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Eugenio Rubei, quarant’anni di jazz e visione

Dall’eredità di Giampiero all’Alexanderplatz, dai grandi protagonisti internazionali ai giovani talenti italiani: una storia di musica, cultura, sacrifici e ostinata fiducia nel futuro.

Quando si parla di jazz a Roma, il nome di Eugenio Rubei è ormai indissolubilmente legato a quello dell’Alexanderplatz, il club fondato dal padre Giampiero e diventato nel tempo uno dei luoghi simbolo della cultura musicale italiana. Se Giampiero ne aveva intuito per primo il potenziale rivoluzionario, Eugenio ha raccolto quella eredità trasformandola in un percorso personale, attraversando oltre quarant’anni di cambiamenti, generazioni e stagioni culturali.

Una vera e propria rivoluzione copernicana, che ha contribuito a “sdoganare” il jazz, portandolo fuori da una dimensione di nicchia e facendone un’esperienza culturale, sociale e aggregativa. Dall’Alexanderplatz ai grandi eventi, dai protagonisti internazionali ai giovani talenti italiani, Rubei ha costruito nel tempo una delle esperienze culturali più longeve e significative della capitale.

In questa lunga intervista ripercorre una storia fatta di grandi artisti, sacrifici, intuizioni, incontri e responsabilità. Ma anche il rapporto con il padre, la necessità di costruire una propria identità, il dialogo tra generazioni e una convinzione che ancora oggi rimane intatta: la cultura, quando è qualità e visione, può davvero cambiare una città.

Eugenio, parto da una domanda apparentemente banale: che cos’è stato il jazz per te? Una passione giovanile nata quasi naturalmente in famiglia o una scelta che hai costruito e rafforzato nel tempo?

La musica jazz entra nella mia vita nel 1984 ed è stato un vero punto di svolta. Fino a quel momento la musica era già presente nella mia vita, ero un metallaro convinto Deep Purple e dintorni per capirci, ma l’incontro con il jazz ha aperto una porta completamente nuova: un modo diverso di ascoltare, di sentire e di vivere la musica. Da allora non è stata soltanto una passione, ma una scoperta continua, che nel tempo si è trasformata in un percorso sempre più profondo e personale.

Quando tuo padre diede vita all’Alexanderplatz, immaginavi che quel locale avrebbe scritto una pagina così importante della storia del jazz italiano? Quale fu la tua prima reazione?

Quello era un periodo molto fervido dal punto di vista culturale. Eravamo alla fine degli anni di piombo e mio padre era molto impegnato in tutto ciò che stava accadendo intorno a noi. La sua vita poteva portarlo a passare un mese con Konrad Lorenz in Svizzera, così come a confrontarsi con situazioni molto più complesse. Era un periodo intenso, sotto tanti punti di vista.

Io vivevo con mio padre e mia nonna paterna, e abitavamo proprio di fronte al locale. Ricordo benissimo il giorno dell’inaugurazione: per me fu quasi un incubo. Insieme alla notte di Capodanno, sono probabilmente i due giorni che ho odiato di più nella mia vita. Il mondo della notte, allora, era molto diverso. Né meglio né peggio: semplicemente diverso. Si faceva molto più tardi e io, che ero ancora piccolo e dovevo andare a scuola, mi chiedevo continuamente: “Ma qui tutte le notti si va avanti fino alle cinque del mattino?”.

E poi c’era tutto il resto. Mio padre mi coinvolgeva già nelle attività parallele: mi costringeva ad attaccare i manifesti e, poco alla volta, ci ritrovammo a occuparci anche di grandi eventi allo Stadio Flaminio, con artisti come David Bowie, i Genesis e i Pink Floyd.

Insomma, all’inizio non avevo minimamente idea di quanto fosse dura lanciarsi in un’impresa come quella, né tantomeno immaginavo che l’Alexanderplatz avrebbe scritto una pagina così importante nella storia del jazz italiano. Anzi, quel primo periodo non l’ho mai vissuto particolarmente bene. Ero un ragazzo, mi piaceva seguire la Lazio in trasferta con i miei amici e, a un certo punto, mi ritrovai a dover rinunciare anche a quello.

Solo con il tempo ho capito davvero la portata di ciò che stava nascendo proprio davanti a casa mia. All’inizio, però, per me era soprattutto una realtà ingombrante, faticosa, che aveva cambiato completamente la mia quotidianità.

Sul palco dell’Alexanderplatz è sfilato il gotha del jazz mondiale. C’è qualcuno che avresti voluto vedere oppure un incontro, un concerto o un episodio che custodisci come un ricordo speciale?

Beh, ce ne sono tanti. Io sono innamorato del jazz e, se devo pensare a qualcuno che avrei voluto vedere sul palco dell’Alexanderplatz, ti dico sicuramente John Coltrane. Ma tant’è, quello appartiene ai desideri che non si possono realizzare.

Per me, invece, oggi la cosa più importante — e quella che mi dà più soddisfazione da tanti anni — è vedere un musicista italiano crescere, suonare, trovare la propria voce e, a un certo punto, esplodere. È quello che è successo, per esempio, con Stefano Di Battista, che è praticamente nato all’Alexanderplatz e che poi ha avuto una carriera straordinaria. È uno che ancora oggi combatte come un leone e questa cosa mi rende particolarmente orgoglioso.

E poi c’è Enrico Pieranunzi. Lui magari non è “uscito” dall’Alexanderplatz nello stesso modo, ma per me è Dio. È un artista libero, fuori dal sistema, con una personalità e una statura artistica straordinarie. Ecco, quando penso al jazz italiano penso a musicisti come loro e mi rendo conto di quanto sia enorme il patrimonio che abbiamo in questo Paese. Abbiamo musicisti di una levatura eccezionale.

Certo, poi ci sono stati gli incontri con i grandi: McCoy Tiner, Gato Barbieri, Tito Puente, Miriam Makeba, B.B. King, George Benson… Solo a pronunciarli mi vengono in mente una quantità di ricordi e di aneddoti che ormai fanno parte della mia storia, del mio essere. Sono stati momenti di una bellezza pura, irripetibile.

Ma se devo dirti cosa mi emoziona ancora oggi, è molto più semplice: vedere un musicista italiano salire su quel palco e suonare da Dio. Quando succede, quando lo vedi trovare la sua strada e capisci che sta nascendo qualcosa di importante, allora sì… sò felice.

Hai visto evolvere il jazz e il suo pubblico nel corso di quattro decenni. Che differenze noti tra gli appassionati di ieri e quelli di oggi? 

Il pubblico di ieri, per fortuna, esiste ancora. Era un pubblico figlio di un’epoca diversa, probabilmente più competente e più abituato ad ascoltare il jazz con una certa profondità. Ma non voglio dire che il pubblico di oggi non lo sia. È semplicemente diverso. E io, con l’Alexanderplatz, ho avuto la fortuna di vedere entrambe queste generazioni, di attraversarle e di capire che anche il mondo nuovo ha una sua bellezza.

Forse i giovani di oggi hanno meno competenze specifiche rispetto a quelli di una volta, ma hanno una cosa che mi colpisce molto: l’entusiasmo. E poi c’è un’altra differenza: una volta io guardavo tutto con gli occhi di un ragazzo; oggi lo guardo con gli occhi di un uomo. Questo cambia inevitabilmente il modo in cui interpreti quello che accade.

Nella mia attività vedo passare persone dai quindici agli ottant’anni, uomini e donne, generazioni completamente diverse. E alla fine mi rendo conto che quello che faccio non è soltanto organizzare concerti: faccio aggregazione, creo un luogo in cui le persone si incontrano e riconoscono qualcosa di importante. Io so di rappresentare qualcosa, e proprio per questo sento la responsabilità di farlo alla mia maniera, con la stessa coerenza che mi ha portato fino a oggi. Questa sarà anche la mia strada per il futuro: la qualità, attraverso progetti che abbiano sempre un senso culturale e che producano crescita.

E credo che anche le istituzioni debbano comprendere il valore di tutto questo per il movimento jazz italiano. Se oggi abbiamo a disposizione budget più importanti, non significa che dobbiamo spenderli inseguendo il mainstream o le mode del momento. Non mi vedrete mai fare questo. Credo invece che le risorse debbano servire a sostenere la qualità e, soprattutto, i nostri migliori musicisti. Il sistema deve girare, sono d’accordo, ma deve girare per tutti, non soltanto per i soliti nomi.

In questo senso, la rassegna al Parco del Celio di fronte al Colosseo è stato un’esperienza straordinaria. Ci hanno chiuso quello spazio, e penso che probabilmente non riaprirà più, ma per noi è stata una grandissima opportunità. Siamo partiti praticamente da zero, con cento persone, senza finanziamenti, e siamo arrivati a portarne 1.500 al giorno, indipendentemente da chi suonasse. La gente veniva perché sapeva di trovare un ambiente curato, dall’accoglienza alla qualità degli artisti. E soprattutto abbiamo riqualificato un giardinetto che prima non era niente e lo abbiamo restituito alla città.

Oggi, quando vedo che il PNRR considera proprio interventi di questo tipo come grandi operazioni di riqualificazione urbana, penso che forse avevamo intuito qualcosa prima degli altri. Quest’anno siamo stati anche alle Terme di Caracalla, in scenari fantastici. Roma ti mette davanti a una responsabilità enorme, perché siamo davvero al centro dell’universo.

Io, però, rimango semplicemente un cittadino romano. E sono contento di aver fatto la mia parte. Mio padre ha fatto la sua; io sto cercando di fare la mia. E forse è proprio questo il modo migliore per guardare al futuro: non dimenticare quello che è stato costruito, ma continuare a costruire senza tradire la propria idea di qualità.

In oltre quarant’anni di attività hai attraversato successi, momenti difficili e anche dolorosi, cambiamenti culturali ed economici. C’è stato un momento in cui hai davvero pensato di mollare tutto? E cosa ti ha convinto a restare?

A dire il vero, di mollare non ho mai pensato, al di là di tutte le difficoltà che ho attraversato. Ci sono stati momenti complicati, anche molto duri, ma l’idea di lasciare tutto non mi ha mai davvero sfiorato.

Il momento più difficile è stato probabilmente quando è morto mio padre. Non tanto per la sua scomparsa in sé — un dolore che naturalmente resta — quanto per quello che rappresentava per me in quel momento. Io stesso stavo attraversando un periodo personale molto complicato e non mi sentivo all’altezza di raccogliere la sua eredità e portare avanti tutto ciò che aveva costruito o meglio io mi sentivo all’altezza ma dovevo dimostrare dopo 30 anni  ho dovuto ricominciare  e l’avrei dovuto ridimostrare

Con il tempo ho capito che raccogliere un’eredità non significa semplicemente replicare quello che qualcun altro ha fatto prima di te. Significa portarne avanti lo spirito, cercando però la propria strada. E credo che sia proprio questo che mi ha convinto a restare. 

Ma non ti hanno mai fatto una battuta cattiva: “Ah, ma tu sei il figlio di Giampiero”

Me l’hanno detto, certo. Ma me lo dicevano anche quando mio padre era vivo, figurati. “Ah, ma tu sei il figlio di Giampiero…”. Ecco, a me già il fatto che mi dicano che sono il figlio di mio padre va benissimo così. Ne sono orgoglioso. Però non ho mai avuto l’intenzione di emularlo, perché io sono io, ho un’altra personalità, un altro modo di vedere le cose.

Quello che ho sempre cercato di fare è stato consolidare e portare avanti il lavoro che lui aveva costruito, questo sì. Ma cercando sempre la mia strada. Per me è importante non fermarsi mai, continuare a cercare, provare a stare un passo avanti e, soprattutto, avere la capacità di modificare anche se stessi una volta raggiunto un obiettivo. Perché non puoi pensare di vivere replicando il percorso di qualcun altro, nemmeno se quel qualcun altro è tuo padre.

Poi, nella vita, sono arrivate anche prove molto dure. La scomparsa di mio fratello Paolo, prima di tutto. E poi altre vicende private, molto gravi, che mi hanno segnato profondamente. Ricordo un giorno in ospedale: ero solo. E questa è una cosa che, in fondo, ho sempre conosciuto. Nel mio ruolo sei quasi sempre solo.

Quando hai tante persone che lavorano con te, hai la responsabilità di tutto. Hai un disegno, un obiettivo che vuoi raggiungere, e devi cercare di tenere insieme ogni cosa. Ma non è che tu stai lì semplicemente per “far lavorare qualcuno”. Quelle persone sono lì perché tu hai un progetto da portare avanti. E, allo stesso tempo, tu sai che dietro ognuna di loro c’è una vita: chi ha l’affitto da pagare, chi la rata della macchina, chi i figli a scuola. Questa responsabilità, alla fine, pesa tutta sulle tue spalle.

E allora penso anche a quello che abbiamo fatto, a quello che c’è stato prima che tutto diventasse quello che la gente oggi vede e conosce. Ricordo perfettamente i primi anni del Festival di Villa Celimontana. Mio padre aveva questa straordinaria capacità di inventarsi cose, di intuire prima degli altri quanto la cultura potesse diventare un motore per la città. All’epoca non c’erano ancora le autorizzazioni, non c’erano i soldi per affidare certi lavori a un’impresa e quindi si faceva tutto da soli.

Lui mi lasciava la notte dentro Villa Celimontana, con il piccone, a farmi il mazzo per tracciare gli spazi e preparare il terreno. E non c’erano cellulari, non c’era niente. La mattina, alle otto e mezza, si aspettava di sapere se l’autorizzazione sarebbe arrivata. Se arrivava, lasciavamo tutto com’era e si andava avanti. Se non arrivava, dovevo ricoprire tutto di corsa, prima arrivassero quelli della Società Geografica Italiana dove accanto alla palazzina montavamo il palco.

Ecco, la gente vede il risultato finale, vede il festival, il locale, il nome, la storia. Ma cosa ne sa davvero di tutto quello che c’è stato dietro? Delle notti, della fatica, dei rischi, delle rinunce, delle responsabilità e anche della solitudine.

Forse è proprio questo che, a volte, si dimentica quando ti dicono semplicemente: “Ah, ma tu sei il figlio di Giampiero”. Sì, sono il figlio di Giampiero, e ne sono orgoglioso. Ma dietro quel nome c’è stato anche tutto un mio percorso, fatto di errori, sacrifici, scelte e responsabilità che, alla fine, ho dovuto imparare a portare sulle mie spalle.

Se dovessi lasciare un messaggio ai giovani che oggi vogliono dedicare la propria vita alla musica e alla cultura, quale sarebbe?

Guarda, io lavoro ogni giorno con i giovani musicisti, ragazzi e ragazze dai 16 ai 18 anni, di tutte le nazionalità. E quello che vedo mi dà molta fiducia. Molti di loro poi continuano a fare i musicisti, altri diventano fonici, altri studiano alla LUISS o scelgono percorsi diversi, ma restano comunque dentro questo mondo.

Ed è proprio questo che mi piace: vedere come una passione possa trasformarsi, crescere e prendere strade diverse. Il mio messaggio ai giovani è semplice: se avete una passione, seguitela. Non pensate che esista una sola strada per stare dentro il mondo della musica e della cultura. Potete suonare, lavorare dietro le quinte, occuparvi di tecnica, produzione, comunicazione, management. L’importante è avere curiosità, voglia di imparare e la capacità di mettersi in gioco.

Io credo davvero che i giovani ci possano salvare. Hanno un potenziale enorme.

Quindi rimani ottimista?

Sì, assolutamente. Perché, nonostante tutti i loro difetti, hanno una fame e un fuoco che forse noi, alla loro età, non avevamo. Noi eravamo probabilmente più rispettosi, più attenti alle regole, ma loro hanno una spinta, una voglia di provarci e di buttarsi che appartiene profondamente a questa generazione. A volte non hanno nemmeno paura: anzi, forse pure troppo poco.

Naturalmente questo significa anche che possono essere impulsivi, che possono promettere troppo, commettere errori e, qualche volta, creare problemi. Ma il punto è proprio questo: bisogna lasciarli sbagliare. Devi dargli fiducia anche quando sbagliano una volta, due volte, dieci volte. Perché alla fine, se hanno davvero qualcosa dentro, ci arrivano da soli.

Il nostro compito, semmai, è dargli gli strumenti e la sostanza. E la sostanza, molte volte, gliela dai proprio lasciandoli andare incontro alle conseguenze dei loro errori. All’inizio magari gli dici: “Guarda che così non funziona”. La seconda volta magari alzi la voce. Ma poi, a un certo punto, devi lasciarli fare. E allora prendono il palo, ci rimangono male, magari si arrabbiano, si mettono persino a piangere. Però è lì che capiscono davvero.

Perché questi ragazzi ci mettono l’anima. E quando sbagliano, non gli è indifferente: soffrono, si mettono in discussione e ripartono. È per questo che rimango ottimista. Bisogna avere il coraggio di fidarsi di loro e, soprattutto, di lasciarli crescere anche attraverso gli errori.

Foto di ©Germana Galdi

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