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Non smettere di sognare: il cinema di Micol De Angelis

Intervista alla regista e sceneggiatrice, premiata a Molise Cinema per “Il Salotto

Di recente premiata con la sua opera Il Salotto alla ventiquattresima edizione di Molise Cinema, la regista e sceneggiatrice Micol De Angelis, classe 1994, racconta il suo lavoro, svelandone alcuni retroscena.

Fadilla

Il Salotto, il breve documentario scritto da Micol De Angelis e Elisabetta Giannini, segue la quotidianità di Fadila e Brando e della loro famiglia, una realtà dal fragile equilibrio che vive ai margini della società, in un container all’interno del campo rom di Salone, a Roma.

Un’opera dalle immagini intime e calde, che trasuda verità e dà voce ai sogni disattesi di Brando e Fadila. Il documentario osserva da vicino la quotidianità di una famiglia rom che vive in Italia da anni, restituendone le dinamiche e mostrando come, accanto alla propria identità, si intreccino espressioni, abitudini e modi di pensare tipicamente italiani.

È la dolcezza disillusa di Fadila a colpire più di ogni altra cosa ne Il Salotto. Affiora nel rapporto con i figli, nelle schermaglie quotidiane con Brando, dietro le quali si nasconde un affetto profondo, e nella cura con cui si prende cura della casa e della sua famiglia.

Micol De Angelis, che del cortometraggio firma regia, sceneggiatura e produzione, si racconta in questa intervista, ripercorrendo le tappe che l’hanno portata a vincere il premio per il miglior cortometraggio nella sezione “Percorsi” dell’ultima edizione di Molise Cinema.

Come è nata l’idea di Il Salotto?

All’epoca vivevo in casa con Nedzad Husovic, un ragazzo cresciuto nel campo rom di Centocelle, che, dopo lo smantellamento, è stato trasferito nel campo di Salone. Mi raccontò di voler raccontare la sua comunità attraverso uno sguardo diverso da quello abituale. Io, da tempo, ero interessata alla questione femminile e volevo concentrarmi sul rapporto tra la donna, la famiglia e la società. Abbiamo così deciso di far convergere questi due interessi in un unico progetto, dando vita a Il Salotto.

Da dove nasce il titolo Il Salotto e che significato assume all’interno del documentario?

L’idea del titolo nasce invece dal concetto di salottino romano, un ambiente tradizionalmente associato all’alta società. Mi sembrava interessante riproporre quello spazio all’interno di un campo rom. Il campo di Salone, dove abbiamo girato il documentario, mi aveva portato inizialmente a pensare al titolo Il Salone. Quando spiegai a Martina Di Girolamo, la grafica che ha realizzato la locandina, l’idea del salotto romano, nella prima bozza comparve però per errore il titolo Il Salotto. Mi piacque subito e decisi di mantenerlo.

Come hai conosciuto Brando e Fadila, protagonisti di quest’opera?

Nedzad Husovic mi presentò Brando, suo fratello minore, e Fadila. Mi parlò di lei come di una donna coraggiosa, che aveva affrontato molte difficoltà e che continuava, nonostante tutto, a lottare per un futuro migliore. Quando la incontrai, sentii subito una forte sintonia: riuscivamo a capirci anche senza parlare. Tra noi nacque immediatamente un legame profondo, accompagnato da una grande empatia da parte mia. In quel momento ho capito che Fadila era la persona che stavo cercando per il mio racconto.

Che cosa ti ha lasciato l’esperienza di quei due giorni trascorsi con Fadila e Brando?

Sono stati due giorni faticosi, ma allo stesso tempo molto belli. Stare nella loro casa, osservare le loro dinamiche e condividere la loro quotidianità mi è sembrato sorprendentemente familiare: per certi versi mi ricordavano il rapporto tra i miei nonni e, stando con loro, mi sono sentita a casa. Allo stesso tempo, vivere anche solo per poco quelle condizioni mi ha fatto provare una forte rabbia. Ho percepito, seppur in minima parte, il senso di ingiustizia che può nascere dal vivere in un luogo segnato dall’abbandono e dal degrado.

Ricordo Fadila che ogni mattina puliva con cura il container e lo spazio davanti casa, cercando di proteggere i suoi figli. Quel gesto di attenzione e cura strideva con le condizioni del luogo in cui vivevano, lasciato in gran parte a sé stesso. È una realtà che mette in discussione molti dei luoghi comuni sui rom e sui campi e che meriterebbe di essere raccontata molto più spesso. Credo che la comunità rom sia una delle realtà più marginalizzate in Italia e che ci sia un problema enorme di cui si parla ancora troppo poco.

Che cosa vorresti che rimanesse allo spettatore dopo la visione?

Vorrei che rimanesse l’importanza di non smettere mai di sognare. È l’idea dell’impossibilità a spaventarmi di più, perché credo che continuare a immaginare un futuro diverso sia fondamentale per costruire una vita che ci appartenga. Non sempre possiamo ottenere ciò che desideriamo e non possiamo controllare quello che ci aspetta, ma continuare a cercare, desiderare e immaginare può comunque avvicinarci a qualcosa che ci fa stare bene.

Che cosa hai provato quando hai saputo che Il Salotto aveva vinto il premio per il miglior cortometraggio italiano?

Non me l’aspettavo, devo essere sincera. Ho partecipato con un documentario a una sezione ibrida, in cui concorrevano insieme cortometraggi di finzione e documentari, quindi è stata una sorpresa ancora più grande. Il Salotto è nato nel 2023 e ho impiegato due anni per portarlo a termine. È un progetto indipendente, realizzato senza alcun finanziamento, e per questo, dopo tutto questo tempo, scoprire che la storia è arrivata alle persone è stata una soddisfazione enorme. Vedere il pubblico ridere, emozionarsi ed empatizzare con i protagonisti mi ha fatto capire che quello che volevo raccontare è arrivato davvero. È stata probabilmente l’emozione più forte di tutto questo percorso.

Come immagini il percorso di Il Salotto dopo questo riconoscimento?

Sicuramente continuerà il suo percorso nei festival. Mi piacerebbe poi che riuscisse a raggiungere un pubblico più ampio e, parallelamente, vorrei trovare una produzione interessata a sviluppare Non è solo una questione di classe, un nuovo documentario che nasce dal mio interesse per la condizione femminile e che mette a confronto donne provenienti da classi sociali diverse, osservando il loro rapporto con la società. È un progetto che porta avanti una ricerca che avevo già iniziato con Il Salotto, ma aprendola a realtà e prospettive differenti.

Brando

Su quali progetti stai lavorando in questo periodo e quali sono i tuoi prossimi passi?

In questo momento sto cercando una produzione per Piccola Me, un body horror sci-fi post-umano incentrato sul rapporto madre-figlia, scritto insieme a Valerio Cualbu e che vorrei segnasse il mio esordio alla regia. A settembre concluderò invece la post-produzione di un nuovo cortometraggio, Dio non separi ciò che l’uomo ha unito!, una lesbo drama comedy. Parallelamente sto scrivendo un altro cortometraggio, questa volta dalle atmosfere distopiche e surrealiste, con l’idea di svilupparlo in futuro anche come lungometraggio.

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