruise che interpreta Digger Rockwell, spietato e narcisista magnate americano, uno degli uomini più influenti della terra grazie al suo impero petrolifero, che genera una catastrofe ambientale e tenta, a modo suo, di porvi rimedio. L’attore di Mission Impossible è irriconoscibile: protesi facciali ne alterano la fisionomia e parrucca e trucco ( a cui ha dedicato 6 ore al giorno) contribuiscono alla sua trasformazione. L’intento di Iñárritu era chiaro: confrontarsi con una star universalmente riconosciuta – così come in Birdman Michael Keaton, uno dei più celebri interpreti di Batman degli anni 80, che interpretava un attore in declino alle prese con un nuovo spettacolo teatrale – soprattutto negli ultimi anni nel panorama del cinema action, e porla in un contesto cinematografico, tra i più noti, quello del cinema post apocalittico, con l’intento di decostruire i canoni del genere e proseguire il percorso espressivo della propria poetica. Tom Cruise si cimenta in una prova coraggiosa, di grande spessore attoriale, affrancandosi dalla figura che caratterizza la sua recente carriera, e dialogando idealmente con le vette espressive dei suoi esordi, Nato il quattro luglio e Rain Man. Il suo Digger Rockwell è un personaggio arrogante, spavaldo e a suo modo affascinante che, dopo i personaggi di Amores Perros, Biutiful e The Revenant, dà vita a un’altra figura solitaria e in conflitto con il mondo circostante.
Il regista messicano dirige una satira pervasiva e ipertrofica, volutamente sopra le righe che non si limita a usare toni grotteschi per mettere in scena una feroce critica del mondo politico; piuttosto Digger, nomen omen, cerca di scavare a fondo nei vizi della contemporaneità, denunciando il sistema corrotto della costruzione delle notizie, la creazione della post-verità e la rete di intrighi politico-capitalistici che governano il sistema economico. Oltretutto, nell’inflazione contenutistica dell’opera, Iñárritu sorprende lo spettatore sviluppando un’analisi meta cinematografica che si interroga sul senso e sull’opportunità del raccontare una storia, soffermandosi al contempo sulla genesi produttiva che porta alla sua realizzazione.

In definitiva, Digger rappresenta la conferma di una delle voci più autoriali del cinema mondiale, forse il segno della maturità artistica del regista o quantomeno l’indicazione che il suo cinema – che oggi ha raggiunto, per forma e poetica, una natura divisiva tra detrattori e ammiratori – dopo il ritorno al realismo di The Revenant segue, come e ancora più radicalmente rispetto a Bardo, la cronaca falsa di alcune verità, la via della satira onirica e dell’iperbole quali lenti attraverso cui interpretare il mondo.
_________________
Digger – Regia di Alejandro Gonzàlez Inàrritu – Soggetto: Alejandro González Iñárritu, Sabina Berman, Riz AhmedJez Butterworth – Con: Tom Cruise, John Goodman, Michael Stuhlbarg, Sandra Hüller, Jesse Plemons, Sophie Wilde, Emma D’Arcy, Robert John Burke, Burn Gorman, Pip Torrens – Scenografia: Dennis Gassner – Montaggio: Stephen Mirrione e Conor O’Neill – Musiche: Cosmo Sheldrake – Costumi: Jacqueline West – Fotografia: Emmanuel Lubezki – Trucco: Alessandro Bertolazzi, Lisa Otterburn, Nicola Iles – Produzione: Legendary Pictures, TC Production, M Production – Paese di produzione: USA, Regno Unito, Messico – Anno 2026 – Uscita nei cinema dal 1 ottobre 2026





