Da 2001: A Space Odyssey a Project Hail Mary: quando il cinema riflette sul destino dell’umanità
Quando il 12 dicembre 1968 uscì nelle sale italiane 2001: Odissea nello spazio, diretto dal grande regista Stanley Kubrick, quel film fece riflettere il pubblico di tutto il mondo. Un’opera visionaria, quasi una panacea esistenziale al di là di ogni credo religioso o politico, che avrebbe poi conquistato l’Oscar per i migliori effetti speciali.
Ma mentre il cinema guardava al futuro e ai misteri dell’universo, l’Italia viveva uno dei momenti più turbolenti della sua storia recente. Il 1968 segnava infatti una svolta radicale: scioperi, proteste studentesche e movimenti di contestazione mettevano in discussione l’ordine costituito e l’autorità dei partiti tradizionali. Nelle scuole e nelle università si contestava l’autoritarismo accademico, mentre nella società cresceva la critica al modello consumistico importato dagli Stati Uniti.
Negli stessi Stati Uniti, intanto, la guerra del Vietnam alimentava una profonda crisi morale e politica. Dopo quella che molti definivano ormai una vera “Caporetto”, reduci mutilati e veterani in carrozzina chiedevano la fine di un conflitto sempre più percepito come fallimentare.
Registi come Francis Ford Coppola, Oliver Stone e Stanley Kubrick hanno raccontato quella tragedia in film ormai entrati nella storia del cinema – da Apocalypse Now a Platoon, fino a Full Metal Jacket – opere che hanno smontato la retorica bellicista americana, mostrando il volto più crudo e devastante della guerra, fatta di morte, disillusione e ferite morali. Eppure quella lezione, consegnata alla memoria collettiva anche attraverso il cinema, sembra lasciare oggi indifferente il nuovo corso della Casa Bianca.
In quel clima di inquietudine globale, il viaggio cosmico immaginato da Kubrick sembrava parlare non solo del futuro dell’uomo nello spazio, ma anche delle sue paure, delle sue contraddizioni e del destino della civiltà
Negli archivi della cronaca e della memoria resta la violenta battaglia di Valle Giulia, lo scontro del 1968 tra forze dell’ordine e studenti che segnò uno dei momenti simbolo della contestazione. Un evento quasi premonitore di una stagione di forti tensioni sociali che coinvolse anche il mondo della cultura, arrivando fino alla Mostra del cinema di Venezia, dove registi, attori e autori si unirono alla protesta.
Dieci anni dopo, il 16 marzo 1978, l’Italia sarebbe stata nuovamente scossa da un trauma storico: il rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, un evento che colse impreparate le istituzioni e la fragile maggioranza politica dell’epoca.
Oggi, mentre ricordiamo quanto fragile sia la nostra storia, il cinema torna ancora una volta a farci riflettere sulla nostra piccola dimensione nell’universo. Sta infatti arrivando nelle sale Project Hail Mary, presentato da Sony Pictures e sostenuto anche dalla Agenzia Spaziale Italiana. Il film, diretto dai premi Oscar Phil Lord e Christopher Miller, vede protagonista Ryan Gosling nei panni di un insegnante di scienze che si risveglia su un’astronave, a anni luce dalla Terra, senza ricordare chi sia né come sia arrivato fin lì.
Con il riaffiorare della memoria scoprirà di essere parte di una missione segreta: trovare una soluzione a una misteriosa sostanza che sta provocando il collasso del Sole, mettendo a rischio l’esistenza dell’umanità.
E forse, proprio come accadde con 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, anche questo film ci inviterà a riflettere su quanto siamo piccoli nel cosmo e su quanto sia preziosa la nostra “zattera” nello spazio: la Terra, fragile, straordinaria e ancora tutta da comprendere.
E a proposito di grande cinema, premi Oscar e provocazioni, a quarant’anni da Platoon, Oliver Stone, intervistato da Variety sui conflitti che continuano a segnare la cronaca mondiale, ha dichiarato: «L’America non ha imparato nulla dalla pesante lezione del Vietnam».
Il regista di JFK e di numerosi film di denuncia politica e sociale – oltre che autore di inchieste e documentari, come la celebre intervista all’Avana con Fidel Castro poco prima della sua scomparsa – ripercorre il passato per interrogarsi sul futuro. Stone ricorda anche le difficoltà incontrate nel realizzare i suoi film e non nasconde la sua amarezza per quella che definisce l’irresistibile attrazione degli Stati Uniti verso le guerre combattute fuori dai propri confini.
Un “vecchio vizio”, che oggi sembra riaffiorare con nuove forme. Anche la nuova dottrina politica di Donald Trump – inizialmente presentata come un progetto di mediazione nei conflitti globali – rischia, di trasformarsi in una linea di interventismo preventivo contro i regimi considerati ostili, con il pericolo di spingere gli equilibri mondiali verso una fase sempre più fragile e instabile.
Ma lasciamo per un momento da parte bombe e attacchi preventivi e torniamo a un po’ di buon umore con i Razzie 2026, gli Oscar dei peggiori film e interpreti dell’anno. Come era prevedibile, il premio principale è andato al remake di La guerra dei mondi, il film di fantascienza arrivato su Prime Video la scorsa estate, che si è aggiudicato altre quattro categorie. Tra queste, il peggior attore è risultato Ice Cube, mentre la statuetta per il peggior interprete non protagonista è andata… ai sette nani del remake di Biancaneve. Insomma, un vero disastro cinematografico, film che forse meriterebbero almeno un drone pronto a cancellarli dalla faccia della Terra.





