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Venezia 83 è già polemica: una sola regista in concorso

La presenza delle donne nel cinema è una questione che va oltre i numeri.

Alla vigilia della 83ª Mostra del Cinema di Venezia, in programma dal 2 al 12 settembre, c’è un dato che ha inevitabilmente attirato l’attenzione. Una sola regista donna su venti film in concorso per il Leone d’Oro. È Mayy al-Tukhi, autrice danese, in gara con il film: Woman Unknown. Ma in questo 2026 non è solo Venezia la fonte di questo tipo di polemica. Facciamo chiarezza.

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Il Direttore Alberto Barbera

Come appena anticipato, quest’anno in concorso all’appuntamento cinematografico più atteso sul suolo italiano, ci sarà solo una regista donna. Un dato che colpisce, paragonato alle sei in concorso nel 2025. Un dato di cui lo stesso direttore artistico della Mostra, Alberto Barbera, si è dovuto occupare.

La posizione di Barbera è chiara: un festival deve selezionare i film in base alla loro qualità, indipendentemente dalle questioni di genere. È un principio largamente condiviso e difficile da contestare. Un’opera non dovrebbe essere scelta perché diretta da un uomo o da una donna. Tuttavia, i festival rappresentano solo il punto di arrivo di un processo che inizia molto tempo prima. La domanda, quindi, non riguarda semplicemente quante donne arrivino ai grandi festival, ma quante abbiano avuto la possibilità di arrivarci.

Per questo, la discussione non dovrebbe concentrarsi esclusivamente su chi viene scelto a Venezia, ma sull’intero processo che accompagna un film fino al Lido. Il cinema è arte, ma è anche un’industria. Per arrivare a dirigere un film servono finanziamenti, produttori, reti professionali, occasioni e, soprattutto, fiducia. E queste condizioni non vengono distribuite uniformemente. Per una regista, il problema inizia con la difficoltà ad ottenere il primo finanziamento, con budget più ridotti o con una maggiore fatica nel costruire una carriera continuativa.

Uno degli equivoci più frequenti è trasformare questo dibattito in una contrapposizione tra parità e merito. Interrogarsi sulle condizioni di accesso non significa depotenziare il merito, ma chiedersi se il talento abbia avuto le stesse possibilità di emergere. Un regista che può realizzare un primo film con buone risorse, ricevere attenzione e ottenere rapidamente un secondo progetto parte da una posizione ben diversa rispetto a chi deve aspettare anni per guadagnarsi fiducia e occasioni.

C’è poi un elemento che rende il caso veneziano particolarmente curioso: nel 2018 la Mostra aderì all’iniziativa 50/50 by 2020, e nel 2020 il concorso veneziano arrivò a otto registe su diciotto film. La progressiva regressione di questi anni pone la critica a interrogarsi su quanta fosse l’intenzione di rendere il cambiamento effettivamente strutturale. Viene più da pensare che l’ondata mediatica trascinata dall’esplosione del Movimento #MeToo avesse reso impossibile, per certe realtà, ignorare questo tema.

La situazione veneziana si inserisce poi in una corrente che riguarda anche altri grandi festival. A Cannes 2026, ad esempio, erano cinque i film diretti da donne sui ventidue del concorso principale, in calo rispetto all’anno precedente. Sebbene guardando all’intero programma dei festival il quadro possa apparire più equilibrato, è importante considerare dove si colloca la presenza delle registe. Il concorso principale possiede infatti un peso simbolico e industriale diverso rispetto alle altre sezioni. Significa ricevere maggiore attenzione internazionale, possibilità di distribuzione, premi e, spesso, migliori condizioni per realizzare il film successivo.

La rappresentanza, quindi, non è soltanto una questione numerica. Cate Blanchett si è distinta con il suo intervento sul tema, a Cannes. L’attrice ha raccontato di continuare a trovare sui set una netta maggioranza maschile è il suo punto di vista introduce un altro tema. L’ambiente influenza anche il modo in cui vengono immaginate e raccontate le storie. La diversità non riguarda soltanto l’equità. Persone con esperienze e percorsi differenti possono offrire prospettive più ampie, arricchendo il cinema nella sua interezza.

Cate Blanchett

Sarebbe inutile e fuorviante chiedere a un festival di risolvere una disparità che attraversa l’intera industria cinematografica, e non solo. Il caso di Venezia 83 può però contribuire a rendere la questione più visibile e a stimolare una riflessione sull’intero sistema. Si tratta di allenare la mente a spostare lo sguardo verso quella parte che giace sotto la superficie. Perché il punto non è certamente avere una donna in più sul red carpet. Si tratta piuttosto di creare le condizioni perché le donne possano arrivarci al pari di come accade per gli uomini, senza dover associare per forza la minaccia alla “qualità artistica”.

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