Raffaella Azim dà corpo a un’Elettra ossessionata dalla morte, che si impone come una presenza silenziosa e implacabile
In queste afose sere di luglio, il Festival In una notte d’estate è una dolce parentesi che il fedele pubblico genovese attende con affetto. Ieri sera, 20 luglio, in piazza San Matteo, è andata in scena Elettra assolo, un’opera di prosa che arriva direttamente dalla tragedia antica con un tocco di modernità. A dominare lo spettacolo è la Morte. Non più semplice evento, ma personaggio vero e proprio. Non la Morte con la falce, ma quella quotidiana, quella che ti entra nelle ossa e ti cambia il respiro. È lì, seduta sul selciato accanto a lei, tra le porte antiche appoggiate come lapidi verticali e il tavolo coperto dal drappo giallo che sembra un altare profanato.
Questo è il cuore dello spettacolo, testo di Margherita Rubino che intreccia Sofocle e Hofmannsthal, portato in scena da Daniela Ardini per Lunaria Teatro. E Raffaella Azim non lo interpreta: lo abita. Si cala nel ruolo con una densità fisica e vocale che fa male. L’attrice, con quella presenza scenica capace di riempire piazze e teatri, costruisce un’Elettra fatta di nervi scoperti e memoria ossessiva. Non urla soltanto il dolore per Agamennone: urla il dolore di chi ha capito che la vendetta non risolve niente, ma è l’unico modo rimasto per restare aggrappati a qualcosa.
Le bande bianche e nere della chiesa romanica diventano parte attiva della scenografia ideata da Giacomo Rigalza. Non è un caso. Quelle strisce verticali, tipiche dell’architettura genovese, funzionano come sbarre, come righe di un quaderno su cui Elettra continua a scrivere da anni la stessa frase: «mio padre». La regia le usa con intelligenza, lasciando che la luce del tramonto e i faretti le trasformino in una griglia che imprigiona e al tempo stesso amplifica il lamento.
Elettra rifiuta ogni compromesso con la vita. Preferisce abitare il buio piuttosto che tradire il padre. Azim rende questa scelta assoluta, quasi fisiologica: il suo corpo è teso, percorso da scosse continue, come se la corrente del dolore non smettesse mai di passarle dentro.
Ci sono citazioni dirette da Sofocle che arrivano come pugni: «O casa di morte, o talamo di sangue…». Ma è nella riscrittura di Hofmannsthal che il testo trova la sua forza più moderna. L’Elettra che esce da questo lavoro è una figura freudiana, pre-espressionista, chiusa nella sua interiorità eppure esposta in piazza, sotto gli occhi di tutti. La morte non è solo il motore della vendetta: è la condizione stessa dell’esistere. Diventa co-protagonista silenziosa, presente nei silenzi, nei gesti sospesi, nelle presenze fantasmatiche degli altri interpreti che portano in vita delle Erinni persecutorie (Francesco Adamo, Carolina e Maria Teresa Franceschi, Gaia Olcese, Matilde Palazzo).
La scenografia essenziale, porte che non conducono da nessuna parte, cumuli di terra, un tappeto persiano buttato sul selciato come resto di lusso inutile, parla di un palazzo degli Atridi ormai ridotto a rovine interiori. Tutto è spoglio, essenziale, eppure densissimo. La regia di Ardini evita ogni retorica e lascia che sia l’attrice a portare il peso. E Azim lo porta con una generosità rara.
Ma l’Elettra portata in scena da Azim, non è soltanto un’Elettra arrabbiata: è disperata. Ha perso tutto, anche la possibilità di smettere di soffrire. La follia non è accessorio: è la forma che il dolore ha preso per sopravvivere.
Non c’è compiacimento, non c’è estetizzazione del tragico. C’è invece la volontà di far sentire allo spettatore il peso concreto di certe scelte esistenziali. Uscendo dalla piazza, le bande bianche e nere della chiesa continuavano a sembrarmi righe su un quaderno infinito.
Elettra assolo è uno di quegli spettacoli che non si limitano a raccontare una storia antica: ti costringono a chiederti da che parte stai tu, tra chi ancora prova ad ancorarsi alla vita e chi, come Elettra, ha deciso di abitare completamente la ferita. Raffaella Azim rende questa abitazione straziante e necessaria. Da vedere.
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Elettra Assolo – con Raffaella Azim e con Francesco Adamo, Carolina Franceschi, Maria Teresa Franceschi, Gaia Olcese, Matilde Palazzo – movimenti Patrizia Genitoni – musiche e luci Stefano Gualtieri e Luca Nasciuti – Assistente costumi Ekaterina Krishevich – Realizzazione scene Ferruccio Catenelli – Ideazione scene Giacomo Rigalza – Costumi Sandra Cardini – regia Daniela Ardini – produzione Lunaria Teatro. Piazza San Matteo – Genova, 20 luglio 2026





