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Umberto Galimberti: “abbiamo tolto il futuro ai giovani”

Uno spettacolo sull’importanza dell’educazione e sulla crisi della nostra cultura. 

Umberto Galimberti è uno dei più grandi filosofi e psicoanalisti contemporanei. Tra le tante pubblicazioni anche il Dizionario di Psicologia, la cui ultima edizione fu pubblicata da Feltrinelli nel 2018. Al Politeama Genovese mette in scena tutto il suo sapere nello spettacolo : Il Bene e il Male. Educare le nuove generazioni”.

“I giovani stanno male. Perché? Gli abbiamo tolto il futuro”.

Esordisce così Umberto Galimberti di fronte alla platea genovese. Una frase che, sviscerata, rivela la sua natura di monito. Il futuro è un concetto proveniente dalla cultura occidentale. Una cultura che la religione cristiana non ha soltanto influenzato, ma ha fatto sì che i due termini diventassero praticamente sinonimi. Il futuro si è trasformato da promessa a vuoto orizzonte.

Galimberti porta subito sul palco un tema evidente e preoccupante. I dati registrano un numero di suicidi tra i giovani continuamente in aumento. Non sono più in grado di distinguere il bene e il male. Quelli che Kant definiva “principi intuitivi”, che non necessitano quindi di una definizione, perché è il solo sentire a farlo.

Attraverso un appassionato excursus tra etimologie greche, il filosofo ci ricorda che termini come “felicità” (eudaimonia) erano legati alla consapevolezza del proprio limite, alla conoscenza di sé come atto di responsabilità verso la propria mortalità. Oggi, quel limite è stato rimosso da una società che ha smarrito la risposta al “perché”. La tecnica, ormai svincolata da ogni finalità, persegue il proprio autopotenziamento; il mercato celebra la potenza biologica dei giovani senza offrire loro una prospettiva. Togliere il futuro, ci avverte Galimberti, significa amputare la spinta vitale, lasciando l’angoscia come unico orizzonte, spesso anestetizzata dal consumo (anche quello un indicatore inquietante) di droga e alcol.

È in questo scenario che Galimberti innesta la sua riflessione più radicale, quella sul fallimento dell’ educazione. Se la capacità di discernere il bene dal male non è più un dato intrinseco ma un costrutto culturale, allora la responsabilità di famiglie e istituzioni diventa centrale. E qui la critica si fa tagliente: la scuola italiana, sostiene, al massimo istruisce, ma non educa.

Il cuore della questione, per Galimberti, è la mancanza di “risonanza emotiva”, quel processo che ci permette di comprendere le conseguenze dei nostri atti sugli altri. Un vuoto che nasce dalla confusione tra pulsioni ed emozioni; mentre le prime sono istinti, i secondi sono un prodotto culturale. Un “ordine emotivo” che dovrebbe essere trasmesso.

L’istituzione si rivela spesso inadeguata. Un docente, per essere tale, non può essere solo un esperto della materia; servono empatia e capacità comunicativa. L’autorevolezza che non deriva dal ruolo ma dal riconoscimento degli studenti. Come afferma provocatoriamente il filosofo, “la mente non si apre se prima non apri il cuore”.

La proposta che emerge è un capovolgimento di prospettiva. La scuola dev’essere concepita come un luogo di accompagnamento, dove l’errore è ancora concesso perché rientra nel “il gioco della vita”. Una scuola che insegni le connessioni tra le cose, che si concentri sul linguaggio, perché “chi ha poche parole pensa poco”. In questo senso, la letteratura e le arti diventano strumenti non accessori. Diventano strumenti essenziali per tessere quel “reticolato emotivo” che la società contemporanea, con la sua indifferenza e i suoi riconoscimenti condizionati, sembra aver smarrito.  

Umberto Galimberti conduce 90 minuti di spettacolo ininterrotto. Con una dialettica vicina al pubblico, ma altrettanto elevata e incisiva, arriva dritto al cuore degli spettatori, creando un eco che risuona per giorni. E quella vicinanza è coadiuvata da un palco spoglio e dall’illuminazione della platea, come prima che inizi lo spettacolo. Galimberti riesce effettivamente a parlare al e con il pubblico. Il Bene e il Male diventa una lezione di un professore e abile comunicatore che, come uno schiaffo risveglia le coscienze.

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