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Paolo Poli, quando il fioraio è più gradito dei fiori

Al Teatro dei Servi di Roma, in scena “Sempre fiori, mai un fioraio”, l’omaggio raccontato dall’amico e compagno di viaggio teatrale Pino Strabioli.

Il titolo dello spettacolo riprende una frase che Poli disse con la sua consueta ironia: «Sempre fiori, mai un fioraio». Gli arrivavano omaggi floreali, applausi, ammirazione. Ma dietro quel gioco di parole si intravedeva altro: un desiderio dichiarato con leggerezza, un’identità mai nascosta.

Pino Strabioli

Paolo Poli è stato dichiaratamente omosessuale in un’Italia che non lo era affatto. Durante la guerra e negli anni del fascismo, in un clima che opprimeva e silenziava, non ha mai rinnegato sé stesso. Eppure la sua cifra non è stata la rivendicazione gridata, ma l’intelligenza sottile, la libertà del pensiero, l’eleganza corrosiva dell’ironia. Poli non chiedeva il permesso di esistere.

Lo spettacolo nasce dalle interviste raccolte da Pino Strabioli nell’omonimo volume dedicato all’artista. Conversazioni private, avvenute durante pranzi romani, diventano materia scenica. Il giornalismo si fa drammaturgia, la memoria si trasforma in atto teatrale.

Dopo un video iniziale che restituisce frammenti d’archivio e immagini di spettacoli, entra in scena lui, Pino Strabioli: abito rosso, papillon scuro, cappello in mano. La sua presenza è composta, elegante, misurata. Ma è nel modo in cui sta in scena che si avverte l’eredità del maestro.

Il modo di raccontare di Strabioli colpisce perché si coglie il grande lavoro, l’esperienza e soprattutto ciò che Poli gli ha trasmesso. Il rigore emerge nel ritmo delle parole, nelle pause trattenute, nei cambi di tono. Ogni gesto, una gamba che si sposta, una mano che sottolinea una frase, uno sguardo che si ferma, diventa racconto vivente. Non è imitazione, ma trasmissione di un mestiere appreso con attenzione e rispetto, “rubato con gli occhi” a un maestro.

Si osserva il modo particolare con cui il racconto viene trasmesso e si percepisce qualcosa di incarnato, non semplicemente narrato. È questo che rende credibile la messa in scena che cattura il pubblico. Non si assiste a un ricordo, ma a una presenza che prende corpo.

Accanto a lui, la fisarmonica di Marcello Fiorini. Non solo un accompagnamento, ma un respiro drammaturgico. La musica entra tra una parola e l’altra, amplifica le sospensioni, sostiene la malinconia e alleggerisce l’ironia, creando un equilibrio sottile, delicato. Il racconto attraversa l’infanzia, la famiglia, la guerra, i primi amori, l’arte, l’esperienza della vita. Nei passaggi più intimi emerge la coerenza di un uomo che ha scelto l’autenticità come forma di vita. Non c’è vittimismo, ma consapevolezza.

Questo spettacolo non è solo memoria teatrale: è una dichiarazione di libertà. Raccontare Paolo Poli oggi significa ricordare che il talento non è soltanto tecnica, ma postura etica. È il coraggio di essere sé stessi senza chiedere indulgenza.Il pubblico ascolta in silenzio, partecipe. Non c’è nostalgia museale, ma una presenza viva. Perché Poli non appartiene al passato: appartiene a chiunque creda che il teatro sia spazio di verità.

Paolo Poli e Pino Strabioli

E come canta Renato Zero in Quel bellissimo niente, “il talento in fondo è saper vivere”. Paolo Poli lo ha fatto. ha saputo vivere, sempre. Anche quando il mondo attorno non era pronto.

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Sempre fiori mai un fioraio- omaggio a Paolo Poli – di e con Pino Strabioli e Marcello Fiorini, fisarmonica – Video Edoardo Paglione – Alt Academy Produzioni – Teatro dei servi 19-22 febbraio 2025

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