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Una notte di attesa, tra ricordi e solitudine

Al Teatro Romano di Volterra, Simon Domenico Migliorini chiude la XXIV edizione del Festival riportando in scena una riscrittura di Casanova.

C’è una notte in cui Casanova aspetta una donna. Lei ha promesso di incontrarlo, ma non arriva. E mentre l’attesa si trasforma in solitudine, il grande seduttore della storia ripercorre la propria vita, lasciando riaffiorare dalla memoria le donne amate, desiderate, perdute. È da questa assenza, più che dalla presenza del mito, che prende avvio Una notte di Casanova, lo spettacolo con cui Simon Domenico Migliorini, direttore artistico e interprete, ha scelto di chiudere la XXIV edizione del Festival Internazionale Teatro Romano di Volterra.

Valeria Sophia Tegas , Simon Domenico Migliorini e Cristina Farese

La riscrittura di Migliorini parte dal testo di Franco Cuomo, Premio Flaiano alla Drammaturgia nel 1984, trasformando il monologo originario in un’azione scenica nella quale la parola incontra il corpo, la memoria e il confronto con le figure femminili. L’obiettivo dichiarato dal regista è quello di «restituire Casanova alla sua verità storica e umana», sottraendolo ai cliché e riportando al centro l’eros come pulsione vitale, desiderio, passione per il bello e amore per la vita.

Ed è proprio l’eros, nel corso della rappresentazione, ad assumere un significato più ampio. Casanova desidera le donne, ma non sembra volerle semplicemente possedere: le ama, le seduce e soprattutto vorrebbe vederle libere. Vorrebbe che riuscissero a sottrarsi alle paure, alle convenzioni e ai vincoli sociali che impediscono loro di seguire fino in fondo ciò che desiderano. Ma nessuna lo segue davvero. È qui che la vicenda settecentesca comincia a parlare al presente.

Le donne che Casanova incontra sono figlie di un’epoca nella quale la libertà femminile aveva confini rigidissimi. Anche quando il desiderio riusciva a trovare uno spazio clandestino, il peso delle convenzioni, della morale e della paura finiva spesso per prevalere.

Particolarmente intensa è la scena con la suora, che, nonostante le insistenze di Casanova, decide di non abbandonare il convento. Non è soltanto il rifiuto di una donna nei confronti di un seduttore: è lo scontro tra il desiderio e la paura, tra ciò che si vorrebbe vivere e ciò che si ritiene di dover essere. Ed è proprio in questo passaggio che la distanza tra il Settecento e il nostro presente sembra accorciarsi. Se allora erano i voti, la morale e le convenzioni a trattenere una donna, oggi possono essere altre forme di condizionamento a spegnere i desideri: stereotipi culturali, regole sociali, conformismi, il bisogno di aderire a ciò che viene considerato accettabile.

Migliorini parla nella sua nota di regia dei rischi di una «religione laica» sfociata nel politically correct, capace di «imbrigliare» l’istinto umano nelle regole del potere. Ma che cosa accade quando, nel tentativo di governare ogni aspetto dell’esistenza attraverso la ragione e le convenzioni, finiamo per soffocare una parte autentica di noi stessi?

Casanova, in questa prospettiva, diventa quasi un uomo in rivolta contro tutto ciò che pretende di ordinare la complessità della vita. «Alle ghigliottine razionali preferisce la complessità dell’animo», scrive Migliorini. E il suo Casanova sembra incarnare proprio questa contraddizione: è un uomo che sfida le regole, ma che allo stesso tempo porta dentro di sé una profonda ferita. Perché dietro il libertino c’è un bambino che ha conosciuto l’abbandono. L’uomo che ha trascorso la vita inseguendo le donne sembra ripetere, inconsapevolmente, lo stesso gesto di chi da bambino non è riuscito a trattenere la propria madre. Le cerca continuamente, le ama, le desidera, ma non riesce a farle restare. E così quella che potrebbe apparire come una vita di conquiste si rivela, alla fine, una lunga storia di perdite.

È proprio questa malinconia a dare allo spettacolo la sua parte più umana. Migliorini restituisce un protagonista capace di trasmettere il dolore di un uomo che, dietro la fama di seduttore, è soprattutto solo. La sua interpretazione è sentita e riesce a far emergere la dolcezza e la vulnerabilità di Casanova, oltre alla sua irruenza e al suo desiderio. La ricchezza del testo, tuttavia, offre ancora margini per una maggiore modulazione interpretativa: in alcuni passaggi una più marcata varietà nei toni, nel ritmo e nelle pause potrebbe accentuare ulteriormente le diverse sfumature emotive del personaggio e impedire che la densità della parola conduca, occasionalmente, verso una certa uniformità.

Accanto a Migliorini, Cristina Farese e Valeria Sophia Tegas danno corpo alle molte donne della memoria di Casanova. È una scelta scenica non semplice: due giovani attrici chiamate a interpretare figure femminili seducenti e profondamente segnate dalla propria epoca. In alcuni momenti la scelta può produrre qualche forzatura, ma entrambe dimostrano una notevole disponibilità a mettersi in gioco e affrontano i personaggi con passione e semplicità. Le loro figure entrano ed escono dalla memoria di Casanova, talvolta alternandosi, talvolta condividendo lo spazio scenico, come fantasmi di una vita che continua a ripresentarsi davanti all’uomo rimasto solo. Le due attrici riescono soprattutto a restituire l’attrazione e il sentimento che quelle donne provavano per Casanova, mostrando una sensibilità umana e scenica che potrà ulteriormente consolidarsi con l’esperienza. I ruoli hanno ancora possibilità di crescita, ma proprio la loro capacità di trasmettere forti emozioni lascia intravedere un percorso sempre più maturo e in ascesa.

La scenografia contribuisce in maniera decisiva alla riuscita dell’allestimento. Una sala da pranzo elegantemente imbandita, con cibo vero e oggetti accuratamente scelti, ci riporta nell’atmosfera del Settecento. Libri, libretti, valigie realizzate con stoffe rifinite con cura, costruiscono un ambiente credibile e raffinato, nel quale ogni elemento dimostra una funzione estetica e narrativa.

La stessa attenzione si ritrova nei costumi, belli e ben confezionati, capaci di richiamare l’abbigliamento della borghesia e dei ceti benestanti dell’epoca.

Molto riuscita anche la componente musicale, curata da David Dainelli, evocativa e spesso attraversata da una vena malinconica che accompagna il racconto e in alcuni momenti ne amplifica con efficacia la dimensione emotiva. Sono soprattutto nei passaggi più intimi che musica e parola sembrano incontrarsi, sostenendo il sentimento di nostalgia che attraversa l’intera rappresentazione.

Le luci seguono con discrezione l’azione e risultano generalmente ben coordinate con la scena. La particolare condizione di uno spettacolo all’aperto, tuttavia, penalizza inevitabilmente alcuni momenti nei quali sarebbe necessario un maggiore oscuramento, riducendo in parte l’effetto teatrale pensato per quei passaggi.

Alla fine, la domanda che la regia lascia affiorare dalla scena di Una notte di Casanova è più grande della vicenda di Casanova. Possiamo davvero vivere rinunciando a una parte dei nostri desideri per adeguarci alle regole che la società ci impone? E fino a che punto la ragione, il moralismo, il conformismo e la paura possono diventare gabbie capaci di spegnere i nostri sogni?

Lo spettacolo invita a riconoscere che desiderio, corpo, sentimento e sogno appartengono alla complessità dell’essere umano e che negarne una parte, come le passioni e gli istinti, significa forse rinunciare a comprenderci fino in fondo.

Cristina Farese

Così Una notte di Casanova conclude il Festival di Volterra con uno spettacolo che, pur conservando il fascino del Settecento, non rimane prigioniero del passato ma diventa una notte di memoria, di desiderio e di interrogativi sul presente.

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Una notte di Casanova di Franco Cuomo – Regia e adattamento drammaturgico Simon Domenico Migliorini – Con Simon Domenico Migliorini, Cristina Farese e Valeria Sophia Tegas – Musiche David Dainelli – Movimenti Eleonora Ferrari – Costumi Gabriella Panza – Scene Patrizia Gronchi – Prodotto dal Festival Internazionale Teatro Romano Volterra – Teatro Romano di Volterra 7 e 8 agosto 2026


Foto di scena: ©Stefano Cari

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