Dalle case circondariali, un carcerato ai domiciliari. L’eccellenza di un divo, nell’imbroglio recidivo
Marzo senza malumore se, da “Poggio Reale” a “San Vittore”, sbarca in teatro un truffatore. Trionfale e indesiderato fa ingresso a casa del cognato. Un sipario spalancato ed entriamo anche noi: passeggeri sul treno della risata, viaggiatori sul battello della battuta. All’Abc catanese, dal 13 al 29, è a noi che ci è dato esplorare traversie e (dis)avventure di imprese e assegnazioni, affari e concessioni, edilizia e ristrutturazioni di colui che mal sopporta le frodi e gli imbroglioni. Colui il cui nome è Gianmario: abbiente imprenditore da tre generazioni.
“Gentiluomo di sua santità”, a sostegno di un’attività c’è l’esclusività di trasparenza, rettitudine e onestà. Troppo corretto per essere corrotto, nella “condotta morale” troppo rinomato per ospitare e accogliere un pregiudicato: Francesco, il fratello di Stefania. E Stefania la moglie di Gianmario. Una solida coppia di compatibili, nell’incompatibilità di due famiglie inconciliabili: l’una di alti ranghi e predecessori esemplari, e l’altra di bassifondi e precedenti penali. L’una fra amicizie clericali e abiti talari, colletti sacerdotali e anelli episcopali, uffici diocesani e “dimore spirituali”, l’altra fra manette e ceppi, ferri, galere e penitenziari.
Stefania, la moglie di un uomo dall’impeccabile vissuto. Stefania, la sorella di un incorreggibile detenuto. Stefania al colmo della gioia e, finalmente, Francesco al varco della cella. Proprio lui, il cultore della truffa: L’arte della truffa. L’arte del truffatore intenditore e un alloggio che Gianmario, avrebbe voluto nettamente evitare, ad ogni costo scongiurare. Gianmario e Stefania concordanti nell’amore, discordanti nella sorte da offrire al fratello ingannatore.
Stefania speranzosa e ottimista, il suo animo è quello più lieto. E Gianmario, il catastrofista, è nell’indole inquieto: è teso e tormentato, fin troppo preoccupato di quel che dirà la società e di che cosa il vicinato. Non potendolo più in carcere trattenere, l’appaltatore si raccomanda con il carabiniere: massima discrezione per giungere all’abitazione. Ma la volontà di un’operazione inosservata e silenziosa lascia prontamente il posto alla più appariscente, la più rumorosa: sirene a tutto spiano, diamo il benvenuto al ciarlatano. Recuperate le borse dal portabagagli, diamo un occhio al portafogli. Per lui braccia aperte e finestre chiuse. Serrate. Sigillate. Che nessuno veda e che nessuno senta. Ma ormai è troppo tardi. Chiunque ha visto e chiunque ha sentito.
Il ciarlatano in questione, tipicamente schiamazzante dal Centro-Meridione, è interpretato da un partenopeo eclettico, versatile e vivace, innegabilmente cabarettistico, spettacolarmente caratteristico, e senza riserve stilistico. E, dunque, energicamente artistico: Biagio Izzo. Non possono, pertanto, che essere sue le redini di una compagnia che vanta altri cinque elementi di grandiosa attorialità.
Una recitazione convogliata su sei componenti totali, per una drammaturgia che, invece, ne ha quattro: Augusto e Toni Fornari, Andrea Maia e Vincenzo Sinopoli. Un quartetto che di mani ne ha otto e poi c’è Izzo, il galeotto, principe del complotto. E tutti loro, ciascuno di loro, che siano solo attori a fronteggiare i ruoli, oppure registi ed anche sceneggiatori, consegnano il mondo dei truffatori.
Un mondo da spargere fra gli spettatori e con livelli comici tutt’altro che inferiori. Del resto, non può considerarsi inferiore una commedia che rifugge ogni mediocrità e che, nel sottrarsi a qualsivoglia piattezza e scontatezza, setaccia temi e territori, dove l’ironia diventa il tramite per una più immediata comprensibilità, dove la stessa comicità si lascia equiparare a meccanismo collettivo e condiviso, di universale e odierna accessibilità.
Di altrettanta immediatezza e naturalezza è la napoletanità: ora marcata, ora attenuata, ora notevole, ora impercettibile, ma nel complesso esplicita e afferrabile. Come espliciti e afferrabili sono le espressioni facciali e le movenze gestuali, gli sporadici latinismi, l’alterato e parodiato accento brasiliano, altre svariate alterazioni verbali, parole in codice e stravolgimenti di significato. Spaziando da una samba a Gino Paoli e Mario Merola, si aggiungono: enunciazioni burocratiche e formali, di ordinamenti giuridici e militari e formulazioni liturgiche e pastorali. Le prime cantilenate dal carabiniere, appuntato inappuntabile del pattugliamento, che proprio non gli riesce di proferire quel che ha da dire senza urlare. Le seconde pronunciate dal Cardinale.
Ma “bando alle cerimonie” e che abbiano luogo le fandonie. Le fandonie di Francesco, così spontaneo ed erudito nel saper frodare persino da remoto. Le fandonie al Cardinale e quale onore: anche lui nella trappola dell’impostore. La Reverendissima Eminenza scaraventata nell’alleanza. L’alleanza con Gianmario. Per quest’ultimo malvolentieri, perché guai ad entrare nel cerchio dei filibustieri. Malvolentieri e di malavoglia, di malanimo, a malincuore e a mali estremi, estremi rimedi.
Questa volta è Gianmario che non deve più farsi pestare i piedi. Da un vecchio socio e associato che di nome fa Santo, senza essere canonizzato. Di un nome che non santifica e Gianmario che non giustifica. Non giustifica l’antipatica canaglia, il gradasso manigoldo per colpa del quale non ha più un soldo. E allora, goffo e imbranato, decisamente poco disinvolto, con la guida di Francesco, si riappropria dell’intero involto tolto. In questa storia di refurtive e mascalzoni, illegalità ed estorsioni, e di sodalizi a delinquere, più comunemente noti come associazioni, il Cardinale vi è capitato, come qualsiasi pollo che doveva essere spennato. Ma tutto è bene quel che finisce … rubato.
Una storia che forse non sarebbe mai cominciata se non fosse stato per la cravatta perduta. La cravatta sparita, la cravatta smarrita, la cravatta mancata. Il fortunato accessorio color pervinca, senza il quale non c’è nessuna speranza che gli appalti li vinca. Una premonizione che ha portato all’esacerbazione. A dichiararlo Gianmario, il re della superstizione. Della scaramanzia che, però, non sposa bene con la narcolessia. Con il disturbo da cui è affetta la domestica, la quale si aggira per la casa dormiente e, se sposta le cose, poi non ricorda niente. La bella addormentata e Gianmario con la vita tribolata.
Tra giornate storte e denaro estorto, squali e pesciolini, “aggiustamenti” e incartamenti, infiltrati e informatori, truffati e truffaldini, Gianmario diventa peggio dei secondini. Gianmario e la sua pedanteria, rispetto agli agenti carcerari della vigilanza che a Francesco quasi concedevano più indipendenza. E Francesco, assiduo frequentatore del reclusorio, ora potrà stare in un condominio. E in un appartamento. Ma qui libertà ancora più ridotte e regole sul momento. Dal salotto alla cucina: forse era meglio una sola stanza con la brandina.
Dal bagno al corridoio, che restituisca l’accappatoio. E che non risponda al telefono, e né al citofono, che non si affacci dal balcone e che non apra il portone. Che non sporchi con le scarpe divani e poltrone. Che non tocchi la cristalliera se non vuole tornare in galera e che stia lontano da drappi, arredi e complementi, quadri e orologi, lampade e suppellettili, cornici e fotografie, ma soprattutto oggetti pregiati, in oro placcati e argenteria, che non sarebbe poi così strano se li portasse via. Gianmario non sa se sia peggio questo o la narcolessia.
È tutto da Napoli, terra di doni architettonici, scenari marittimi e bellezze vesuviane, di sfumature delle aurore fino ai calar del sole. È tutto da un affresco particolareggiato in tutto quello che viene adoperato. Un affresco privato e familiare, pubblico e globale, linguistico e mimico, scenografico e tecnologico, grafico e digitale: dalla telecamera all’auricolare, dallo schermo di un computer a quello di un televisore.
È tutto da Casa Borghetti. Borghetti Gianmario del restauro un (quasi) onesto impresario ed Esposito Francesco del raggiro un disonesto missionario. Dal favoreggiamento all’apprendimento, Gianmario torna ad essere milionario. Impacciato e imbalsamato e poi istruito, dai furfanti come il cognato c’è una cosa che ha capito: prima di vincere, bisogna essere perdenti, dell’arte della truffa bisogna conoscerne i trucchi, tutti gli espedienti.
_________________
L’arte della truffa – testo di: Augusto Fornari, Toni Fornari, Andrea Maia, Vincenzo Sinopoli – regia: Augusto Fornari – con: Biagio Izzo, e con: Carla Ferraro, Roberto Giordano, Ciro Pauciullo, Arduino Speranza, Adele Vitale – scene: Massimo Comune – disegno luci: Luigi Raia – musiche: Gruppo Smp – costumi: Federica Calabrese – grafica: Max Laezza – produttore esecutivo: Giacomo Monda – produzione: Tradizione e Turismo – Centro di Produzione Teatrale – Teatro Sannazaro, Ag Spettacoli – Catania, Teatro Abc (dal 13 al 29 marzo 2026)





