Il docu-film sulla reunion degli Oasis alla vigilia dell’annuncio delle nuove date del tour 2027 della band di Manchester
“Qualcuno potrebbe dire che il sole segue il temporale”, come dice la canzone Some might say degli Oasis nell’album (What’s the story) morning glory?. C’è stato un tempo in cui il Sole è sorto per i fratelli Noel e Liam Gallagher e ha conosciuto il temporale nella burrasca più nera, quando hanno litigato in forma devastante tanto da non parlarsi per anni e a lasciare che gli Oasis andassero alla deriva. E’ arrivata per loro la quiete dopo la tempesta: chi si sarebbe mai aspettato un grande ritorno della band più amata dagli inglesi dopo i Beatles? Qualcuno dice che loro sono davvero gli eredi dei capelloni degli anni Sessanta del Novecento. Eppure nessuno era conoscenza della riconciliazione fraterna e del grande ritorno nei palchi europei, pronti a riprendere tutto quello che avevano lasciato congelato per lungo tempo.

Così arriva il primo tour con uno sbanco al botteghino delle grandi case di distribuzione dei biglietti e a mandare i fan letteralmente in fibrillazione (tour di cui sono state da poco annunciate le nuove date europee nel 2027, con una tappa anche a Roma il 29 e 30 luglio). Si crea un fenomeno senza precedenti di lunghe file d’attesa per l’acquisto dei biglietti e un rapido sold out impensabile. Per i fan e per tutti coloro che volevano esserci a quella reunion, sembrava essere un sogno: la band di Wonderwall (diventato tra l’altro l’inno dei tifosi inglesi durante il mondiale estivo, da cantare insieme ai giocatori della nazionale inglese come segno di riconoscimento della grande madre terra del rock), Acquiesce, Morning Glory, Champagne Supernova è diventata la più attesa del 2025 con il suo magico tour Oasis Live’25. Ecco, il film Oasis: Don’t look back in Anger, titolo di una loro omonima canzone, parla proprio della motivazione stessa di questo sorprendente ritorno e della necessità, oltre che delle mille sfaccettature di emozioni da parte della band e del pubblico, di salire sul palco e di avere ancora qualcosa da dire, come se si trattasse di un discorso lasciato a metà e che viene ripreso dopo anni, anzi dopo quindici anni. Il film, diretto da Dylan Southern e da Will Lovelace con protagonisti gli Oasis stessi, mette in primo piano il profondo impatto emotivo e il fenomeno globale creato dalla band stessa e di cosa significa per il mondo gli Oasis. Per gli spettatori è senz’altro un tuffo nel passato e ogni canzone è legata a un particolare momento significativo di ognuno di noi poiché la musica degli Oasis ha attraversato intere generazioni. La musica unisce e lenisce ogni dolore e talvolta esprime qualcosa più di parole espresse da altri e aiuta a raccontare sentimenti laddove le parole invece non servono.
Il tempo sembra essersi fermato a quell’ultimo concerto del lontano 2009 a Parigi, interrotto bruscamente da quella lite furiosa che aveva portato all’immediato scioglimento degli Oasis e alla frattura che sembrava irreparabile tra i due fratelli, entrambi in una perenne lotta di supremazia e con una voglia di prevalere sull’altro. E’ questo il racconto che viene fuori a forma di confessione tra i due fratelli: la riconciliazione senz’altro, ma quella paura di riprendere quelle vecchie ferite e di rimetterle di nuovo sul banco degli imputati per ricadere negli stessi errori commessi quindici anni fa. Invece quello che prevale, con loro grande sorpresa, è il senso di comunione delineato dalla voglia di fare ancora musica insieme, entrando in un qualsiasi concerto mano nella mano, come sei quei rancori non avessero più peso e fosse tutto stato perdonato.
Un ripasso dell’iconico stile musicale Britpop degli Oasis è doveroso senz’altro: è evidente il punto di rottura con gli immortali Beatles, irrompendo con quelle sonorità tipiche degli anni Sessanta con tutta la grinta, l’aggressività e la rabbia degli anni Ottanta in Inghilterra e una melodia decisamente più irriverente. Loro non ripudiano del tutto il passato, ma ne prendono ispirazione, anzi si inchinano di fronte a quest’ultima, lasciando melodie tipiche della struttura pop-rock dei Beatles, dei The Roses, The Kinks, T. Rex e Slade.
La vocalità tagliente di Liam Gallagher evoca la modalità del canto di John Lydon dei Sex Pistols con la parte melodica di John Lennon creando come effetto finale una voce graffiante e trascinata nelle frasi finali, mentre Noel Gallagher alla chitarra crea virtuosismi fini a se stessi e mostra una destrezza negli accordi aperti. La sfrontatezza e l’arroganza nell’abbigliamento, nel taglio di capelli e nella loro postura statica e diretta lancia un guanto di sfida verso il pubblico e diventa un vero e unico marchio di fabbrica. Nella voce iconica di Liam però si vede il segno del tempo, poiché ha una vocalità più matura, calda e consapevole, lo stesso tratto distintivo lo si ritrova nello stile musicale di Noel. Insomma, si vede che su di loro, il fattore temporale ha inciso non poco non solo nella fisicità, ma anche nella capacità espressiva di fare musica.
Ci sono città in cui gli Oasis hanno smesso da tempo di essere soltanto una band, diventando parte di un’identità collettiva. A Manchester, dopo l’attentato del 2017, Don’t Look Back in Anger è diventata il canto collettivo di una città che ha scelto di non rispondere all’odio con altro odio, riunendosi in un momento di commozione e condivisione. A Buenos Aires, invece, il ritornello di Wonderwall si è trasformato in un vero e proprio coro da stadio per i tifosi del San Lorenzo. E per gli argentini, vedere gli Oasis al River Plate significa vivere un’emozione che, per intensità e appartenenza, può ricordare quella suscitata da Maradona.
Tutto questo è il film. Un racconto in cui gli Oasis tornano al centro della scena e la loro musica diventa il filo conduttore di una storia che va oltre il semplice tour. Presentato in anteprima mondiale all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Fuori Concorso, il documentario ha conquistato la Sala Grande, mentre Liam e Noel Gallagher hanno richiamato sul red carpet l’entusiasmo dei fan e l’attenzione della stampa.

La fiammella dei fan per gli Oasis in realtà non si è mai spenta: si è soltanto assopita per un tempo indefinito, con la forte speranza di riuscire a veder di nuovo ricongiunti e con la pace nel cuore i due fratelli uniti nella musica e nella vita, che hanno cambiato le vibrazioni del rock. Il perdono è il sentimento difficile da professare, soprattutto quello tra fratelli e anche i Gallagher avranno canticchiato Don’t look back in Anger per superare ogni riserva e forma d’orgoglio.
Eppure basterebbe poco per guardarsi indietro senza serbare rabbia e imparando a perdonare. Chissà quanti legami ancora si potrebbero salvare.
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Oasis: don’t look back in Anger”- Regia Dylan Southern, Will Lovelace – con Liam Gallagher e Noel Gallagher degli Oasis – Sceneggiatura Steven Knight – Fotografia Haris Zambarloukos – Montaggio George Cragg, Martina Zamolo – Musica Zebedee Budworth – Suono Tarn Willers, James Mather – Produzione Magna Studios, Sam Bridger, Guy Heeley – Dal 10 al 13 settembre al cinema





