Esce oggi “Life Is a Dream”, la prima raccolta discografica del grande attore gallese
Per fortuna giornali, televisioni e piattaforme non si sono lasciati distrarre dalla calura estiva né dalle drammatiche notizie provenienti dai fronti di guerra: in questi giorni, tutti hanno rilanciato una notizia destinata a incuriosire il pubblico internazionale. Il 21 agosto uscirà infatti Life Is a Dream, la prima raccolta discografica di Anthony Hopkins in veste di compositore. Un progetto che riunisce 12 brani originali, eseguiti dalla prestigiosa Philharmonia Orchestra sotto la direzione di Gustavo Dudamel. Un nuovo, sorprendente capitolo creativo per uno dei grandi giganti del cinema internazionale.

Anthony Hopkins
La notizia, dicevamo, è una fortuna perché ci dispensa dalla semplice strettoia dell’annuncio e ci consente qualche considerazione a margine.
Una citazione venuta di moda in questi ultimi tempi, appartenuta alla penna di Walt Whitman, ci torna utile perché dice – approssimativamente – che l’uomo può contenere moltitudini: una persona sa racchiudere in sé identità, contraddizioni, possibilità e voci diverse. Ora, non che necessariamente si debba concludere che l’interpretazione più famosa del grande attore gallese debba corrispondere alla propria identità nel privato (mai come per un attore la citazione di Whitman si rivelerebbe corretta). Ma è un fatto che l’immagine di Anthony Hopkins sia indissolubilmente legata alla figura di Hannibal Lecter, il tragico protagonista de Il silenzio degli innocenti, un personaggio crudele e diabolico (imprigionato in una spaventosa “museruola” contenitiva dei suoi istinti cannibaleschi), capace di scortare le sue gesta terrorizzanti con citazioni colte e di spargere intorno a sé un’aura di profonda cultura.
Nella vita reale, l’attore, gallese di nascita, è un tranquillo e posato signore, quasi novantenne, che – archiviato un passato da alcolista – è stato nominato baronetto per meriti artistici dalla Regina Elisabetta nel 1993. Insomma, tutto lascerebbe supporre che il principio di non contraddizione debba operare nel suo caso. Così come tutti noi, prima o poi, ci imbattiamo nella stessa curva esistenziale: confermare al mondo ciò che siamo già stati.
È una forma di pigrizia collettiva. Se uno ha interpretato re, assassini, maggiordomi, papi e cannibali, allora continuerà a essere quello; se ha vinto premi, continuerà a vivere di premi; se è diventato un’icona, guai a spostarla di un centimetro. Così come – volando più bassi – se uno fa l’impiegato, il medico o l’avvocato, che facesse il favore di occuparsi solo di quello, senza sparigliare l’opinione o l’idea che il mondo si è fatto di lui.
Anthony Hopkins, invece, sembra essersi divertito a disobbedire.
Dopo una vita trascorsa davanti alla macchina da presa, decide di presentarsi al pubblico in una veste diversa: quella del compositore. Non è un capriccio senile, ma, semmai, un gesto quasi sovversivo. Perché mette in discussione una delle convinzioni più diffuse e soffocanti del nostro tempo: che ciascuno debba abitare una sola identità, possibilmente redditizia e immediatamente riconoscibile.
Intendiamoci: la sua, nel caso specifico, è tutt’altro che un’incursione bizzarra in una dimensione improvvisata. La musica ha sempre fatto parte del suo percorso, fin da quando, giovanissimo, sognava (e praticava) il pianoforte prima ancora del palcoscenico. Ma decidere di affidare a un’orchestra di fama mondiale le proprie partiture a novant’anni suonati significa rivendicare il diritto alla sorpresa, alla deviazione dal binario prestabilito.
In un’epoca che ci vuole incasellati in ruoli rigidi, specialisti di un unico settore e prigionieri del nostro stesso passato, Hopkins ci ricorda che il talento non è un recinto chiudibile a chiave, ma un fluido che sceglie di scorrere dove vuole. Non importa se Life Is a Dream aggiungerà o toglierà qualcosa al suo altissimo profilo cinematografico: ciò che conta davvero è l’atto poetico di rimettersi in gioco quando tutto sembrava già scritto e archiviato.

La Philharmonia Orchestra
Forse è proprio questa la vera “meraviglia delle moltitudini”: scoprire che, dietro la maschera d’acciaio del mostro e dietro i velluti della fama, c’è ancora spazio per un uomo che, seduto al pianoforte, continua semplicemente a sognare.
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Life Is a Dream – di Anthony Hopkins – con la Philharmonia Orchestra – prodotto da Stephen Barton, Anthony Hopkins – Decca Classics, Universal Music Group – 2026





