Una donna, l’amore per l’arte medica e la devozione alla cura.
Dall’8 al 17 maggio al Teatro Stabile Giovanni Verga di Catania, è proprio quest’ultima che viene raccontata. Catania è il luogo fisico e geografico, lo sfondo e l’ambientazione di una narrazione che ha, anche, un’altra collocazione. Una collocazione non soltanto territoriale, ma reale, storica e temporale, in un certo periodo, che è quello medievale. Ed è, altresì, antica e medievale, per quanto possibile fedele, la ricostruzione scenica, scenografica e spaziale; senza dimenticare quella del vestiario teatrale. Una creazione collegiale e globale. Una creazione perlopiù al femminile.

Donatella Finocchiaro, Franco Mirabella
Una creazione congruente e conseguenziale, a partire da un testo letterario e documentale. Da Simona Lo Iacono a Cinzia Maccagnano: dal libro, l’iniziale e folta scrittura, alla derivante drammaturgia complessiva, fino alla regia definitiva. Una rappresentazione dai tasselli pienamente collimanti e su misura, esito di una cooperazione collettiva. Collettiva, danzante e musicale è quest’opera dove la musica è personaggio, un altro, come se fossero undici in totale. Dove la musica è l’impattante figura che appare e scompare. E, di nuovo, ricompare a scandire e modulare, governare e sostenere il “dire” di ciascun attore, dal suono strumentale al canto popolare, che fosse il canto solista, che fosse quello corale.
Una creazione di fusione di ciò che è giullaresco con quello che è tribale. Tra sentenze e sequenze di parole. Una creazione linguistica e verbale, dove l’eloquio è italiano, ma anche vernacolare: è distinguibile il dialetto, l’idioma locale di quella città della Trinacria orientale, ricolma di arte, sole e colore, delimitata dal cielo e dal mare, e con un vulcano sulla parte sommitale. In realtà questo, però, lo possiamo definire come il tratteggio odierno e attuale, giacché in quello trecentesco e medievale c’erano delle muraglie a cintare, chiudere e circondare: chi rigorosamente fuori, leggi strambe da rispettare, il divieto di non oltrepassare; e chi, invece, dentro vi poteva stare.
Al di fuori di quelle mura, lì dove il sole non sorgeva, veniva alla luce una creatura. Audace e senza paura, il suo nome era Virdimura. Virdimura è esistita. Virdimura e la sua storia travagliata. Virdimura e la sua arte tramandata. Virdimura e i suoi “bauli”, Virdimura e i suoi poteri. Virdimura e i suoi segreti sulla medicazione e sulla cura. Virdimura e il suo rapporto con la natura, dai granelli di terra ai moti della luna. Virdimura dalle viscere di un’attrice mediterranea, magnetica per talento e caratura. Donatella Finocchiaro è Virdimura. “La donna pericolosa e malvagia, la donna impura”.
Così dicevano coloro i quali le attribuivano facoltà magiche, sortilegio e fattura. Il marchio di Virdimura, un nome composto, un nome scomposto, un nome simbolico e siciliano, un nome che sottintende il più profondo lato umano: di clemenza e compassione, empatia e comprensione verso chiunque avesse bisogno di guarigione. La dottoressa Virdimura, dottoressa senza licenza né autorizzazione. “Perchè alle donne era negato l’esercizio di quella professione”.
Così dicevano alla dottoressa guaritrice, nella natura governatrice, della natura adoratrice. La dottoressa detentrice di virtù, abilità e preparazione. Così dicevano alla dottoressa così piena di sogni e ambizione, aldilà di qualunque veto, qualsiasi proibizione. E senza compenso, senza retribuzione. Così dicevano alla dottoressa Virdi-mura: verde come il muschio terapeutico che affiorava tra le pietre e i lastroni, possente come quella schiera di fortificazioni.
Quelle cerchie murarie che avvolgevano una città, a quel tempo “tempio” di infinite situazioni. “Ventre” di stupri e abusi, molestie e aggressioni. Di pestilenze e turbamenti, flagelli e infezioni. E a completare il quadro terremoti, incendi e persecuzioni, dissidi ed emarginazioni. Estromissioni e punizioni, udienze e inquisizioni, prigionia e ghettizzazioni soprattutto contro ebrei e presunti stregoni. E che “brucino i maghi tutti, e le loro pozioni”.
Contro Virdimura, che era ebrea e impura. Ma impuri erano i giudizi, infondate le dichiarazioni. Non c’erano riscontri, erano solo pettegolezzi e pregiudizi, dubbi e insinuazioni di una società “che pensava male”, che vedeva l’agire medicale al pari di un “lupanare”. Una società catanese del Quattordicesimo Secolo chiusa nella sua mentalità, fra credenze e tradizioni. Tradizioni che, in un discorso più ampio, coinvolgevano anche il culto, le religioni.
Un grande popolo e una moltitudine eterogenea di etnie e fazioni ma Virdimura nel suo mestiere non faceva distinzioni. Del resto, la scienza medica non ammetteva discriminazioni: per essa e per la “medichessa” tutti i corpi erano uguali, tutti con le loro funzioni. Dallo stomaco al cervello, dalla “tana di tutte le preoccupazioni” alla scatola di “pensieri, idee e visioni”. Tutti i corpi erano uguali: ciascuno le proprie ferite, ciascuno i propri affanni e le proprie lacerazioni. Dal nascosto al visibile, tutti i corpi erano uguali. Alla ricerca di salvezza, alla ricerca di bellezza, fra arti spezzati e cuori perduti, patimenti e tormenti, fragilità, afflizioni e tribolazioni.

Donatella Finocchiaro
Tutti i corpi erano uguali: uomini, donne e bambini. Corpi da leggere, corpi da osservare. Corpi a cui sorridere, corpi a cui cantare. Corpi da amare, corpi da risanare. Corpi a cui insegnare “ad inseguire con gli occhi la stella polare”. E con l’anima sperare, e l’anima da elevare, un viaggio, una poesia, un soffio vitale. Con dedizione in un ospedale, con dedizione, senza esitare: un ospedale per aiutare, un ospedale per guarire. Un dolore da lenire e una morte da evitare. E quando non c’era nulla da fare: corpi da accompagnare, corpi da seppellire, corpi da ricordare. Tutti i corpi erano uguali per Virdimura. Virdimura oltre gli ostacoli e il disegno di quelle mura. Virdimura giammai impura. Virdimura libera e pura, sapiente e senza paura.
____________________
Virdimura – di Simona Lo Iacono – drammaturgia: Angela Demattè – regia: Cinzia Maccagnano – con: Donatella Finocchiaro – e con: Margherita Mignemi, Franco Mirabella, Olivia Spigarelli, Luana Toscano, Franz Cantalupo, Giorgia Boscarino, Ornella Brunetto, Chiara Barbagallo, Luna Marongiu – musiche: Etta Scollo – scene: Andrea Taddei – costumi: Dora Argento – luci: Gaetano La Mela – foto di scena: Antonio Parrinello – produzione: Teatro Stabile di Catania e Teatro Biondo Palermo – Teatro Stabile di Catania “Sala Verga” dall’8 al 17 maggio 2026





