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L’aggrovigliato dedalo di dubbi di una mente sorvegliante e avvelenata

L’innocenza nel pretestuoso mirino della maldicenza. Un uomo sotto tiro, un prete sotto accusa, una persona esclusa.

Di quella faccenda “non vi erano dubbi”. Di quei fatti, di cui si narrava dal palcoscenico del Teatro Stabile Verga catanese, “non vi era dubbio alcuno”. E mai ve ne sarebbe stato. Mai all’inizio e, mai nemmeno, alla fine, dalla prima delle repliche, fino all’ultima delle stesse, dal 6 al 15 di marzo: 9 “messe in scena” e nessuna “messa in dubbio”. Se in queste righe avessimo scelto di adoperare il linguaggio ordinario, è così che avremmo dovuto formulare. Ma preferire il tramite di abituali espressioni, giochi di parole e comuni locuzioni non sarebbe stato affatto sufficiente e avrebbe voluto dire essere troppo sbrigativi, o troppo elementari su un corpo tematico che non ammette superficialità.

Irene Tetto, Elena Ghiaurov

Un corpo tematico che fa capo a ben altro linguaggio, quello di uno sceneggiatore statunitense, un regista e drammaturgo a cui tutto può appartenere salvo che la volontà di intraprendere la via del “senza ombra di dubbio”, la via della totale assenza di incertezza o dell’assoluto suo contrario: la certezza, l’inconfutabilità. Il dubbio vi era eccome e non soltanto come titolo, ma come il combustibile di una scrittura prima teatrale e poi cinematografica di un autore tanto teatrale quanto cinematografico: John Patrick Shanley.

Se quest’ultimo è l’autore del testo nel suo idioma originale, Flavia Tolnay ne è la traduttrice. Colei che, al timone del transito linguistico, ha saputo fronteggiare un intreccio alla maniera di Shanley, datato 2004 e ambientato negli anni Sessanta, senza trascinarlo nell’errore di un mero depotenziamento, ed anzi conservandone intatta l’imponenza, mantenendone inalterata una forza che Andrea Chiodi riproduce anche registicamente, ottenendo egual risultato, dal canto suo, Guido Buganza scenograficamente.

Una costruzione visiva in cui vige la tridimensionalità, il rigore geometrico di pannelli quadrangolari e tinteggiati, caselle che demarcano, pareti che delimitano. E luoghi multipli e interconnessi che sulla scena si impongono e che l’immaginazione interpellano. Spazi di piccole navate o lunghi corridoi. Ambienti di istruzione o di vocazione, di vita scolastica o di vita conventuale, monastica e sacerdotale.

Un istituto di aule, cattedre e austera dirigenza. Una realtà ecclesiastica americana: di ordini e congregazioni, sacerdozio e missioni. Un uomo e i suoi sermoni, un taccuino per le annotazioni, dei bambini e una valanga di pettegolezzi e insinuazioni. Alcune congetturate depravazioni, nello scenario di oscure supposizioni. Sulla più diabolica delle intenzioni. La gentilezza, la più innocente, a guisa di colpevolezza, la più deviante. Prove non presenti e controprove assenti. Testimoni insussistenti, menzogne vaganti e sospetti diffamanti. È quello che accade quando chi per proiezione imputa a qualcun altro la peggiore azione, e se ne nutre quasi sotto forma di liberazione.

Qui, tra campane che rintoccano, cori che si innalzano, e dubbi corroboranti che assillano, avanza l’infittirsi di una storia a quattro voci: Luigi Tabita ed Elena Ghiaurov, Irene Tetto e Caterina Sanvi, attori e interpreti, custodi anch’essi di un testo da maneggiare con cura, accortamente parafrasato, prudentemente decodificato e intimamente offerto ad uno spettatore che non può fare a meno di porgere il suo orecchio, avvinto dall’ipnosi di una intrinseca e viscerale potenza verbale.

Una intrinseca e viscerale trama di discorsi e orazioni, di colloqui e conversazioni, incontri e discussioni. E di contrapposizioni, cioè di dicotomie e antinomie: componenti inconciliabili di un tutto opinabile. Di una vicenda dubitabile: il torto o la ragione, disciplina e ribellione, disinvoltura o soggezione, il progressismo e la tradizione, accettazione o esclusione, l’assenso o la disapprovazione. L’avversione per un uomo benevolo che propugna coinvolgimento e innovazione. Un uomo non abbastanza inteso e conosciuto per essere, senza indugio, equivocato, senza esitazione, vigilato e allontanato.

Caterina Sanvi, Elena Ghiaurov, Luigi Tabita, Irene Tetto

Un prete garbato che pratica lo sport e la condivisione che viene messo in discussione. Da demolire la sua verità, da demolire un’intera reputazione. Di un uomo vittima di macchinazione. E a tirar fango una donna cinta dal cappio della sua stessa ossessione. Della sua fluttuazione, della sua sanzionante convinzione. Una suora divorata dalla cattiva e pessima opinione, dalla perseverante presunzione a scavare la buca della tanto sospirata compromissione. Spalle al muro ed espulsione, e senza alcuna suffragata dimostrazione. E il rincalzo della falsificazione. Una donna ombrosa che opera il bene al servizio di Dio. Una donna disdegnosa che esercita il male lontana da Dio.

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Il dubbio – di John Patrick Shanley – traduzione: Flavia Tolnay – regia: Andrea Chiodi – scene e costumi: Guido Buganza – musiche: Ferdinando Baroffio – luci: Gaetano La Mela – con: Elena Ghiaurov, Luigi Tabita e Irene Tetto, Caterina Sanvi – produzione: Teatro Stabile di Catania – foto: Antonio Parrinello – Catania, Teatro Stabile “Sala Verga” (6-15 marzo 2026)





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