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La dama col ventaglio e la freccia

Nel barocco disincantato di Antonella Rizzo, poesia, mito ed eresia si intrecciano in una raccolta che attraversa luce, buio e amore senza cedere alla consolazione.

C’è un modo di dire la verità che non passa per la confessione nuda né per il proclama. È il modo del Seicento: il velo, la maschera, il trompe-l’œil che svela proprio mentre finge. Antonella Rizzo lo sceglie fin dal titolo. Interno barocco. Poetica del disinganno (Edizioni Croce, collana Fuoricollana) è una delle raccolte più compatte e coraggiose di quest’anno. Non a caso è arrivata al Premio Minturnae “Ornella Valerio”, la cui premiazione si è tenuta il 10 ottobre a Minturno.

La critica uscita finora ha già indicato alcune coordinate. Mattia Morretta, prefatore del libro, ne ha dato su art a part of cult(ure)la lettura più ampia. Paragona il lavoro della poetessa alla tecnica giapponese di restauro che non nasconde le fratture ma le trasforma in decorazione, e richiama Plotino per intendere l’eresia nel senso etimologico di “fare la propria scelta”. Marco Fioramanti, su About Art, ha parlato di un viaggio lirico e drammatico, un vagabondare poetico interiore e solitario. Antonio Veneziani, che dirige la collana, ne ha lodato la voce “potente e leggerissima”. Sono letture giuste. Aggiungerei però che l’eresia di Rizzo non è soltanto interiore: è un’architettura.

Il cuore del libro sta nel trittico delle Eresie: della luce, del buio, dell’amore. È una teologia rovesciata in tre stanze. La luce è sospetta quando non si vela e recita precetti come grani di rosario. Il buio è un Caino vagabondo. L’amore è un ego che fugge dalla gabbia per farsi «liquida sostanza», fino all’invettiva finale contro il «freddo dogma». Attorno a questo nucleo il libro si muove come una galleria di specchi. Ci sono Adamo ed Eva «la bizzarra». C’è Rasputin mascherato da angelo buono, tra cristalli che si rompono come in una scena di teatro. C’è Ecate in tuta di latex ai crocevia della notte. C’è la Callas che guarda Pasolini a Venezia, in una poesia dedicata a Veneziani.

Il barocco di Rizzo non è ornamento. È inventario, cabinet de curiosité: lo dichiara la splendida «Dio, sono una ladra!», con il suo catalogo di bottoni, giarrettiere, compassi e spugne di mare. È un collezionismo dell’avanzo che riscatta il minimo e lo fa reliquia. Altrove il registro si alza fino al mito, come in «Ortigia», dove Aretusa attende nel bosco di papiri e l’isola sanguina «aprendo le gambe / alla rabbia del mare». È una delle pagine più alte della raccolta.

C’è poi un punto che le recensioni hanno lasciato in ombra. Rizzo dichiara che «il poeta non ha politica» e prende le distanze dalle «penne consolatorie» e dal «civile impegno». Eppure il libro contiene i versi su Jabàlya, sulle madri che non leggono i fondi del caffè «che sa di cardamomo / e ordigni di pazienza». Qui il disinganno mostra la sua sostanza più nobile. Rifiuta lo slogan, non la pietà. La poesia non porta «la voce della gente», ma sente «ogni filo d’erba che cresce». È questa la differenza tra militanza e compassione, e Rizzo la conosce bene.

Il verso è teso, spesso ellittico, ricco di inarcature che spezzano l’enfasi prima che diventi retorica. È un barocco asciutto, quasi barocchetto, come suggerisce Morretta: stucchi senza stucchevolezza. Il libro si chiude con una supplica sommessa, «Ti prego, non oscurare il sole / prima che io dorma». È il congedo di chi ha attraversato la notte senza farsene consolare. Per una poesia che non chiede indulgenza, il complimento più vero è riconoscerne la necessità.

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