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Dagli Oscar al dominio degli algoritmi, storia di un cinema perduto

Fellini, Giulietta Masina e l’ultimo sguardo su Hollywood

«Vorrei avere la voce di Placido Domingo per pronunciare un lungo, lunghissimo discorso. Grazie. Cosa posso dire? Davvero non me lo aspettavo, o forse sì, ma non prima di altri venticinque anni; in ogni caso, meglio ora. Vengo da un Paese e appartengo a una generazione per la quale l’America e il cinema sono pressoché la stessa cosa. Ed essere qui con voi, cari americani, mi fa sentire a casa. Voglio dirvi che, in queste circostanze, siete riusciti a farmi sentire così .È facile essere generosi e ringraziare tutti. Vorrei naturalmente ringraziare le persone che hanno lavorato con me, ma non posso nominarle una per una. Lasciatemi allora fare soltanto un nome: quello di un’attrice che è anche mia moglie. Grazie, cara Giulietta, e per favore smetti di piangere».

Iniziò così, con il celebre discorso pronunciato da Federico Fellini al suo ingresso sul palcoscenico del Dorothy Chandler Pavilion di Hollywood, accolto da una lunga standing ovation in occasione del Galà degli Oscar, quando gli venne consegnata la quinta statuetta alla carriera dalle mani di Sophia Loren e Marcello Mastroianni.

È da questo momento iconico che prende avvio il bel libro di Gianfranco Angelucci, edito da Sabinae, dal titolo Giulietta Masina, dedicato all’indimenticabile compagna di Fellini. Attrice straordinaria e figura centrale del nostro immaginario cinematografico, Masina è stata protagonista di film che costituiscono la memoria viva del cinema italiano, come La strada e Le notti di Cabiria.

Rileggere oggi, alla luce delle contraddizioni sociali, politiche e cinematografiche di un mondo che sta cambiando — e che coinvolge ormai qualitativamente anche Hollywood — fa pensare che forse anche il grande Fellini si sarebbe aggrappato ancora di più a Il viaggio di G. Mastorna amaro e futurista , il film che voleva affidare ancora una volta a Mastroianni, capace di vedere oltre il tempo, e che non realizzò mai.

Quella sera, al Dorothy su Hollywood Boulevard, c’ero anch’io come inviato speciale del Tg3 Rai per seguire la notte degli Oscar. Insieme ai colleghi del Tg1 e del Tg2 capimmo che, con quelle parole, il “maestro” dello Studio 5 di Cinecittà stava salutando: aveva intuito prima di tutti che un’epoca stava finendo.

Ed è per questo che il bel libro-memoria di Angelucci diventa un prezioso bedeker, destinato a chi ha voglia di scoprire, viaggiare, capire, emozionarsi e vivere — attraverso Giulietta Masina — un cinema e una società che non ci sono più.

Quando tornammo a Roma, sullo stesso aereo di Fellini e Giulietta Masina, in Italia era già scoppiata Tangentopoli. A Fiumicino, ad accogliere il ritorno del Maestro, che spingeva il suo carrello dei bagagli seguito — quasi a proteggerlo — da due carabinieri come un Pinocchio smarrito, non c’era neppure una telecamera. Solo un fotografo, impazzito all’idea di realizzare uno scoop.

All’uscita, una folla di gente comune aspettava parenti di ritorno dall’America per le festività pasquali. Per il resto, solo silenzio. Fu allora che udimmo la vocina stanca e ironica di Fellini che, rivolgendosi a Giulietta con uno sguardo complice, disse: «Vuoi vede’ che domattina, se i giornali pubblicano ’sta foto, qualcuno dirà pure: Fellini coinvolto in Tangentopoli

Come se l’avessero sentito tutti, da quella folla muta si levò una voce roca, con forte accento romanesco: «A Federì, grazie. Almeno tu ce hai fatto fa’ ’na bella figura». Un applauso liberatorio scoppiò allora, più potente e sincero di quello di Hollywood.

Chissà cosa direbbero oggi Fellini e Giulietta Masina davanti alla realtà mutata della nuova Hollywood, dove il dominio dell’immaginario presente e futuro non appartiene più solo agli Studios, ma è ormai nelle mani delle sette sorelle della Silicon Valley: Meta, Amazon, Google, Microsoft, Apple, SpaceX e OpenAI.

Forse sorriderebbero con malinconia, riconoscendo che il cinema non è più soltanto un atto artigianale, fatto di corpi, sogni e imperfezioni, ma un prodotto sempre più guidato da algoritmi, piattaforme e strategie di mercato. Un cinema diverso, più efficiente e pervasivo, ma spesso lontano da quella fragilità umana che rendeva ogni film irripetibile.

E resta una nota triste, quasi silenziosa: mentre il mondo corre verso immagini perfette e infinite, il cinema di un tempo più lento, più povero, ma capace di toccare l’anima sembra appartenere a un’altra epoca, a un altro livello di verità che oggi fatichiamo a ritrovare. 

Chiudo con Wim Wenders, presidente della 76ª edizione del Festival del Cinema di Berlino, inaugurata ieri con 22 film in concorso, che ha dichiarato: «In alcuni film ho fatto i conti con il mio sogno americano: all’inizio mi aveva colmato, oggi l’ho esorcizzato».

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