Con “La Grazia”, Paolo Sorrentino indaga l’essere dietro ai confini dell’avere un ruolo: tra le memorie e le percezioni di un politico.
C’è un momento nella vita pubblica di un uomo in cui presumibilmente quest’ultimo, con alle spalle una carriera con le sue responsabilità annose, si interroga circa i confini del proprio ruolo. Un ruolo che può essere politico, sociale, etico, ma al contempo morale, personale. Succede a Mariano De Santis, ipotetico Presidente della Repubblica Italiana presso il Quirinale al decorrere del suo mandato, nei cui panni si immerge Toni Servillo, e protagonista di La Grazia di Paolo Sorrentino.
Ma, provando a frapporvi uno specchio con un salto di immaginazione, potrebbe riguardare anche la carriera artistica del regista stesso? Da È stata la mano di Dio, proseguendo con Parthenope fino al suo ultimo lavoro, Sorrentino firma un cinema molto più intimo, dove sotto la lente d’ingrandimento c’è l’essere umano al di là della figura esterna. Uno spartiacque che non rinnega lo stile precedente, tant’è che molti elementi sono tutt’ora riscontrabili, bensì lo rinnova, gli dedica una linfa vitale necessaria a non arenarsi. Chissà se si pensa un “non coraggioso” come il suo personaggio De Santis, fatto sta che ricercare stimoli presenti non è un atto scontato o dovuto, sicuramente non per un creativo con un percorso già ampiamente definito. E così il film rompe sugli schermi, portando allo spettatore importanti riflessioni, un imperdibile quanto lucido gusto ironico, e un tenero accudimento circa l’io più recondito.
«Di chi sono i nostri giorni?» – Mariano De Santis vaga per le stanze del Quirinale con questa domanda incastrata precisamente tra i suoi pensieri, posta dalla figlia Dorotea (interpretata da un’elegantissima Anna Ferzetti). Il Presidente della Repubblica Italiana è nel semestre bianco e conta gli ultimi momenti del suo mandato, ovvero le lancette restituiscono la cadenza della partitura di un tempo lungo e immerso in un’assordante solitudine, mentre incombe come un’ombra dall’alto la responsabilità di approvare o meno le ultime decisioni. Appare subito centrale in La Grazia la successione inesorabile dei giorni al cospetto di una gravosa istituzione alla quale si deve prestare fede per l’ultima volta.
Nel mentre, il protagonista – dallo sguardo inviolabile come «cemento armato» – sente scivolare tra le sue mani questa lenta scansione ritrovandosi ad amalgamare tra di loro le riflessioni circa l’intervento della sua carica politica ed i ricordi della sua vita personale. Soprattutto, ricorda la moglie, memoria alla quale si ricongiunge infine ritornando a casa. È la fine di un incarico, ma che si riveste di tensioni più sottili: tra le crepe lasciate dai fantasmi, Sorrentino indaga la complessità del lasciare andare, che sia nei termini di una vita che fu o in quelli dell’accettazione di aprire la porta a un nuovo tempo.
Infatti, in particolare nel rapporto padre/figlia interviene e si evince lo scontro generazionale. Dorotea De Santis va dritta all’azione, insiste, si impunta rigorosa e instancabile nel suo lavoro da brillante giurista; Mariano De Santis, invece, entra in uno stato di contemplazione, osserva scrupolosamente il mondo circostante sul quale si rende conto di non potere avere più gli strumenti utili per capirlo nella sua integrità. Da politico e cattolico che ha agito in un contesto storico-sociale differente, come può affacciarsi con immediata facilità alla proposta di legge sull’eutanasia? All’idea che si possa indurre legalmente la morte? A quale condizione antecedente ed a quale prezzo postumo? E cosa dire su di un uomo che agli atti ha ucciso la propria moglie, eppure viene difeso dalla collettività, che ne richiede la concessione dello stato di grazia, perché a quel gesto ci è arrivato per esasperazione e sofferenza?
E su una donna che dichiara di avere assassinato il marito violento per legittima difesa? Non sono topos tematici scelti a caso, anzi, hanno una puntualità meticolosa nello spettro dei cambiamenti attuali. Allora, qual è il passo giusto da compiere? La Grazia risponde con il farne uno indietro: comprendere il limite inevitabile e restituire le fondamenta della propria esperienza. Diventa cult la breve e intensa scena in cui il Presidente si decide a revisionare il disegno sull’eutanasia così tante volte richiesto dalla figlia, rendendo tanto necessario quanto significativo il dialogo tra “vecchio” e “nuovo”, il lascito della memoria senza recisioni e senza assolutismi dogmatici.
È un passo che in Mariano De Santis non si esaurisce con immediatezza, né con facilità, ma è il frutto di tutta una serie di ragionamenti e incontri quasi epifanici con la realtà. Non può che essere diversamente per un politico che per anni ha vissuto sotto il peso di una carica grave, avendo tra le mani la responsabilità delle vite di un intero paese. Perciò, bussa al Quirinale per il Presidente il bisogno profondo di accogliere l’arte del lasciare andare, ovvero dell’abbracciare l’intento di dare una freschezza di cui non si può più essere portatori. La Grazia, appunto. Quest’ultima si presenta come uno stato di leggerezza, declinato nella forma di un distacco dall’ostinazione, nella comprensione che dietro quell’austerità, al di là dei contorni di quella maschera, c’è pur sempre un uomo.
Un essere umano che, come tale, è fatto anche di istinti ed emozioni; uno, soprattutto, frangibile nella sua interezza. Ed è nella consapevolezza dell’essere finito il nervo finalmente scoperto, il dolore ma anche la liberazione profonda. A questo punto, come non sorridere e commuoversi davanti a un uomo, un padre, un politico che al chiuso delle sue stanze ascolta Guè Pequeno e ne canticchia il rap scaltro? Il film lascia con un dubbio amletico: dove inizia e dove finisce il potere ricoperto e dove l’individuo? Non cerca né fornisce risposte, ma dona la grazia dell’incertezza, quell’impalpabilità che spinge alla vita.





