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Pino Strabioli racconta Paolo Poli

“Sempre fiori, mai un fioraio”, l’omaggio al grande artista fiorentino questa sera al Todi Festival. Un’occasione per ricordare un maestro irripetibile e parlare di teatro, memoria e giovani artisti.

Per l’ultimo giorno del Todi Festival, il 6 settembre 2026, Pino Strabioli tornerà sul palco con Sempre fiori, mai un fioraio, spettacolo dedicato a Paolo Poli e nato da una lunga amicizia e da molti incontri. Il titolo riprende una frase dello stesso Poli, pronunciata di fronte ai tanti fiori che gli ammiratori gli mandavano: una battuta capace di restituire, ancora una volta, la sua ironia e il suo modo sempre originale di guardare il mondo.

Abbiamo incontrato Strabioli per parlare del suo rapporto con il Festival, dell’eredità di Paolo Poli e dei giovani che oggi arrivano al teatro dal web.

Il tuo legame con il Todi Festival è molto forte. Quanto è importante per un artista il rapporto con un festival e, in particolare, quanto lo è stato per te quello con Todi?

Per me questo Festival è stato l’inizio della mia carriera teatrale. Avevo già fatto alcune esperienze, ma qui sono nati incontri incredibili, a cominciare da quello con Pupella Maggio. Il Festival compie quarant’anni e io, trentanove anni fa, alla sua seconda edizione, feci il mio primo spettacolo.

Qualche anno dopo realizzai, su suggerimento di Silvano Spada, uno spettacolo dedicato ad Alberto Talegalli. Venne a vedermi Brando Giordani, allora direttore Rai, e dopo due o tre settimane ero a Rai 1, all’interno di UnoMattina, con un personaggio quasi comico ispirato proprio a Talegalli.

Per me questo Festival significa soprattutto appartenenza. Sono cresciuto a Orvieto, dove mi sono formato e dove ho scoperto il teatro. Da ragazzo andavo al Teatro Mancinelli, che oggi ho la fortuna di dirigere. Todi, invece, era la città dove venivamo a mangiare e a passeggiare. È quindi un pezzo importante della mia vita, dell’inizio della mia carriera televisiva e dei tanti incontri che ho fatto: attori che poi, nel corso degli anni, ho avuto la fortuna di intervistare, da Anna Proclemer a Giorgio Albertazzi, Rossella Falk e tanti altri.

Parliamo di Paolo Poli. È stato uno dei grandi protagonisti del teatro italiano. Se fosse ancora qui, avrebbe ancora qualcosa da raccontarci?

Assolutamente sì. Paolo era, come diceva lui stesso, sospeso nel tempo. Non aveva una vera collocazione temporale: con il suo teatro ha attraversato il tempo, andando avanti e tornando indietro, riscoprendo i grandi autori. Ha inventato una forma di teatro assolutamente unica, che sembrava un teatro giocattolo, fatto di fondali, bambole e travestimenti, ma sostenuto da una cultura millenaria. Paolo riusciva a parlarti di Giotto e di Orietta Berti contemporaneamente. Sarebbe stato ancora una voce capace di aprirci la mente, di buttare via gli steccati. Una voce controcorrente, ma sapiente e libera. Sarebbe stato importante, oggi, forse addirittura essenziale.

Quanto è importante per te raccontare i grandi artisti?

Più che raccontare i grandi artisti, mi piace raccontare l’umanità. Mi interessa raccontare le persone che stanno dietro l’artista. È quello che faccio anche in questo spettacolo: racconto un maestro, ma lo racconto attraverso gli spaghetti alle vongole, la pasta e le lenticchie, i pranzi che facevamo insieme. Lo stesso accadrà in un altro spettacolo che porterò in giro per l’Italia e che arriverà ad aprile a Milano, all’Elfo Puccini, dove racconto i miei incontri umani con Franca Valeri, Dario Fo, Valentina Cortese e Gabriella Ferri. Mi piace raccontare l’uomo al di là dell’artista, perché sono persone che hanno dedicato la loro vita a una passione, a un impegno. E non va dispersa l’eredità sociale, politica e culturale che ci hanno lasciato.

Oggi molti giovani artisti arrivano al teatro dopo aver avuto successo sul web. Cosa pensi di questo fenomeno e che consiglio daresti loro?

Ci sono alcuni artisti bravissimi. Penso, per esempio, a Luperto, che è stato qui al Festival: è davvero straordinario. Mi piace seguirli e mi piace andare a trovarli e sostenerli. Non amo dare consigli. Quando mi chiedono di andare nelle accademie o nelle scuole di teatro a insegnare, dico di no, perché non mi sento in grado. L’unica cosa che direi è di non tirarsela, di non pensare di saper fare tutto da soli e di guardarsi indietro. Ci sono alcuni che pensano di aver scoperto chissà quale modello o quale linguaggio, ma prima di loro ci sono stati Paolo Poli, Carmelo Bene, Dario Fo. Alcuni non aggiungono assolutamente nulla e sono di una banalità e di una superficialità assolute. Ma ce ne sono molti che sono bravissimi. Quelli che mi interessano sono sostenuti da un’idea, da un pensiero, da una curiosità e da uno spessore culturale. Il resto è fuffa.  È importante avere un’idea solida e non pensare mai di essere gli unici, gli insuperabili. Non abbiamo scoperto niente: dobbiamo continuare a pensare all’evoluzione, perché quello che abbiamo scoperto è parte di un cammino.

Ringraziamo Pino Strabioli per la disponibilità e per restituirci, attraverso il suo racconto, la voce e l’umanità di Paolo Poli. In questi giorni il Festival ha dato spazio a moltissimi artisti, giovani e meno giovani, ognuno con una storia e un linguaggio da condividere. È significativo che, nella serata conclusiva del Festival, Strabioli ci riporti a uno dei grandi maestri del teatro del Novecento. Perché mentre cerchiamo nuove forme e nuovi linguaggi, non dovremmo mai dimenticare chi ci ha preceduto. Il teatro cambia, si reinventa, ma il patrimonio che ci è stato lasciato resta lì: non da imitare, ma da conoscere, attraversare e trasformare. È anche da lì, che nasce il nuovo.

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