Hafsia Herzi firma un racconto di crescita che trova nella sospensione la sua forza più limpida
In sala dal 23 aprile, La più piccola (La Petite Dernière) si impone come uno di quei rari adattamenti che eccedono la semplice trasposizione testuale, assorbendone la forma più intima, in una traslazione quasi invisibile. Presentato in concorso all’ultimo Cannes, e successivamente transitato nei circuiti europei fino al Bif&st di Bari, il film di Hafsia Herzi affonda le proprie radici nel romanzo di Fatima Daas — un’opera che, più che raccontare, tenta di esporsi, cerca una nomina, mette in discussione l’Io.

Fatima è all’ultimo anno delle superiori, la più piccola di tre sorelle che la vedono ma non la inquadrano, non capiscono il suo modo di stare al mondo. Nel tentativo di definire se stessa, Fatima si muove in una zona di confine: indossa abiti maschili, gioca a calcio, si protegge dietro un berretto sotto cui raccoglie la lunga coda di cavallo, quasi a schermarsi da uno sguardo esterno che fatica a decifrarla.
Accanto a lei c’è un ragazzo, presenza incerta e mai davvero risolutiva, che la frequenta senza coglierne la complessità, incapace di restituirle uno spazio autentico. In questo equilibrio instabile, tra aspettative familiari, ricerca identitaria e relazioni che non bastano, Fatima attraversa un momento decisivo della propria crescita, ancora sospeso tra ciò che è e ciò che sta lentamente diventando.
Per comprendere davvero il film, è necessario tornare proprio a quella scrittura originaria: La più piccola di Daas ha una forma ibrida, quasi rituale, costruita per frammenti che si aprono sempre allo stesso modo — «Mi chiamo Fatima» — come un atto reiterato di autoaffermazione attraverso la preghiera.
Una sequenza di dichiarazioni, scarti, contraddizioni, in cui identità diverse (quella musulmana, lesbica, figlia, sorella) non si sintetizzano naturalmente, ahinoi, ma restano in tensione.
È esattamente questa struttura a essere tradotta, e in parte reinventata, nel film: Herzi conserva la natura spezzettata del racconto, trasformando la parola in sguardo. Là dove il romanzo procede per accumulo di definizioni — Fatima che si dice, si ridefinisce, si contraddice — il film risponde con un dispositivo visivo che insiste, quasi ostinatamente, sul volto della protagonista.
Le inquadrature, spesso immobili, sembrano trattenere il tempo più che muoverlo; non accompagnano l’azione, non la organizzano: la macchina lascia che il senso emerga da minime variazioni. Un’incertezza negli occhi, una rigidità nella postura, una crepa impercettibile nella superficie, un sorriso appena accennato che tradisce fiducia. È come se l’obiettivo cercasse di fare ciò che la scrittura di Daas compie con la ripetizione, cioè avvicinare Fatima per approssimazioni consecutive.
La distinzione tra sessualità erotica e orientamento sessuale trova nel film tracce radicate come elementi dissonanti di un’identità che rifiuta di scegliere. La protagonista è, simultaneamente e senza gerarchia, musulmana devota e donna attratta dalle donne, e il conflitto non è mai ridotto a opposizione narrativa, ma vissuto come una coesistenza faticosa, quotidiana, irrisolta, addirittura sofferente nel momento in cui Fatima sente di essere punita da Dio nel momento in cui Ji’Na (Park Ji-min) la allontana.
Il film eredita questa complessità e la distribuisce lungo più traiettorie quotidiane— lo sport, le amicizie, il diploma e l’ingresso in università, il profondo rapporto con la madre e le scaramucce superficialmente giudicanti con le sorelle — senza mai costruire un centro dominante. L’orientamento sessuale, pur essendo il punto d’innesco, lo scheletro motorio, non diventa mai il perno totalizzante del racconto; allo stesso modo, la sessualità, intesa come desiderio, affiora come una corrente sotterranea, mai tematizzata, mai esibita eppure chiaramente eloquente. In questo delicato equilibrio nel ponderare il peso di tali sentimenti, senza che essi siano messi in ombra dall’azione, sta la grande eleganza de La più piccola.
Ancora più evidente è la continuità nel modo in cui viene trattata la religione: questa dimensione si traduce in gesti minimi, preghiere rapide e silenziose, fino a condensarsi nella lunga scena della confessione con l’imam, dove il confronto si fa improvvisamente frontale e il volto di Fatima diventa campo di tensione pura, lacerazione, doppia messa in discussione.
Ed è qui che Nadia Melliti, al suo straordinario esordio pluripremiato, compie qualcosa di raro: restituisce una presenza che supera i contorni di un’interpretazione, assume una forma che resiste, dando quasi l’impressione di cancellare Nadia per fare più spazio a Fatima; una fragilità che non si espone mai completamente, che si irrigidisce proprio nel momento in cui potrebbe cedere, una bellezza ambigua, attraversata da una doppia forza, quella di chi ha contezza dei propri connotati e quella di chi ancora non riesce a disegnarsi.
Potremmo, riduttivamente, definire La più piccola un coming-of-age. In realtà, sebbene il tempo di un anno sia scandito attraverso le quattro stagioni, all’uscita dalla sala non abbiamo l’impressione di aver assistito a una crescita lineare, né a un approdo. Piuttosto, ciò che il film mette in scena è una progressiva messa a nudo: una discesa in quelle zone in cui le diverse parti di sé entrano in attrito, si respingono, si contraddicono, fino a rendere impossibile ogni fusione immediata.
È proprio da questa frizione, mai risolta e mai pacificata, che prende forma, lentamente, la possibilità di un’identità non definita una volta per tutte, ma continuamente negoziata. Herzi registra il momento esatto in cui una trasformazione diventa pensabile, senza porsi il dubbio di renderla compiuta, e lo fa attraverso una fotografia precisa: l’idea di scrivere un romanzo, una tuta da calcio, il sorriso complice e affettuoso di una madre che la conosce in tutte le sue parti.

E così La più piccola resta. Più che per ciò che mostra, per il modo in cui guarda; per quei volti trattenuti, per quelle esitazioni che non si sciolgono, per quella presenza stanca nel trattenersi, affaticata dal giudizio. Un film che insiste e continua a depositarsi, giorni a venire, nello sguardo di chi lo ha attraversato.
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La Petite Dernière – Regia e sceneggiatura: Hafsia Herzi. Cast: Nadia Melliti, Park Ji-min, Aloïse Sauvage, Némo Schiffman, Vincent Pasdermadjian. Musiche: Jérémie Attard. Fotografia: Géraldine Mangenot. Montaggio: Amine Bouhafa. Francia-Germania. Distribuito da Fandango. 107′





