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Firenze negli occhi di Rothko

Il confronto diretto con Beato Angelico e Michelangelo

Restano pochi giorni per visitare la mostra che Palazzo Strozzi dedica, fino al 23 agosto, a Mark Rothko. Il pittore, naturalizzato statunitense dopo un’infanzia trascorsa nell’allora Impero russo, compì tre viaggi in Italia, nel 1950, nel 1959 e nel 1966, tornando ogni volta a Firenze. Nel convento di San Marco percorse il corridoio delle celle affrescate da Beato Angelico, un’esperienza che segnò la sua ricerca sulla luce e sulla superficie pittorica. Il vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, progettato da Michelangelo, gli restituì il senso drammatico dello spazio, che avrebbe poi riecheggiato nei murali per il ristorante Four Seasons del Seagram Building. Curata da Christopher Rothko ed Elena Geuna, la mostra ripercorre questo legame estendendosi oltre le sale del palazzo: al Museo di San Marco cinque opere sono collocate in altrettante celle affrescate dall’Angelico, mentre il vestibolo della Laurenziana accoglie due tele in dialogo diretto con l’architettura michelangiolesca. 

Beato Angelico, Noli me tangere, 1439-1441, e Mark Rothko, Untitled, 1958, Museo di San Marco, Firenze. Veduta della mostra Rothko a Firenze, 2026.

La prima sala accoglie il visitatore con la prima – e unica – fase figurativa, distante dalle grandi campiture che il pubblico associa a Rothko. Figure sospese, maschere, profili arcaici popolano le tele: figure che contengono rimandi alla mitologia intrecciata all’inconscio dell’artista, restituito con un tratto ancora incerto tra disegno e pittura. In questo primo passo è Interior (1936) l’opera che cattura maggiormente l’occhio dello spettatore rispetto alle altre opere presenti in sala, accostata dai curatori alla tomba di Giuliano de’ Medici scolpita da Michelangelo nella Sagrestia Nuova. Il parallelo, dichiarato in didascalia, regge più sulla suggestione che sulla tela: l’architettura interna del dipinto lo richiama, ma l’accostamento resta un’indicazione da verificare con lo sguardo, non un’evidenza. Verso la fine del decennio la tela si svuota progressivamente: la figura si dissolve, la superficie si fa più ampia, il colore comincia a occupare lo spazio prima riservato al racconto. 

Nella sala successiva si entra nella struttura del quadro che, pur assumendo declinazioni diverse nel corso del decennio, definirà la cifra stilistica di Rothko: il colore smette di fare da sfondo alle figure e diventa esso stesso struttura dell’immagine. Le campiture si allargano fino a occupare l’intero campo visivo, imponendo una distanza di visione ravvicinata che la mostra sembra aver calcolato nell’allestimento stesso, rispettando il modo in cui l’artista voleva le sue tele appese: basse, poco distanti da terra, pensate per essere osservate da vicino, in stanze raccolte più che in grandi ambienti museali. È il momento in cui il percorso richiama, con discrezione, i tre soggiorni italiani di Rothko, nel 1950, nel 1959 e nel 1966: una chiave che il visitatore ritrova nella sequenza delle opere, non in un apparato didascalico separato. Rothko parlava della breathingness degli affreschi di Beato Angelico, quella qualità di respiro che cercava nella propria pittura. Le grandi tele esposte in questa sala la restituiscono solo in parte: l’ampiezza cromatica produce immersione, la rarefazione luminosa che l’artista ammirava a San Marco resta, qui, un riferimento più dichiarato che dimostrato sulla tela. 

Poco oltre, nella stessa sequenza di sale, il confronto con la tradizione italiana trova la sua prova più convincente. In Orange and Tan (1954) e in No.13 (White, Red on Yellow) (1958) il colore, steso per velature successive, si fa denso e caldo, quasi affiorasse dall’interno della tela: è la qualità luminosa che i curatori riconducono a Beato Angelico. La tensione tra i rettangoli, meno morbida e più incalzante, richiama invece la compressione drammatica che Rothko aveva sperimentato nel vestibolo progettato da Michelangelo. Le due fonti convivono nella stessa opera ma restano leggibili solo separatamente: il calore appartiene a un registro, la tensione formale a un altro, e la sintesi proposta dal percorso convince più come lettura critica che come esperienza immediata davanti alla tela.

Rothko a Firenze, veduta della mostra a Palazzo Strozzi, Firenze, 2026.

Il percorso restituisce ogni fase della ricerca di Rothko, dalla figurazione degli esordi alle grandi campiture della maturità, e prosegue idealmente la mostra che Palazzo Strozzi aveva dedicato a Beato Angelico. Portare a Firenze un artista che con la città ha intrattenuto un rapporto di lunga durata resta il merito principale dell’operazione. Per chi segue la ricerca sull’astrazione, gli ultimi giorni utili per la visita restano un’occasione da non rimandare.

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Rothko a Firenze con sezioni speciali al Museo di San Marco e alla Biblioteca Medicea Laurenziana — a cura di Christopher Rothko ed Elena Geuna — promossa e organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi in collaborazione con la Direzione regionale Musei nazionali Toscana (Museo di San Marco) e la Biblioteca Medicea Laurenziana, istituti del Ministero della Cultura — Main Partner: Intesa Sanpaolo — sostenitori pubblici: Comune di Firenze, Regione Toscana, Città Metropolitana di Firenze, Camera di Commercio di Firenze — sostenitori privati: Fondazione CR Firenze, Fondazione Hillary Merkus Recordati, Comitato dei Partner di Palazzo Strozzi — con il supporto di Kenneth C. Griffin and Griffin Catalyst, Maria Manetti Shrem, Gruppo Beyfin S.p.A., Aon, Arteria — catalogo edito da Marsilio Arte, a cura di Christopher Rothko ed Elena Geuna, con saggi di David Breslin e Gerhard Wolf e cronologia a cura di Marco Galvan, Christopher Rothko e Kate Rothko Prizel – Palazzo Strozzi, Firenze, 14 marzo–23 agosto 2026

Foto ©Ela Bialkowska, OKNO Studio.

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