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“Buonasera a tutti dai miei disordinati appunti”: il teatro di Peppe Barra

Al Teatro Totò, l’artista napoletano trasforma i ricordi in teatro

C’è un’aristocrazia del palcoscenico napoletano che non ha bisogno di corone, ma di radici, e Peppe Barra ne è, oggi più che mai, il più fulgido rappresentante. Mercoledì 18 marzo, le tavole del Teatro Totò di Napoli si sono apprestate a palpitare sotto il passo di un artista che ha trasformato la memoria in un rito di confidenza scenica dal respiro epico. In Buonasera a tutti dai miei disordinati appunti, Barra non mette in scena uno spettacolo, ma officia una vera e propria cerimonia laica, dove il “disordine” citato nel titolo non è confusione, bensì la lussureggiante stratificazione di una vita spesa al servizio del sacro fuoco teatrale.

La scena si presenta nuda, essenziale, quasi a voler spogliare il rito di ogni sovrastruttura per lasciar parlare l’anima: in questo vuoto carico di possibilità, a dominare le tavole del palcoscenico sono solo un pianoforte con il suo maestro, un leggio e, sospesa in alto come un nume tutelare, la figura di un vecchio Pulcinella. È una marionetta che osserva dall’alto, simbolo di un’arte sospesa che incanta e avvolge gli spettatori in un’atmosfera di magico coinvolgimento. La narrazione di Barra procede per epifanie, un viaggio come un’ascesa dalle acque cristalline e dalle feste patronali di Procida fino all’antico ventre di Napoli, una città intrisa di odori, di voci e di tradizioni popolari tra cui la Festa di Piedigrotta.

È in questo solco che l’artista ritrova il riflesso della mitica Zietta Liù e, soprattutto, l’eco di quella rivoluzione culturale che fu la Nuova Compagnia di Canto Popolare. Al centro di questo pantheon personale svetta, immensa e inarrivabile, la figura di Concetta Barramadremusa e compagna d’arte, la cui presenza continua a foggiare ogni inflessione vocale del figlio, in un gioco di specchi che annulla il tempo e lo trasforma in eterno presente. Il linguaggio scenico di Peppe Barra resta un miracolo di equilibrismo tra il colto e il viscerale. Egli possiede la rara dote di far convivere le raffinatezze barocche di Giambattista Basile con la dolente umanità di Raffaele Viviani o con la comicità pulcinellesca di Antonio Petito, traghettando il pubblico dalle vette del teatro di poesia alle sponde graffianti del varietà.

Accanto a lui, il pianoforte di Luca Urciuolo non si esaurisce in una mera funzione di supporto, ma dialoga in punta di dita con i ricordi dell’attore, creando un tappeto sonoro su cui la voce di Barra può arrampicarsi, graffiare e infine accarezzare. Il suo repertorio canoro si rivela vasto quanto le sue infinite corde interpretative, spaziando con disinvoltura dall’ironia di Papaveri e papere alla struggente Balocchi e Profumi; è qui che la delicatezza, la rabbia e la melanconia trovano modo di dialogare tra loro, rese vive dalla maschera metafisica di Barra e dalla sapiente maestria di Urciuolo.

Ne scaturisce quindi una serata di rara intensità, una “festa teatrale” che rompe definitivamente la convenzione della quarta parete per farsi confessione corale, restituendoci l’immagine di un mattatore che, con ironia e un pizzico di malinconia, continua a essere il custode più autentico dello spirito partenopeo. Il sigillo definitivo di questa catarsi giunge con Tammurriata nera, un grido di dolore e di speranza che si alza vibrante per abbracciare l’intero pubblico e accarezzare, un’ultima volta, l’anima di chi ascolta.

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Buonasera a tutti dai miei disordinati appunti  di e con Peppe Barra in , al pianoforte il M° Luca Urciuolo, regia di Francesco Esposito. Teatro Totò di Napoli, mercoledì 18 marzo 2026.

Foto di ©Fiorella Passante.

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