Dal cielo del divertimento teatrale di impronta americana, discendono meteore a imprimere sorrisi.
Ride bene chi ride “fino all’ultimo” tra le poltrone di un teatro. Fino all’ultimo dei passaggi comici di una rappresentazione come quella che ha avuto luogo alla Sala Verga dello Stabile etneo dal 10 al 15 febbraio. Sei giorni di repliche serali e pomeridiane. E due atti di radici americane. Questa volta, infatti, la tradizionale provenienza europea si è vista tenuta a farsi da parte per cedere il posto alle più alte vette ironiche del Continente. Per cedere il posto a quanto laggiù, in capo a quel presunto Mondo Nuovo, abbiano di più brillante e divertente, scherzoso e travolgente. O meglio, di più “irresistibile”. Irresistibile come, d’altronde, è stato il drammaturgo Neil Simon, fonte narrativa di partenza e primatista, meritevole di riguardo, della commediografia novecentesca statunitense. Irresistibili come “i ragazzi” di cui egli ha scritto negli anni Settanta del secolo scorso.

Franco Branciaroli e Umberto Orsini
I ragazzi irresistibili, che non è chiaramente il testo di un qualsivoglia autore, ci appare irriducibile anche alla più completa ed esauriente definizione. Quel che è certo è che probabilmente può classificarsi fra le opere in cima alla comicità in stile americano, rimaneggiata rispettosamente come l’origine e derivazione newyorkese di una direzione italiana consegnata nelle mani di Massimo Popolizio. Nelle mani di chi oltre alle vesti cinematografiche di doppiatore ha saputo indossare anche quelle di attore e regista teatrale, misurandosi e avventurandosi in progetti dagli esiti qualitativamente riuscitissimi, come in questo caso. Come nel caso di uno spettacolo il cui pregio e valore aumentano in proporzione agli altri nomi a cui li dobbiamo.
In principio, è ad uno storico del teatro e sceneggiatore, saggista e dialoghista, scrittore e anglista che dobbiamo il processo di traslazione e trasposizione nella versione giunta fino a noi. Nella versione che a sottoscriverla è stato Masolino D’Amico. Questi a tradurre, Popolizio a dirigere e i veterani della scena Umberto Orsini e Franco Branciaroli a far ridere. E, frattanto, a fare intenerire. Detentori della risata e detonatori della battuta ininterrotta da una parte; messaggeri elegiaci di dolcezza e affetto, delicatezza e amorevolezza dall’altra. Un binomio vincente e giocoso dove la caratura dell’uno si armonizza alla perfezione con l’altrettanta levatura dell’altro.
Due attori di un calibro elevato alla seconda potenza e con esso la connaturata certezza per entrambi di essere all’altezza del ruolo che ricoprono. Un ruolo che, neanche a dirlo, finisce per rivestirli del loro stesso mestiere: quello, appunto, di attori. Attori che, al sopraggiungere di un’età che chiamiamo venerabile, la stessa con la quale calcano il palcoscenico, si ritrovano a fare i conti con la cosiddetta quiescenza: quel momento di inerzia e inattività simultaneo del pensionamento e ineluttabile succedaneo dell’operosità, dello slancio e vitalità di un tempo.
Era il tempo placcato in oro del vivace umorismo d’America e Willie (Branciaroli) e Al (Orsini), tra intermezzi e numeri tutti da ridere, ne erano diventati gli astri più lucenti: i ragazzi della gioia, gli artisti più gettonati del buonumore e del sole. Un sole che, dopo più di quarant’anni di carriera e undici anni di interruzione, dimostra di saper ancora brillare e più di prima. Un “talento che non muore”, un fascio luminoso resistente e “irresistibile”, certo non più spensierato e giovanile ma ormai adulto e attempato e in quanto tale potente ed energico antidoto all’insofferenza della vita che scorre. Ridere per non soccombere. Ridere per mitigare la vecchiaia e continuare a far ridere per non spegnersi per sempre.
L’occasione della riaccensione arriva dalla televisione. La CBS, la preminente emittente statunitense non si è dimenticata di loro. E così, nel tentativo di mettere in piedi una trasmissione eterogenea di esibizioni indipendenti l’una dall’altra, sentenziano decisi che proprio Willie e Al, i sovrani della comicità, non possono mancare. Ma se fra quelli decisi, si contano degli indecisi sono gli stessi Willie e Al. Il primo in particolare. Willie non può più celare una repulsione per Al tale che supera perfino lo stesso desiderio di lavorare ancora, nonostante l’avanzare degli anni. Ed è proprio innanzi agli anni che restano, “a quel che rimane da vivere” che Al, fra i due il più pacato, aveva scelto per tutta risposta il rallentamento: rinunciare al successo a vele spiegate per beneficiare di uno stallo, una pausa nella quiete delle campagne.
Una scelta impulsiva che per Willie, votato alla frenesia e mai al freno, si era rivelata indigeribile tanto da non volergli più rivolgere la parola. Un’interruzione forzata e intollerabile agli occhi di Willie, una privazione insopportabile per un comico che non accetta di scomparire e che da un umido, mediocre e dozzinale appartamento dell’hotel in cui alloggia sogna tutti quegli applausi che non avrebbe mai voluto smettere di udire.
Da quello stesso hotel, l’impossibilità di staccarsi dal pubblico, quella di riappacificarsi con Al e l’esigenza di racimolare i dollari per andare avanti lo portano ad accettare qualunque tipo di ingaggio, perlopiù annunci pubblicitari che in realtà gli affidano sempre più di rado, a causa dei suoi manifesti cedimenti di memoria e di operatori del settore che preferiscono d’ora in poi lasciare spazio ai giovani. Non c’è più posto per un uomo sciatto e trasandato che vive tutto il giorno da solo con lo stesso pigiama e che si nutre di cibi inscatolati. Che dimentica il giornale sotto al braccio e che inciampa fra i mobili, che confonde i giorni della settimana e che non sa come aprire la serratura. E che, quelle poche volte che riesce ad uscire, rimuove totalmente l’indirizzo dove recarsi per l’audizione. O nella migliore, o forse peggiore, delle ipotesi rimuove perfino il marchio del prodotto di cui fare promozione.
Eppure dire di sì alla CBS e ottenere questo riscatto televisivo insieme ad Al equivale ad ammazzarlo, al punto che durante le disastrose prove ufficiali in studio, il suo cuore è già vacillante e la situazione gli provoca un infarto da cui, però, riesce a salvarsi. O forse a salvarlo è, in fondo, la stessa situazione: l’opportunità seppure effimera di celebrare le antiche glorie, ritrovare per un istante il successo abortito e le acclamazioni andate a vuoto e di invocare l’itinerario artistico rimasto incompiuto undici anni prima.
E persino di richiamare alla mente, con una connotazione negativa ma senz’altro spassosa, tutto quello che odiava di Al. Il suo dito, un micidiale indice con cui ripetutamente gli tamburellava il petto inducendolo a ricercare conforto in un giubbotto antiproiettile: una soluzione che, ingessatura del dito a parte, pareva essere apparentemente efficace in casi di estrema necessità. Odiava la sua saliva: ne produceva così tanta con alcune parole che Willie temeva di annegarci dentro. Questo accadeva con la lettera T, fin troppo irrobustita e rinforzata da farlo sputacchiare tutte le volte.
E di Al odiava la sua pedanteria: era pignolo e puntiglioso, assillante e fiscale. Un sapientone che non gradiva cambiamenti di copione che non fossero prima concordati con lui. Un sapientone che in vista dell’assunzione televisiva si reca nell’appartamento di Willie per rivedere la loro popolare messa in scena del dottore: un incontro intervallato da minacce e telefonate. Le minacce da parte dello stesso Willie, che già spazientito e contrario in partenza all’idea di rivederlo, impugna furioso un coltello da cucina “unto di burro e marmellata”. E le telefonate della figlia di Al perchè vada di corsa a riprendere il padre. Che se prima è dedito a rivisitare scrupolosamente l’arredo della camera per preparare il numero, subito dopo si ritrova davanti alla porta a rimettere cappotto e berretto, con la stessa diligenza e precisione.

Umberto Orsini e Franco Branciaroli
Willie poteva essere aspro e rancoroso quanto volesse, e burbero altrettanto, ma di Al c’era ben altro che, invece, stimava alla follia. Il suo genio arguto e la sua bravura, la sua attitudine e la sua inclinazione. Così grandi da oltrepassare l’acredine e la collisione. Al era ineguagliabile. Come lui non sarebbe esistito più nessun altro. E nessun altro sarebbe stato in grado di ricreare un viaggio all’unisono come il loro. Nessun altro sarebbe stato come loro. Come Al Lewis e Willie Clark. Due corpi e una simbiosi. Nell’incompatibilità compatibili, nell’inconciliabile conciliabili.
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I ragazzi irresistibili – di Neil Simon – traduzione: Masolino D’Amico – regia: Massimo Popolizio – con: Umberto Orsini e Franco Branciaroli, e con: Flavio Francucci, Sara Zoia, Giorgio Sales, Emanuela Saccardi – scene: Maurizio Balò – costumi: Gianluca Sbicca – luci: Carlo Pediani – suono: Alessandro Saviozzi – produzione: Teatro de Gli Incamminati, Compagnia Orsini, Teatro Biondo Palermo – in collaborazione con CBT Centro Teatrale Bresciano e con AMAT – Associazione Marchigiana Attività Teatrali e Comune di Fabriano – Catania, Teatro Stabile – Sala Verga (10-15 febbraio 2026)





