Dal romanzo di Maggie O’Farrell un intenso dramma familiare che racconta Shakespeare attraverso il lutto e la creazione artistica.
Se due registi del calibro di Steven Spielberg e Sam Mendes hanno deciso di investire sulla giovane regista Chloé Zhao, producendo il suo film, Hamnet, certamente hanno intuito qualcosa di speciale in lei. Ma dopotutto, non si è trattato certo di una scommessa al buio: cinese, ma naturalizzata statunitense, nel 2020 la Zhao era infatti già balzata agli onori della cronaca con il lungometraggio Nomadland, premiato agli Oscar come miglior film, miglior regia e Francis Mcdormand come miglior attrice protagonista.

E lo stesso Hamnet si prospetta come uno dei possibili film dominatori della prossima kermesse americana, con ben 8 candidature. Con quest’opera la Zhao tenta di guadagnarsi la definitiva consacrazione tra i grandi nomi del cinema Hollywoodiano, e già le premesse suggerivano l’ambiziosità del progetto: riadattare il romano di Maggie O’Farrel Nel nome del figlio. Hamnet, liberamente ispirato alle vicende biografiche di William Shakespeare.
Nella campagna inglese nasce l’intenso amore tra Will, giovane aspirante poeta osteggiato dal padre, e Agnes, profondamente legata alla natura e al suo falco. Dalla loro unione nasce una famiglia felice con tre figli, mentre Will si trasferisce a Londra per dedicarsi al teatro. L’equilibrio familiare si spezza con la morte del figlio Hamnet, vittima della peste bubbonica: il dolore travolge i genitori, che sprofondano in una crisi fatta di accuse, silenzi e incomunicabilità.
La prima parte del film, nonostante sia sostenuta da una solida impalcatura narrativa e avvalorata da una pregevole cura formale, sembra faccia fatica a definirsi, perdendosi nel suo stesso suggestivo immaginario e risultando, a tratti, sconclusionata. Da evidenziare la toccante scena in cui il bambino, si sacrifica, simbolicamente, per la sorella “concedendosi” alla morte e sottraendo Judith ad una fine imminente. La sequenza manifesta un commovente lirismo capace di scongiurare abilmente un’ostentata melodrammaticità.
Le suggestioni magiche e mitologiche che aleggiano durante l’intero racconto sono indispensabili per cogliere il senso profondo del film. Su tutte la figura di Agnes, reincarnazione femminile di una natura ancestrale, una madre natura che diventa ben presto nume tutelare del proprio focolare domestico, indomita, emancipata e disposta a tutto pur di proteggere i suoi amatissimi figli. Emblematica e di forte impatto visivo è la scena in cui la donna partorisce immersa e avvolta, con il suo vestito vermiglio, nella foresta, quasi a confondersi e a diventare lei stessa parte di quella natura, come in una sorta di metamorfosi pagana. Il mito è rievocato anche con la storia d’amore tra Orfeo e Euridice, raccontata da William per sedurre la giovane amata. Tutte le sfumature che emergono dalla tridimensionalità del suo personaggio, con ogni probabilità, non sarebbero state colte se a vestire i panni della moglie di Shakespeare non fosse stata Jessie Buckley.
L’attrice ci regala la sua miglior prova, riuscendo a dare voce e corpo ad uno straziante grido di dolore di una madre: prima con dirompente forza espressiva, in seguito con una lacerante prova interpretativa in sottrazione, come un pianto spezzato e soffocato che neppure lei è in grado di esternare.
Paul Mescal non sfigura di fianco alla brillante attrice irlandese. Interpretare un personaggio come Shakespeare non è certo cosa da poco e l’attore classe ’96 si riconferma ad altissimo livello, dopo aver preso parte a dei film non particolarmente riusciti, si pensi al Gladiatore II. Ma la vera sorpresa del cast arriva tra i giovanissimi: Jacobi Jupe, fratello minore di Noah Jupe che interpreta invece l’Hamlet della tragedia, dona al suo Hamnet una tenerezza unita ad uno slancio drammatico che stupisce e convince.
La fotografia, sorretta da una regia sobria ma elegante, richiama negli esterni, in quasi ogni sua istantanea, l’elegante pittura preraffaellita, (proprio il fermo immagine del parto di Agnes circondata dalla natura selvaggia allude al dipinto di Ofelia di Jhon Millais) mentre l’accurata composizione visiva degli interni è contraddistinta da un deciso chiaroscuro, che accentua la tenue luminosità delle fiaccole domestiche nella totale oscurità della dimora.
Ognuno elabora il lutto in maniera diversa, in base alla propria emotività e sensibilità, questo è uno dei concetti cardini che la regista vuole comunicare. Se Agnes si dispera tra le mura domestiche (più silenziose che mai), non dandosi pace per un’assenza che non potrà colmare, Will riversa la sua altrettanto straziante sofferenza, unita a un latente senso di colpa, nel mondo del teatro e nei suoi versi. Proprio nel momento di maggior scoramento, infatti, quando lasciarsi cadere nel fiume sembra l’unica soluzione possibile per superare il suo insopportabile dolore, si trova a recitare i versi forse più memorabili di tutta la sua produzione poetica: “essere o non essere”. Così nasce, simbolicamente, la tragedia di Hamlet.

Questa toccante scena racchiude con grande forza il potere lenitivo dell’arte, capace di trasformare il lutto in memoria poetica e di conferirgli una forma di immortale consolazione. Hamnet non è però l’unico film di quest’anno a riflettere sulla funzione salvifica del teatro nei rapporti umani e familiari: anche Sentimental Value, acclamato da critica e pubblico e candidato come miglior film straniero, porta sul grande schermo la metateatralità come strumento per comprendere meglio noi stessi. L’apice emotivo e catartico arriva proprio durante la messa in scena dell’Hamlet, dove il teatro rivela pienamente la sua forza trasformativa. Un film che, oltre a commuovere, invita anche a una profonda riflessione.
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Hamnet – Regia di Chloé Zhao – Sceneggiatura: Chloé Zhao, Maggie O’Farrell – Soggetto: Nel nome del figlio. Hamnet di Maggie O’Farrel – Con: Jessie Buckley, Paul Mescal, Joe Alwyn, Emily Watson, Jacobi Jupe, Jack Shalloo, David Wilmot, Noah Jupe – Scenografia: Fiona Crombie, Alice Felton – Costumi: Małgosia Turzańska – Musiche: Max Richter – Montaggio: Chloé Zhao, Affonso Gonçalves – Fotografia: Łukasz Żal – Prodotto da: Liza Marshall, Pippa Harris, Nicolas Gonda, Sam Mendes, Steven Spielberg – Paese: USA e Gran Bretagna – Uscita nei cinema 5 febbraio 2026





