Gilberta Crispino porta questa sera in prima nazionale una drammaturgia capace di raccontare il dolore con ironia.
Al Todi Festival arriva Parliamo di donne, un trittico di monologhi di Dario Fo e Franca Rame interpretati da Gilberta Crispino e diretti da Donatella Bassimila e Mattea Fo. La mamma fricchettona, La puttana in manicomio e Abbiamo tutte la stessa storia sono testi scritti alla fine degli anni Settanta, ma ancora capaci di parlare con sorprendente forza al presente.
Da dove nasce la scelta di riunire questi tre monologhi e di affidarli a un’unica interprete?
I tre monologhi hanno moltissimo in comune: sono tre pensieri, tre voci, tre parole che alla fine diventano un unico grido. Il filo conduttore è quello dei diritti delle donne e della necessità di continuare a difenderli. Franca Rame si è battuta molto per i diritti delle donne e anche per la chiusura dei manicomi, insieme a Dario Fo. Per questo La puttana in manicomio, che potrebbe sembrare lontana dagli altri due testi, risulta invece ancora oggi incredibilmente attuale.
Dario Fo e Franca Rame hanno scritto più di venticinque monologhi e abbiamo scelto questi tre, insieme a Mattea Fo, che firma anche la regia, proprio perché sono tra i meno conosciuti e rappresentati. È stata anche una scoperta per noi. Sia La mamma fricchettona sia La puttana in manicomio sono testi straordinari e permettono di ritrovare una caratteristica fondamentale della loro drammaturgia: raccontare i diritti negati, ma anche la necessità di gridare, di prendere parola e di ricordare quanto sia importante difendere quei diritti, soprattutto per le nuove generazioni.
Gilberta Crispino, lei ha già portato in scena anche Lo stupro di Franca Rame. Che cosa accade quando il teatro smette di essere soltanto rappresentazione e diventa uno strumento di denuncia?
Credo profondamente che il teatro possa essere un motore di cambiamento. Non è soltanto denuncia: è uno spazio nel quale si può promuovere una trasformazione. È quello che hanno fatto per tutta la vita Dario Fo e Franca Rame, mettendo il teatro al servizio della dignità delle persone.
Penso, per esempio, all’impegno di Dario Fo nelle carceri e a quello di Franca Rame attraverso Soccorso Rosso. E penso soprattutto a Lo stupro, che racconta una vicenda di sofferenza reale trasformata in drammaturgia. Franca Rame ha avuto il coraggio di trasformare la propria esperienza in uno strumento per parlare a tutte le donne, per invitarle a non perdere la propria dignità e ad avere la forza di denunciare.
Noi portiamo questo monologo nelle scuole, nelle carceri e nei teatri di tutta Italia. In alcuni casi viene rappresentato anche in occasione dell’inaugurazione di panchine rosse dedicate a Franca Rame. Quando andiamo nelle scuole, inoltre, cerchiamo sempre di lasciare spazio al confronto con gli studenti. È importante ascoltare le loro domande e le loro reazioni.
Una volta, dopo uno spettacolo, una ragazza mi disse che utilizzava la parola “stupro” per prendere in giro i compagni, senza conoscerne realmente il significato. Dopo aver visto il monologo, mi disse che non avrebbe più usato quella parola in quel modo. Sono episodi che fanno capire quanto sia importante parlare di questi temi, soprattutto a scuola. La consapevolezza nasce anche da lì: bisogna imparare a riconoscere e denunciare la violenza in tutte le sue forme, da quella fisica a quella psicologica e verbale.
Il vostro lavoro vi porta spesso fuori dai teatri, nelle scuole, nelle carceri e in altri luoghi non convenzionali. Che cosa vi ha insegnato questo rapporto tra teatro e realtà?
Ci ha insegnato che il teatro può prendere ciò che è stato vissuto e trasformarlo. Abbiamo, per esempio, diverse attrici che hanno vissuto esperienze di detenzione e che continuano a lavorare con noi. Gestiamo la Casa Museo Alda Merini a Milano e queste donne collaborano al bar, alle visite e alle diverse attività che realizziamo per favorire il loro reinserimento.
Oggi non ci interessa più definirle “attrici ex detenute”: sono attrici, bariste, amiche, persone che hanno compiuto un percorso dall’interno verso l’esterno. È questo che ci ha insegnato il teatro fuori dai teatri: che il teatro fa bene e che può essere uno strumento di rigenerazione umana.
Viviamo in un’epoca sempre più digitale, dominata anche dall’intelligenza artificiale. Dobbiamo certamente prendere il meglio che le nuove tecnologie possono offrirci, ma non dobbiamo dimenticare che il contatto tra le persone resta fondamentale.
È come se il teatro, quindi, riuscisse a ricostruire il rapporto con l’altro anche al di fuori del palcoscenico?
Assolutamente. Anche Franca Rame, raccontando la propria storia, ha fatto quello che hanno fatto molti grandi artisti: trasformare la propria esperienza in qualcosa capace di parlare agli altri. Penso ad Alda Merini, a Frida Kahlo e ai loro diari: attraverso questa forma di autodrammaturgia hanno trasformato la propria vita in un’opera, dando nuova linfa e nuova speranza alla propria esperienza. È un passaggio molto importante.
Uno degli elementi più sorprendenti di questi monologhi è la capacità di affrontare temi drammatici attraverso l’ironia e il grottesco. Perché è importante ridere anche davanti a una realtà difficile?
Mi viene in mente una frase di Franca Rame che ascoltai tempo fa in un’intervista. Negli anni Settanta le donne di teatro tendevano spesso a raccontare i temi drammatici attraverso una dimensione fortemente tragica. La grande intuizione di Franca Rame è stata anche quella di raccontare situazioni drammatiche attraverso l’ironia.
La risata permette di riflettere, di guardare oltre il dramma. Ti fa ridere, ma contemporaneamente ti fa pensare. Il teatro serve anche a questo: a ragionare, a ridere e a portarsi dietro qualcosa quando si esce dallo spettacolo. La risata può diventare persino una sorta di balsamo davanti a situazioni drammatiche.
Mi è capitato di sperimentarlo proprio con La puttana in manicomio. Durante una prova aperta, una spettatrice mi disse che in alcuni momenti le veniva da ridere, ma quasi si vergognava di farlo, perché la situazione che stava guardando era drammatica. Eppure l’ironia presente nel testo rendeva naturale quella risata. È un commento che mi ha colpita molto.
Dario Fo e Franca Rame amavano citare Molière, che ha raccontato proprio questa capacità del teatro di far piangere e poi ridere. Quando torni a casa dopo aver vissuto entrambe le emozioni, probabilmente non hai dimenticato il messaggio che lo spettacolo voleva trasmettere.
È una straordinaria eredità che dovremmo continuare a valorizzare. Quest’anno, nel centenario della nascita di Dario Fo, lo abbiamo ricordato anche insieme ai dieci anni dalla scomparsa di Franca Rame. Abbiamo portato Lo stupro anche al Cimitero Monumentale di Milano, dove continuiamo a ricevere richieste per questo spettacolo. La famiglia Fo, attraverso la Fondazione Fo Rame e grazie a Mattea, Stefano Bertea, Jacopo Fo e a tutti coloro che se ne occupano, continua a portare avanti questa eredità con grande amore. È qualcosa di importante per tutti noi.
Questa capacità di unire ironia e dramma rende forse questi testi più accessibili anche al pubblico?
Sì, assolutamente. E soprattutto permette di affrontare argomenti complessi senza cadere nella volgarità o nella parodia. È questo il valore di figure come Dario Fo e Franca Rame: riuscire a trattare temi difficili attraverso un linguaggio che non banalizza mai ciò che racconta.
Per questo credo che dovrebbero essere maggiormente studiati e trasmessi alle nuove generazioni. Il Novecento è importante e questi grandi autori dovrebbero essere presenti nella formazione culturale. Non possiamo permetterci di dimenticarli.
Fo e Rame hanno portato il teatro nelle fabbriche, nelle piazze e nei luoghi della vita quotidiana. Oggi c’è ancora bisogno di un teatro capace di uscire dai propri spazi tradizionali?
Assolutamente sì. Non dobbiamo essere nostalgici, ma guardare al futuro e recuperare quella voglia di andare per strada. Dario Fo e Franca Rame andavano nelle fabbriche, occupavano la Palazzina Liberty. A Milano, dopo una lunga ristrutturazione, dovrebbe riaprire proprio a novembre e speriamo che possa esserci un palinsesto dedicato a Dario Fo.
Dobbiamo tornare a stare in mezzo alle persone, a fare azioni culturali e teatrali anche nello spazio pubblico. Loro ce lo hanno insegnato. Forse dobbiamo riprendere in mano quella bandiera e tornare a tenerla alta.
Tra i tre monologhi che portate in scena, c’è una frase o un passaggio a cui siete particolarmente legate e che sentite ancora capace di raccontare la società di oggi?
È molto difficile scegliere una sola frase, sarebbe quasi come chiedere a qualcuno quale figlio preferisce. Più che una singola battuta, però, mi colpisce l’atmosfera che questi testi riescono a creare. Non sono tanto le frasi di lotta o quelle più assertive, quanto il personaggio nella sua interezza.
Quello che viene costruito in scena nasce dall’incontro tra le parole e l’azione fisica. Ed è difficile isolare una frase senza rischiare di svelare il meccanismo dello spettacolo, che ha qualcosa di molto vicino alla commedia dell’arte e al modo in cui Fo e Rame costruivano i loro personaggi e raccontavano storie di vita.
Ne La mamma fricchettona, per esempio, c’è il momento in cui la protagonista decide di allontanarsi dalla famiglia. È una donna che lavora sia fuori sia dentro casa, senza alcun aiuto, e che a un certo punto si rende conto di non avere più tempo per se stessa. Non riesce nemmeno a leggere un giornale, se non nei pochi momenti che riesce a ritagliarsi. Si rende conto di non avere più neppure il tempo di guardare il cielo e chiedersi di che colore sia.
Quando finalmente decide di andarsene, scopre però di voler rimanere in mezzo alla gente, raccontare la propria vita e ascoltare quella degli altri. È proprio questo passaggio, più ancora della singola frase, a colpirmi.
Quindi la forza di questi monologhi non risiede soltanto nelle parole, ma nel rapporto tra parola, corpo e azione?
Sì, assolutamente. Questo vale per tutti e tre i monologhi e, più in generale, per la scrittura di Franca Rame. Penso, per esempio, a Lo stupro. C’è una frase all’inizio che mi colpisce molto: “c’è una radio che suona”. Da quel momento si apre tutto.
Si crea immediatamente una tensione: la radio trasmette una canzone leggera, mentre il mondo continua a divertirsi e ad andare avanti, e lei si trova chiusa dentro un furgone, in una situazione di violenza. È proprio questo contrasto a essere potentissimo.
In realtà mi colpiscono tutte le frasi dei tre monologhi, fino a ogni virgola, perché ogni parola ha un significato preciso. C’è sempre un corpo, un’azione fisica e un sottotesto. Ed è lì che, secondo me, si trova la forza di questi testi.
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Parliamo di donne di Dario Fo e Franca Rame – con Gilberta Crispina – regia di Mattea Fo e Donatella Massimilla – Produzione Compagnia Teatrale Fo Rame e CETEC – Todi Festival 2026 – Nicchioni Romani 5 settembre – ore 19.00





