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“Ottobre”: l’utopia dei ragazzi di D.

Tra fabbriche avvelenate, adolescenti randagi e sogni rivoluzionari, una parabola politica e civile sul diritto di immaginare un futuro diverso.

Ottobre, opera con cui Andrea Appetito si è aggiudicato il Premio Marco Tiberi per la narrativa, è un romanzo costruito per immagini forti e per accumulo simbolico, pensato per restare impresso nella mente del lettore.

La città è D., anonima e avvelenata, dominata dall’industriale Santini, il cui impianto chimico — nell’incipit — brucia portandosi via la madre dei protagonisti, Angelo e Sorellina. Da questa perdita fondativa si dirama una trama corale che mette in scena una banda di adolescenti emarginati (tra cui Ivan e Cučka) sospesi tra sopravvivenza e desiderio di riscatto, fino alla traiettoria più sorprendente del libro: quella di Sorellina che, tra le macerie della fabbrica, si mette a studiare Lenin e sogna di fondare “il primo soviet di D.”. È in questo scarto, tra l’enormità del progetto politico e la fragilità di chi lo insegue, che il romanzo trova la sua idea più originale: restituire ai ragazzi il diritto di essere utopisti anche — anzi soprattutto — quando l’utopia sembra impraticabile.

Sul piano della scrittura, Appetito opta per una struttura quasi interamente dialogica, con una prosa asciutta e senza fronzoli che immerge subito il lettore nel mondo dei “randagi”, nei loro soprannomi (Ciclope, Lebbroso, Moncherino, Cučka) e nel loro gergo di strada. È una scelta che dà voce autentica al gruppo, tiene alto il ritmo della narrazione e restituisce l’energia corale di una banda di ragazzi che pensa, agisce e sogna insieme, come un unico organismo.

Il registro alterna con naturalezza il crudo — bambini uccisi come prede, corruzione, sfruttamento — e il visionario, fino a un finale acquatico e apocalittico in cui la città sembra restituire un giudizio. Appetito evita la tentazione agiografica: i suoi ragazzi non sono piccoli eroi edificanti, ma figure vive, sporche, a tratti feroci, e proprio per questo capaci di restare impresse nella memoria del lettore ben oltre l’ultima pagina.

Nell’impianto complessivo si riconosce un debito dichiarato verso la tradizione del romanzo sociale ottocentesco — l’orfano, la fabbrica, l’ingiustizia di classe hanno un’ascendenza dickensiana evidente — riletta però con un’iconografia più vicina al romanzo di formazione urbano contemporaneo e innestata su un immaginario politico esplicitamente novecentesco: il titolo, la lettura di Lenin, il lessico sovietico. È un accostamento insolito, che Appetito maneggia con ironia e consapevolezza, trasformandolo in una delle trovate più fresche e memorabili del libro.

Interessato soprattutto alla forza dell’immagine e del simbolo, Ottobre funziona splendidamente come parabola politica e civile, con la tensione narrativa di un romanzo d’avventura. Una lettura che si consiglia senza esitazioni a chi cerca una storia capace di intrattenere e, insieme, di lasciare un segno.

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Ottobre di Andrea Appetito, People/Immaginazione, 2026, pp. 320 — Vincitore del Premio Marco Tiberi per la narrativa

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