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Tra scandali, capolavori e ritorni in sala: il cinema tra ieri e oggi

Dal caso Can Yaman al restauro di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, fino al nuovo film di Sorrentino e al trionfo di Timothée Chalamet ai Golden Globe

La notizia è rimbalzata da sabato scorso su tutti i giornali e me l’ha confermata in diretta da Istanbul Dunda Kepli, amico e corrispondente in Italia della tv turca: in seguito a un blitz della polizia antidroga è stato arrestato, e poi rilasciato nel giro di poche ore, il popolarissimo Can Yaman, 36 anni, attore emergente e nuovo Sandokan, chiamato a sostituire per ragioni anagrafiche l’indopakistano Kabir Bedi. «Dove finiranno i divi nell’era dell’intelligenza artificiale?» si chiedeva l’editorialista di turno.

Consoliamoci allora con il passato, quando a Hollywood, oltre ai divi, c’erano anche capolavori come Qualcuno volò sul nido del cuculo, diretto nel 1975 da Miloš Forman e interpretato magistralmente da Jack Nicholson. Un film capace di conquistare il pubblico dei cinque continenti, al di là di razze, ideologie e religioni, tratto dal romanzo di Ken Kesey del 1962, che si rivelò un vero detonatore di coscienze, un umanissimo ordigno di libertà. «Un film come onestamente non se ne fanno più», ha scritto Federico Pontiggia su Il Fatto Quotidiano, criticando la banalità e la mancanza di coraggio di molte produzioni contemporanee.

Ora, a cinquant’anni dall’uscita, il film torna nelle sale restaurato in 4K, dopo aver conquistato nel 1975 cinque Oscar: miglior film, miglior produzione (Michael Douglas), miglior regia, miglior sceneggiatura non originale e miglior attore protagonista, premiando anche Louise Fletcher. Un trionfo nella storia del cinema, eguagliato solo da Accadde una notte del 1934 e da Il silenzio degli innocenti del 1992. La storia è quella di Randle Patrick McMurphy, piccolo criminale che si finge pazzo per evitare i lavori forzati e viene rinchiuso in un manicomio criminale, dove si scontra con l’infermiera-kapo Mildred Ratched, mentre accanto a lui ci sono il Capo Bromden, interpretato da Will Sampson, e il piccolo Martini, a cui dà volto e voce un giovanissimo Danny De Vito.

Ma Qualcuno volò sul nido del cuculo fu anche il film della riconciliazione tra il produttore Michael Douglas e il padre Kirk, che insieme al regista Otto Preminger aveva sfidato il maccartismo riaprendo le porte di Hollywood a cineasti messi al bando con l’accusa di simpatie comuniste, come era accaduto anche a Charlie Chaplin. Il successo del film non solo riappacificò padre e figlio, ma si fissò nell’immaginario collettivo per la sua potenza drammaturgica e la denuncia del potere, conquistando 28 premi internazionali e anticipando, con la sua metafora, i fermenti sociali di un’America che cercava di dimenticare il Vietnam. Il finto pazzo di Nicholson finisce per incarnare lo scontro frontale contro l’autorità oppressiva rappresentata da Ratched, e il film anticipa in qualche modo anche il dibattito che di lì a poco avrebbe portato alla legge Basaglia, denunciando come le istituzioni psichiatriche potessero opprimere e spersonalizzare, trasformando il “diverso” in “folle” per controllarlo.

Tornando al cinema italiano contemporaneo, dopo la Coppa Volpi vinta da Toni Servillo alla Mostra di Venezia arriva sugli schermi La grazia di Paolo Sorrentino. Definito dal Guardian elegante, profondo ed enigmatico, racconta gli ultimi giorni di mandato del Presidente della Repubblica ai giorni nostri. «Sorrentino ha ritrovato la sua voce, il suo umorismo sottile e soprattutto il suo indiscutibile talento», ha scritto il critico Peter Bradshaw, parlando di una gradita riaffermazione del suo stile. Servillo interpreta Mariano Desantis, presidente anziano che, prima di lasciare il Quirinale, deve decidere se concedere la grazia a due condannati per omicidio e se approvare una legge sul suicidio assistito, muovendosi tra ricordi, dubbi, amori e trappole del presente. Accanto a lui Anna Ferzetti nel ruolo della figlia, in un film sospeso tra solennità e ironia amara, dove il dubbio diventa una forma di grazia e di possibile perdono.

Stanotte a Hollywood sono stati assegnati i Golden Globe dalla Hollywood Press Association, considerati l’anticamera degli Oscar di marzo. A trionfare è stato l’idolo delle teenager Timothée Chalamet come protagonista di Marty Supreme, mentre Stellan Skarsgård ha vinto come miglior attore non protagonista per Sentimental Value e Rose Byrne per I Had Legs I’d Kick You. Un prestigioso Golden Globe alla carriera è stato conferito all’attrice britannica Helen Mirren.

A consegnare i premi sono stati Julia Roberts, fresca interprete dell’ultimo film di Luca Guadagnino After the Hunt, e George Clooney, reduce dalla recente acquisizione della cittadinanza francese insieme alla moglie Amal. La cerimonia ha visto anche un momento di forte impegno politico: Mark Ruffalo ha indossato una spillette in riferimento alla morte di Renee Nicole Good, 37enne uccisa da un agente dell’ICE durante un’operazione a Minneapolis, episodio che negli Stati Uniti ha scatenato proteste e acceso un dibattito sulla condotta delle forze federali agli ordini diretti di Trump.

Tra i grandi assenti della serata c’è il cinema italiano: il film Familia di Francesco Costabile, indicato dall’associazione dei produttori, è stato escluso anche dalla shortlist degli Oscar. Tempi difficili per il nostro cinema, ma senza perdere la speranza in un domani migliore.

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