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Come l’ottone e l’oro: quando ritrovare l’altro significa ritrovare sé stessi

Al Teatro Romano di Volterra il Collettivo V.A.N. rilegge Plauto, trasformando la ricerca del fratello perduto in una metafora della ricerca della propria identità.

Quasi al termine della ventiquattresima edizione del Festival di Volterra, il Teatro Romano accoglie I Menecmi – Come l’ottone e l’oro, adattamento da Plauto firmato dal Collettivo V.A.N., costituito da giovani attori provenienti dalla formazione classica dell’INDA di Siracusa. Una commedia antica che, nella loro rilettura, trova una dimensione contemporanea attraverso musica, canto, clowneria e una recitazione fortemente fisica.

La storia è quella dei due gemelli Menecmo e Sosicle, separati durante l’infanzia e cresciuti in luoghi diversi, fino a quando la ricerca del fratello perduto conduce uno dei due proprio nella città dell’altro. Da qui nasce il consueto meccanismo plautino degli equivoci, degli scambi di identità, degli incontri mancati e delle situazioni paradossali che progressivamente conducono all’inevitabile riconoscimento finale. Ma dietro la macchina comica costruita da Plauto c’è qualcosa che il Collettivo V.A.N. sceglie di mettere in evidenza: la ricerca dell’altro come necessità profondamente umana. Cercare un fratello significa cercare una parte di sé, quella parte che sembra mancare e che soltanto attraverso l’incontro può essere nuovamente riconosciuta.

È proprio questo il tema che emerge nella commedia: l’identità non è soltanto ciò che siamo, ma anche ciò che gli altri ci restituiscono di noi stessi. I due Menecmi sono uguali eppure separati, vicinissimi nella fisicità e lontanissimi nella vita; il loro incontro rompe l’equilibrio apparente costruito dalle rispettive esistenze e restituisce ordine a un mondo improvvisamente travolto dal caos. E il caos è uno degli elementi più interessanti dello spettacolo. Un caos solo apparentemente disordinato, perché sostenuto da un ritmo preciso e da un lavoro attoriale che richiede energia, ascolto e grande coordinazione. Gli interpreti si muovono continuamente nello spazio, alternando parola, canto e fisicità, con un’energia che restituisce alla commedia quella dimensione popolare e spettacolare che apparteneva al teatro plautino.

La scelta musicale diventa così parte integrante della narrazione. Canti e momenti corali accompagnano gli equivoci e contribuiscono a costruire un’atmosfera che attraversa suggestioni diverse, dal medievale alla tradizione del musical contemporaneo. Non si tratta dunque di una semplice trasposizione del testo, ma di una vera operazione di riscrittura scenica, nella quale gli elementi del teatro e della musica convivono in un unico linguaggio.

Efficace è anche il lavoro sulla fisicità degli attori. I giovani interpreti dimostrano una preparazione evidente: le capacità vocali e corporee diventano strumenti essenziali per sostenere il ritmo e la comicità. Gli elementi di clowneria, in questo senso, trovano un equilibrio interessante con la matrice classica dell’opera.

La scenografia di Carlo Gilè segue la stessa logica di essenzialità e trasformazione. I teli, disposti come vele, costruiscono uno spazio mobile e continuamente modificabile. È un’immagine che assume anche un valore simbolico: una barca in balia delle onde, proprio come le vite dei due fratelli, trascinate dagli eventi e costrette a cercare un approdo. Le vele diventano allora metafora di un viaggio imprevedibile, quello dell’esistenza, nel quale l’uomo cerca continuamente un equilibrio tra sé e gli altri.

Anche i servi, nella rilettura del Collettivo V.A.N., acquistano una propria dignità e una propria aspirazione alla libertà. È un elemento che amplia la prospettiva della commedia e permette di leggere il rapporto tra padroni e servi non soltanto attraverso la tradizionale dinamica comica, ma come una relazione di dipendenza reciproca. In fondo, il mondo di Plauto sembra suggerire che nessuno può esistere completamente da solo: abbiamo bisogno dell’altro per essere riconosciuti, per essere ascoltati, persino per dare un significato alla nostra stessa esistenza.

Il pubblico viene così coinvolto direttamente nel gioco degli equivoci. I personaggi non hanno bisogno di essere sottoposti ad analisi psicologiche: dichiarano immediatamente ciò che sono, ciò che desiderano e ciò che li muove. È una delle caratteristiche che rende ancora oggi efficace la comicità plautina, capace di parlare attraverso situazioni semplici e immediatamente riconoscibili.

Gli attori del Collettivo V.A.N. affrontano questo materiale con entusiasmo, preparazione e una evidente passione per il teatro. La loro giovane età non impedisce loro di misurarsi con un testo complesso e con una macchina scenica che richiede notevole energia. Al contrario, sembra diventare una delle forze dello spettacolo: una vitalità che arriva direttamente in platea.

Bravi gli interpreti, espressivi e dinamici, capaci di rendere credibile ogni personaggio attraverso caratteristiche ben definite. Anche i servi hanno una propria identità: c’è chi è continuamente preso dalla fame, chi appare più insicuro e impacciato, mentre il cuoco, volutamente grottesco, risulta particolarmente simpatico ed efficace. Colpisce soprattutto la capacità di coordinare gesti, movimenti e suoni con grande precisione. Una prova corale vivace, ben ritmata e sostenuta da evidente preparazione e affiatamento.

L’operazione di adattamento che non tradisce il testo, ma interviene soprattutto sulla sua dimensione scenica. La trama e la struttura della commedia rimangono fedeli a Plauto, mentre sono la musica, il canto, la clowneria, la fisicità degli interpreti e il ritmo della messinscena a restituire al pubblico una lettura più contemporanea. Anche i costumi mantengono un legame con l’ambientazione tradizionale, creando un interessante equilibrio tra il mondo classico e la vivacità della rilettura proposta.     

Ed è proprio qui che emerge una considerazione sul lavoro del Collettivo V.A.N.: la loro formazione classica e la preparazione dimostrata in scena offrono loro la possibilità di muoversi con grande libertà tra tradizione e innovazione, senza che l’una debba necessariamente escludere l’altra. La loro capacità di rinnovare il linguaggio scenico di un testo antico dimostra quanto un classico possa ancora essere vitale quando viene affidato a interpreti capaci di restituirgli energia e contemporaneità.

E proprio perché il Collettivo V.A.N. possiede una solida formazione classica, sarebbe bello vederlo affrontare anche il teatro classico nella sua forma più autentica, contribuendo così a custodirne e tramandarne la tradizione.

Al fine i due Menecmi si ritrovano e con loro si ricompone l’ordine del mondo. Il caos si scioglie, gli equivoci trovano una spiegazione e ciò che era stato perduto torna finalmente al proprio posto. Ma la ricerca non riguarda soltanto i due fratelli. Forse proprio attraverso il gioco degli specchi costruito da Plauto, ogni spettatore può riconoscere la propria personale ricerca: quella di un’identità, di una radice, di qualcuno attraverso cui sentirsi riconosciuto. Perché, in fondo, siamo tutti un po’ come una barca in mezzo al mare: cerchiamo di mantenere la rotta tra le onde degli eventi, mentre continuiamo a cercare noi stessi e, nello stesso tempo, qualcuno capace di riconoscerci.

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Menecmi di PlautoCome l’ottone e l’oro – Regia Collettivo V.A.N. – con Federica Cinque, Andrea di Falco, Gabriele Manfredi, Giancarlo Latina, Andrea Pacelli, Andrea Palermo, Gabriele Rametta, Pierantonio Savo Valente – Scenografia di Carlo gilè – musiche di Andrea di Falco e Gabriele Rametta – Foto Stefano Fidanzi G.A. Volterra – Produzione TTR il teatro di Tanto Russo, V.A.N. Verso altre narrazioni – Festival Internazionale Teatro Romano di Volterra, 6 agosto 2026

Foto di scena: ©Stefano Fidanzi

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