Un fool shakespiriano da avanspettacolo, un ribelle miltoniano.
Uno splendore di iperteatralità ironica leggera ed atroce questa riscrittura delle Baccanti euripidee (406-7 a.C.) da parte di Isidori, in scena a Roma nel quarantennale del famoso gruppo torinese, i Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa.

Come è nella tradizione acida e dissacrante del gruppo, naturalmente, se alla base è scrittura di testo (Isidori qui è drammaturgo, regista, attore), in realtà, come è del vero teatro, la scrittura è lo spettacolo, scrittura di scene, di stile attoriale, oltre che di parole. E’ una macchina scenica, anzi, una macchineria, che stritola ed avvolge lo spettatore, con un beffardo brechtiano tono farsesco, che se esclude la catarsi purificatrice e dolente del tragico puro arcaico – ai nostri tempi giudicato quanto meno difficile – non manca di inquietare, pur mantenendo il distacco giudicante e sentenziante. Del resto, ad esergo del copione troviamo Il teatro non può riferire. Deve ferire
Un chiaro riferimento all’artaudiano teatro della crudeltà praticato dal gruppo fino dagli esordi genetiani. E dunque, nella migliore tradizione brechtiana, si mostrano a vista i meccanismi teatrali. Sia scenici ( strutture che evolvono a vista, e che a loro volta simboleggiano la struttura del potere), sia psichici, attraverso momenti meta teatrali di commento ludico, e attraverso l’esagerazione caricaturale, in maschera, una per tutte la geniale maschera-bocca che, coprendo i volti, li rende solo macchine bestiali, della sensualità folle e dello sbranamento.
Non che questa violenza manchi in Euripide, che pure dei tragici greci è il più mite ed illuminista.
Il dionisiaco vi si manifesta appieno, ma non a caso molti vedono il testo come una condanna dell’irrazionalità del numinoso come modello puramente passionale, e dalla giustizia discutibile.
Sì, Dioniso punisce i tebani che ne negano la divinità, fa imbestiare le donne sul monte, e da loro fa sbranare il blasfemo re di Tebe, Penteo. Addirittura lo sbrana la madre, prendendolo nel delirio per un leone.
Ma poi arriva il lato dolente. La madre di Penteo, figlia di Cadmo, rinsavisce e piange l’orrore. E la giustizia divina è messa in forse, nel suo eccesso. Tanto che lo stesso Dioniso ne scarica la responsabilità sull’imperscrutabile volere di Zeus.
Dioniso,«Ti trasformerai in serpente. E anche Armonia, figlia di Ares, e tua sposa […] Distruggerai molte città. Ma quando il ritorno sarà sventura, Ares salverà te e Armonia, e vi farà dimorare nella terra dei Beati» – Cadmo, «Ma è un castigo troppo atroce. Gli dei non debbono esser come i mortali nella collera” – Dioniso, «Antica decisione di Zeus, mio padre»
In realtà nel mito è operante una antica maledizione, da quando Cadmo uccise il serpente di Ares, e fondò Tebe. Dioniso sarebbe allora solo una pedina del fato. Non solo. Dopo varie altre peregrinazioni, grazie ad Ares, padre di Armonia, lei e Cadmo saranno tra i beati.
E risalendo a questa radice, nella tragedia occultata, Isidori alla fine sviluppa l’ira di Dioniso (qui un Paolo Oricco ai suoi vertici), che – da uno sfidante e beffardo fool shakespiriano, come poi vedremo, rappresentante del caos vitale come forza irrazionale e generativa – diventa qui un Satana miltoniano, polemico ribelle che bestemmia un dio che, se apparentemente sembra essere Ares
“Cadmo e mugliera, in fresca rotazione vitale, fino all’avvento di un cosiddetto qual certo Paradiso, o beatificatorio, o bensì, maligno, opino, quell’Ospizio che, mannaggia li Celesti! Un altro Dio, non io!, procurerà alla vostra età finale. Male, per me malissimo! Però contento Isso, lo divino collega mio, Ares mascolo/muscolo il forzuto. A questo punto a me di voi, coniugi scassapallette, niente più cale. Deus dixit”
in realtà fa pensare a quel dio cristiano che sarà annuncio di un mondo dicotomico, dove l’irrazionale pulsionale sensuale verrà esiliato come regno del male, mondo altro senza più cittadinanza
«Ma la forza del mio canto non soccorre l’Universo. Quel sapone è galeotto: ci fa prender tosto atto che il creato è messo in croce dal suo stesso Facitore! Garantiscolo! Comunque gregge mio grigio gregge, una Novella ve la spadello. Forse la Buona! Magari la Finta! Certo la Supergrulla! Come on! Ci sono due mondi; e io vengo dall’Altro: Sono Fumo Rosso! »
Ne sono spia le parole … messo in croce / facitore / gregge / la novella forse buona, magari finta … dove la buona novella del Cristo diventa con beffarda polemica la novella supergrulla dello scoronato: ci sono due mondi.
Svanisce la leggerezza matta iniziale, la predicazione del proprio valore
Coro, «il grande terapeuta musicale, l’addetto all’uomo, che ricorda all’uomo di sciogliersi nell’uomo! – Dioniso, ” Me dico … Asino / Spasimo / Sesamo / Lesina / Sondalo / Cocciolo / Cucciolo / Scricciolo / Nespolo / Graspolo / Covalo / Zeus!»
e ritorna più amara
«Alla ricchezza del sensoriale animale vi convertirò in massa, io, Dionìsio, re del tirabouchon! dottor Nascosto, avvocato cosmico, teatrofilo primigenio, genio della patata! Fumo Rosso! Cardo spinato!»
Insomma, nella versione dei Marcido il potere del nume scoronato, nel suo apparente scatenarsi incontrastato, diventa anche un contropotere, come pazzia e verità nei fool shakespiriani a corte, e come la rivendicazione della disobbedienza e del piacere, al di là del bene e del male, come realtà intera, caos creativo. Non a caso il Dioniso di Isidori si rivendica teatrofilo, contro la morte del teatro come manifestazione dell’oscena verità.
«Io? Quello che vi spatascia alla castità del plurale. Mammaluccanti! Vi convertirò alla ricchezza del sensoriale. Io, Dioniso, teatrofilo primigenio, fumo rosso, giglio nascosto, figlio di Zeus, teatrofilo di merda Mai avrete il mio scalpo».
E se irride e manipola come un ingenuo beota Penteo, tuttavia, nel lungo monologo finale, del tutto assente in Euripide, diventa tutto lamento e ruggito, ringhio calibanico, in maschera, di un perdente.
Mellifluo sarcastico avvolgente animalesco fino a qui, lo splendido Dioniso incarnato da Paolo Oricco compie il miracolo di un inabissamento, in una sofferta immobilità tutta scatenamento vocale. Si fa cristica belva in gabbia.
E la scena lo sottolinea.
Finché annunciava la condanna di Cadmo e Agave stava infatti in alto sulla struttura palazzo. Ora scende a valle, e la struttura a gradinate, apertasi al centro per lui, sembra richiuderglisi addosso, quasi a stritolarlo.
La scena e i costumi diventano dunque potenze vive. Lo dicevamo all’inizio, è un ’testo spettacolo’, come sempre nei Marcido, dove tutto è segno vivo, presenza, in un concerto a deformazione espressionista. Le macchine geniali e i costumi di Daniela Dal Cin infatti sottolineano ed agevolano tutti i passaggi.
Così la scena – un cartonato dipinto, prima a paesaggio partenopeo, poi con frecce che puntano a Dioniso – si muove, si apre, ruota. Il frontale è a gradini, bianco e rosso, morte e sangue, vita e fantasmi. Sono gradini-denti. Monti o fauci, a seconda di come assemblati. E sotto, a reggere, telaio metallico a vista, interiora del palazzo, mondo sotterraneo del coro, anime biancovestite e senza volto. E poi, geniali applicazioni, ad illustrare le violenze agite, dei quadranti, separati o uniti, tenuti dagli attori. A raggiera intorno al pastore, ritratti della mandria sgozzata. E poi – coprendo il coro, in danza circolare, prima a nastro unito e poi in quadranti separati dallo sbranamento (col coro che si sparpaglia) – a disegnare le parti del corpo di Penteo.
E ancora. Penteo che si fa ridicolmente femmina (inganno di Dioniso) per spiare le donne, e dalla cui corazza, simbolicamente forata, escono nastri rosa, ridicolizzazione del potere maschile, e premonizione del sangue.
Ma davvero avvolgente in tutti – oltre alla gestualità che oscilla tra il comico della commedia dell’arte e la sacralità orientale – è lo stile vocale.
Volutamente artefatto, cantilenante, strascinato, sui toni bassi, come in certi stilemi del terzo teatro.
L’inizio dello spettacolo è ironico.
Si allude a Ninì Tirabusciò, la regina delle mosse dei Café Chantant partenopei di primo ‘900, e l’apertura è cabarettistica, con Maria Luisa Abate (Tiresia) in frac, che tira in scena una pianola.

Ma poi, tolto qualche balletto, il circo si fa crudele, ed il concerto sconcertante delle voci è lo scatenarsi di un’ironia persecutoria, dell’aldilà.
Insomma.
Lo spettacolo ci investe, con il suo straniamento onirico e pluriverso.
_____________
Le baccanti, di Euripide, che “precipitano” a contatto col reagente Marcido – Regia Marco Isidori – Riscrittura di Marco Isidori – con Paolo Oricco (Dioniso), Marco Isidori (Cadmo), Maria Luisa Abate (Tiresia), Valentina Battistone (Agave, madre di Penteo), Ottavia Della Porta (Penteo), Alessio Arbustini (Pastore), Alessandro Bosticco (Coro) – assistente alla regia Mattia Pirandello – luci Fabio Bonfanti – scene e costumi Daniela Dal Cin – Coproduzione: Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa/Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale – debutto: Torino, Teatro Gobetti – 25 febbraio 2025 – Teatro Vascello di Roma dal 5 al 10 maggio 2026





